
C’è un momento, in ogni viaggio, che quasi non compare mai nelle fotografie per Instagram. Non è l’arrivo, non è il monumento più famoso di una città, né gli edifici brutalisti dell’ex Jugoslavia o quelli romantici dell’Europa dell’Est, o semplicemente un luogo qualsiasi del mondo. Non è nemmeno la strada dove grandi poeti e filosofi del Novecento hanno bevuto vino o fumato una sigaretta. E non è neppure la spiaggia dove geni del cinema italiano sono stati assassinati a bruciapelo.
È qualche secondo prima: quando abbiamo già il biglietto in mano, la valigia chiusa e ancora…siamo in un territorio sconosciuto. Quell’istante è un piccolo “salto”. Saltitos, come diremmo in Messico. A volte, viaggiare non comincia quando l’aereo decolla. Comincia quando compriamo un biglietto per un luogo che ancora non conosciamo e accettiamo, anche solo per qualche ora, di rinunciare al controllo. Forse alcuni di voi “tornano sempre nello stesso posto”. Ma qui sta la trappola per chi crede che il viaggio sarà lo stesso: non lo sarà. Perché anche la stessa destinazione cambia con il passare del tempo, e ciò che ci aveva affascinato la prima volta può essere ancora lì, pronto per nuovi turisti. Ma per noi sarà un altro salto nel territorio dell’ignoto, perché quella magia non c’è più. Se ne crea una nuova, oppure nasce una nostalgia smisurata di cui vale la pena godere altrettanto.
Come un atleta che salta con l’asta, in alto o in lungo, non si lancia completamente alla cieca: calcola, misura, corre… suda. Conosce il proprio corpo, la distanza, la velocità, l’altezza che vuole raggiungere. Ha ripetuto quel movimento centinaia di volte. Eppure, per una frazione di secondo, abbandona il suolo. Come se volasse.
Anche il viaggiatore calcola, misura, corre… suda. Controlla gli orari, prenota gli hotel, studia le mappe, cambia i soldi, scarica biglietti e mappe offline. Nasconde il passaporto in una tasca segreta. Fa tutto il possibile per addomesticare l’ignoto. Ma arriva un momento in cui nessuna preparazione serve più. Il gate si chiude, i passeggeri allacciano le cinture.
Forse è per questo che viaggiare ha qualcosa dell’esilio. Anche quando nessuno ci obbliga ad andarcene. Per qualche ora lasciamo indietro le nostre coordinate: la casa, la lingua, le abitudini, le persone che sanno chi siamo davvero. In un altro luogo nessuno conosce ancora il nostro nome. Nessuno sa qual è il nostro colore preferito, quali sono i nostri hobby e le nostre ossessioni. Dobbiamo presentarci di nuovo, spiegarci con altre parole che ci distinguono.
Il turista porta con sé una macchina fotografica, un outfit per ogni giorno e per ogni città, scarpe nuove, il selfie stick. Il viaggiatore porta soltanto domande.
E forse è proprio lì che compare un’altra forma di saltito: la migrazione. C’è chi salta perché vuole scoprire cosa ci sia dall’altra parte del fiume e chi salta perché restare a casa non è più possibile. Ci sono salti scelti e salti imposti. Alcuni nascono dalla curiosità, altri dalla necessità. Alcuni hanno un biglietto di ritorno, altri no. Ma tutti condividono qualcosa: l’incertezza del luogo in cui atterreranno. L’avventura non consiste soltanto nell’arrivare in un altro luogo. Consiste nell’accettare, per un certo periodo, l’incomodità di non sapere con esattezza chi saremo lì. Perché ogni viaggio, effimero o senza ritorno, modifica il nostro rapporto con il mondo. Torniamo con fotografie, souvenir, parole nuove, vestiti sporchi, scarpe rotte, ma anche con piccole crepe nelle certezze che avevamo prima di partire.
È così che scopriamo che la città che credevamo di conoscere non era il mondo intero. Che la nostra lingua non è l’unico modo di dare un nome alle cose. Che esistono altri modi di mangiare, di dire “addio”, di amare, di aspettare l’autobus. E che anche noi, quella persona che ha chiuso la valigia prima di partire, non siamo esattamente gli stessi che tornano. Per questo mi piace pensare che la valigia sia una specie di contraddizione. La prepariamo per portare con noi ciò di cui crediamo di avere bisogno.
Cerchiamo di portare una piccola versione della nostra vita per sentirci ancora noi stessi altrove. Ma penso anche che viaggiare consista proprio nello scoprire quali cose possiamo lasciare fuori. Ciò che possiamo perdere o cambiare. Ciò che non possiamo controllare.
È lì che mi rendo conto che il vero saltito è di chi, per un istante, abbandona la propria città. Di chi cambia lingua, di chi comincia una relazione e di chi ne finisce una. Di chi accetta un lavoro lontano (Beato chi fa Smart working). Di chi emigra: il salto di chi parte senza sapere quando potrà tornare.
Tutti noi, a un certo punto, dobbiamo abbandonare il suolo. Forse questa è la parte più difficile di ogni trasformazione: quel breve territorio sospeso tra una cosa e l’altra. Non siamo più quelli che eravamo. E ancora non sappiamo chi saremo.
Stiamo manovrando con il vento. E forse viaggiare è una delle forme più belle per imparare a vivere proprio lì.
Perché, alla fine, un biglietto aereo non è una garanzia di arrivo. È una promessa dell’impreciso.
E per scoprirlo, prima dobbiamo avere il coraggio di saltare.