
Uno sbaglio, deve esserci uno sbaglio. A rispondere è un custode corpulento di mezza età, che in una vita precedente potrebbe essere stato un ristoratore a Trastevere: per questo, la sua polo bianca sembra sopravvissuta per miracolo a un’onda anomala di sugo di pomodoro. Un po’ arbitro, un po’ bagnino, porta al collo un fischietto rosso e, senza il badge inclinato come un trampolino sull’addome prominente, si faticherebbe a collocarlo in un sito archeologico. Le lenti da ipermetrope gli ingrandiscono gli occhi, e quasi si potrebbe credere alla risposta, se quel lampo irridente nello sguardo non rivelasse le sue perplessità sull’ospite e su quella domanda inopportuna.
Alle Terme di Caracalla, i visitatori si perdono tra gli spogliatoi e le palestre del passato, e il suo lavoro è riportarli nel presente. Vengono da ogni parte del mondo e, quando a capirsi non basta l’inglese, lui va sbracciandosi a gesti. Spesso si sente chiedere se le rovine stanno lì dall’antichità o se qualcuno le ha spostate, quasi fosse possibile sollevare agevolmente un monumento capiente milleseicento persone, magari facendolo scivolare con l’aiuto di un tappeto. Per recuperare qualche punto di quoziente intellettivo precipitato al centro della Terra, allora i più scaltri indicano l’installazione del Terzo Paradiso di Michelangelo Pistoletto, tronfi del fatto che invece quelle di rovine qualcuno deve averle spostate per forza, per dare all’opera quell’aspetto. In tal caso lui annuisce, quelli se ne vanno …e tutti vissero felici e contenti. Anzi, se manca mezz’ora alla chiusura come adesso, il più contento è lui. Prima però bisogna fare sloggiare i fotoamatori in visibilio davanti al moderno specchio d’acqua nei giardini termali, i distratti che vagano immaginandosi tra vapori, unguenti e strigili, e infine liquidare il signor Camicia-con-i-Pappagalli di fronte a lui, quello della domanda sui gatti.

Quell’altro, però, resta insoddisfatto. Custodisce e fischia pure lui per lavoro, storie e metafore sono il suo mestiere, così dall’ipermetropia del Fu-Ristoratore agli occhi grandi del lupo di Cappuccetto Rosso il salto è breve. Dubitano i pappagalli gialloblu e rossoverde stampati sulla sua camicia, e dubita anche Amerigo. È un correttore di bozze a mezzo servizio, lettore con un istinto naturale per l’ortodossia del linguaggio. E a lui quello del custode sembra criptico, laconico, misterioso, omissivo, reticente, sibillino, anzi continuerebbe a sciorinare altri aggettivi leziosi che, se pronunciati, gli procurerebbero un bis di turpiloquio, e non solo quello. Ma a mollare non ci pensa nemmeno. Se prima aveva in mente solo di informarsi sul catalogo della mostra in corso, ora la sua attenzione è tutta gattesca. E a poco serve che il custode abbia indicato le colonie feline del Colosseo e di Largo di Torre Argentina, escludendo che a Roma ne esistano altre in corrispondenza di siti archeologici; e che lo abbia piantato lì, non prima di avergli ricordato l’orario di chiusura. Si è impuntato e vuole venirne a capo. È uscito di casa sapendo che in città c’è un gatto in più, ed entrando nel parco delle Terme, guardando le chiome di pini, lecci, platani, cipressi e oleandri, ha fantasticato che fosse andato a nascondersi lassù. Peraltro, non è Amerigo a inseguirlo, semmai è il gatto ad averne occupato da abusivo i pensieri, piccolo usurpatore prepotente. Non è la prima volta che gli succede, mentre lavora al libro di un autore. Argomenti disparati e nuovi spunti si affastellano uno sull’altro, quando passa in rassegna i dattiloscritti per la verifica. Divagazioni che sembrano francobolli affrancati su stampa aerea, pronte a traslocare dalle meningi e imbarcarsi per mete sconosciute, invece vanno a nozze con altre, intrecciando storie fantastiche, incredibili e surreali in cerca di una pagina bianca. Allora lui si alza di scatto dalla scrivania e corre a chiudere tutti i cassetti, le ante degli armadi in camera e dei pensili in cucina e in bagno, e a serrare porte e finestre, nel tentativo di confinarle tutte e di non farsi trascinare dalle distrazioni. Ha funzionato fino a stamattina, quando nel libro a cui sta lavorando si è imbattuto però nella descrizione di un gatto.
Per la verità, dell’animale l’autore aveva parlato appena. Per introdurre i fondamenti della fiducia, aveva fatto ricorso a una digressione sull’istinto, raccontando un episodio a cui aveva assistito dopo cena, una sera d’estate: la vista di un gatto in equilibrio sul ramo di un albero, nel giardino del ristorante. Per fattezze e dimensioni, lo aveva semplicemente definito piccolo, spostando l’attenzione sul rapimento dei presenti, samaritani di quadrupedi miagolanti. Il dramma che potesse precipitare da dieci metri e più d’altezza era stato paventato da una bambina, ispirata da un boccone di tiramisù a guardare in alto. Subito si era scatenata la frenesia per i soccorsi: un cameriere era andato a recuperare una scala a pioli, almeno tre clienti si erano attaccati al telefono per chiamare i volontari animalisti, una signora aveva suggerito di sorreggere insieme una tovaglia aperta, per raccogliere il micio a rischio di caduta libera. Poi il reperimento della scala aveva innescato un’ulteriore trovata: il coraggioso cameriere avrebbe dovuto protendere un cestino agganciato a un’asta, facendo sì che il felino vi trovasse riparo all’interno. Lì per lì, quello si era rifiutato, temendo di finire a terra come e più del gatto, con l’aggravante di dovere stare in equilibrio su due zampe anziché su quattro. Poi la madre della Bambina-del-Tiramisù lo aveva guardato con gli occhi di Debra Winger in Ufficiale e Gentiluomo e lui aveva realizzato che in quel momento la sua divisa bianca poteva essere benissimo quella dei Marines. Si era arreso. Anzi, quando avevano proposto di attirare il micio con del cibo, aveva messo una scodella con un po’ di carne dentro il cestino, avvicinandosi al ramo. Per Amerigo, la scena integrale non poteva sopravvivere nel testo, che proseguiva con materiale attinto alle scienze sociali e alla psicologia, per di più supportato da riscontri bibliografici. L’aneddoto poteva limitarsi all’apparizione dell’animale e all’antonomasia dell’istinto per il salto. Il capitolo poteva proseguire attraverso le teorie dell’autore e convergere verso l’epilogo. Punto. Invece era successo l’inevitabile, e nei suoi pensieri il gatto si era preso la scena da mattatore assoluto.
Innanzitutto, lo aveva guardato con i suoi occhi gialli allungati e Amerigo ne aveva colto lo smarrimento davanti a tanti sconosciuti. Non era nero, e questo estrometteva dalla trama Plutone, il nefastissimo gatto del racconto di Edgar Allan Poe, e pure Zorba, il buon maestro di volo della gabbianella di Luis Sepulveda. Troppo giovane per i sodalizi criminali con la Volpe ai danni di Pinocchio, non poteva rischiare di essere scritturato da Carlo Collodi.

in Le Avventure di Pinocchio di Luigi Comencini (1972)
Sotto il manto di velluto grigio, la sua testolina appuntita aspira all’esotismo di un marziano in città. Ovviamente, anche Amerigo è stato catapultato nel giardino del ristorante: del torcicollo che lo aveva tormentato fino a poche ore prima ha perso memoria. Come gli altri guarda il ramo, il gatto e il cesto, nell’attesa che gli ultimi due si risolvano a fare coppia.
La trepidazione di tutto il ristorante ora si manifesta con un caratteristico schiocco di labbra, lo stesso verso con cui da bambino aveva sentito suo nonno richiamare i gatti del quartiere, per offrire gli avanzi della zuppa di pesce. È un suono stregonesco che si moltiplica e cresce, come un risucchio di lumache, tanto ossessivo da scatenare reazioni inattese. A protestare è uno dei Pappagalli-sulla-Camicia, che tutt’a un tratto teme di essere sacrificato per vendetta, come quello del romanzo di Georges Simenon, se il gatto si schianterà al suolo. Ma la percentuale del rischio di caduta qual è? I calcoli non sono il suo forte. Amerigo alza di nuovo la testa e non lo vede più, si sarà nascosto tra le fronde. Allora lo coglie il sospetto che non sia un randagio comune, ma un esemplare del Gatto del Cheshire nel Paese delle Meraviglie raccontato da Lewis Carroll, con la Bambina-del-Tiramisù nei panni di Alice. Riapparirà su un altro ramo, ridendosela di tutti come lo Stregatto della versione animata di Walt Disney? Ma no, lui è grigio, né striato, né panciuto, né dedito ai piaceri della tavola: la carne nel cesto non lo ha tentato affatto.
Ci sarebbe da accertarne la personalità, per risalire alla sua ascendenza. Amerigo pensa a Daineo Principe di Ballanza, il giovane nobile settecentesco nato dalla fantasia di Nino Savarese, e affetto dalla Gatteria, tanto da divenire gatto in corpo di uomo, morire per le ferite di un salto dal tetto e tornare in vita da gatto in corpo di gatto, accolto alla corte del Re. Ma qui Daineo è già felino, la caduta c’è stata già, la Principessa madre e il Principe Polcamo lo hanno visto tornare in vita in sembianze gattesche. E poi è bianco, mica grigio.
Così ad Amerigo la voce muore in gola, proprio mentre il sospiro della rima shakespeariana lo spingeva verso i giovani amanti di Verona: Daineo-Daineo non scenderà dal ramo e Romeo-Romeo non rifiuterà il proprio nome. Che il problema sia dunque proprio che il gatto sul ramo non abbia ancora un nome? Il mistero si fa più intricato, e Amerigo realizza che l’autore aveva visto giusto, liberandosi dell’aneddoto e proseguendo oltre, mentre lui è rimasto imbrigliato nel cantiere di una storia surreale che vive solo dentro la sua testa. Allora gli vengono in mente i Gatti Tuttofare del poeta Thomas Stearns Eliot, e i versi resi celebri dal musical Cats di Andrew Lloyd Weber. Un gatto deve avere tre nomi differenti: quello usato quotidianamente in famiglia, uno più fantasioso pertinente a gentiluomini o che piaccia alle signore, e uno «particolare e peculiare» e «dignitoso»: «come potrebbe, altrimenti, mantenere la coda perpendicolare, mettere in mostra i baffi o sentirsi orgoglioso?». Il fatto è che lo conosce solo lo stesso gatto: sicché, quando capita di vederne uno in meditazione, in realtà è in contemplazione del pensiero del suo «ineffabile effabile effineffabile profondo inscrutabile e unico nome».

Intanto, intorno a lui, il verso di richiamo continua, levandosi verso l’alto come un’incitazione affinché il gatto venga fuori dal fitto fogliame. I clienti ai tavoli schioccano le labbra senza sosta, la Bambina-del-Tiramisù si è posizionata sotto l’albero, con il suo nastro ceruleo tra i capelli e un baffo di crema sotto il naso, che però nessuno vede perché è di spalle.

Così quel suono ossessivo non abbandona la testa di Amerigo, anche nel parco delle Terme. Il custode l’ha fatta facile, mica lo sente lui. Amerigo vorrebbe dissentire e dire a tutti di smetterla con quel risucchio di lumache, e mentre pensa alle volute perfette delle chiocciole, che oziano sull’erba dei sentieri di campagna dopo la pioggia, realizza che il nome del gatto è quello di un dodicenne ribelle alle regole familiari, che sceglie la libertà per la vita intera. E malgrado l’omonimia, non sta ne L’ultima provincia di Luisa Adorno, perché al suo personaggio basta una qualunque influenza per lasciarlo «fermo come un morto» e abbandonarlo ai voleri della madre, la Prefettessa. Il Barone Piovasco di Rondò invece è uno che mantiene la parola, senza tornare indietro alle convenzioni familiari, a partire dal respingere il piatto di lumache. E chissà che questo coro di risucchi levato fino alle chiome di platani e lecci non abbia disturbato anche lui, adesso che ha una certa età e che ha smesso di cacciare i gatti per farne cappelli di pelliccia.

Intanto, le ombre delle rovine si allungano sullo sterrato e una voce registrata in quattro lingue annuncia la chiusura imminente del Parco archeologico. Amerigo vede il custode venirgli incontro per accompagnarlo verso l’uscita, ma ormai ha la risposta in tasca, lo schiocco non lo sente più. Il custode ha un’esitazione, si ferma e un rumore lo fa guardare in alto. Un pallone aerostatico sorvola l’Aventino, un omaggio della tifoseria giallorossa per il derby domenicale: sopra la navicella sospesa nel vuoto, troneggia un Daje. E quando sfiora il più maestoso dei platani, Amerigo vede due ombre volare insieme dai rami e atterrare dentro la cesta. Salta chi osa, e il Barone rampante e Cosimo il gatto adesso viaggiano insieme.
Riferimenti bibliografici:
- Edgar Allan Poe, Il gatto nero, Mursia 2008
- Luis Sepulveda, Storia di una gabbianella e del gatto che le insegnò a volare, Salani Editore 2005
- Carlo Collodi, Le avventure di Pinocchio, Feltrinelli 2014
- Georges Simenon, Il gatto, Adelphi 2011
- Lewis Carroll, Alice nel Paese delle Meraviglie, Feltrinelli 2013
- Nino Savarese, Gatteria: nuova stranissima storia di un principe gattesco (1925), Sellerio 1992
- William Shakespeare, Romeo e Giulietta, Fabbri Editori 2001
- T.S.Eliot, Il libro dei Gatti Tuttofare, Bompiani 2014
- Luisa Adorno, L’ultima provincia, Sellerio 1983
- Italo Calvino, Il barone rampante (1957), Oscar Mondadori 2013
- Un po’ di tavole di Cosimo, ispirato al Barone rampante. L’ultimo libro illustrato dell’artista catalano Roger Olmos racconta uno dei personaggi più famosi di Italo Calvino, in Il Post del 5 aprile 2016