
In atletica leggera c’erano e ci sono i salti. C’erano e ci sono perché, come nome, settanta anni fa, quando la praticavo io, ed oggi, sono sempre gli stessi: il salto in alto, sempre salto in alto è ma le tecniche e i risultati sono molto ma proprio molto diversi. Ai miei tempi saltare l’asticella a un metro e mezzo era un obiettivo, oggi icampioni saltano oltre i due metri. All’epoca si saltava sfiorando col fianco l’asticella, poi venne il “ventrale” e ora il “dorsale”.
Analoghe considerazioni valgono anche per il salto in lungo.Questi erano i due salti previsti nei campionati studenteschi che si svolgevano trai gruppi sportivi delle varie scuole nelle fasi provinciale, interprovinciale (Sicilia e Calabria) e nazionale. Considerato che la pista aveva solo sei corsie, i campioni provinciali delle nove province della Sicilia e delle tre della Calabria costituivano i dodici atleti per effettuare due batterie da sei. I primi tre di ogni batteria disputavano la finale dal primo al sesto posto. I secondi tre la finale dal settimo al dodicesimo posto. Questi campionati furono possibili in quanto, con legge del 1951, fu prevista per le scuole la possibilità di costituire il “gruppo sportivo” con relativo assegno ad hoc per l’insegnante di educazione fisica quale compenso per l’impegno aggiuntivo, oltre le due ore curricolari previste nell’orario scolastico, da dedicare alla preparazione degli atleti.
C’erano anche le corse piane: di velocità (la 100 metri), di mezzofondo (la 1.000metri), e la corsa ad ostacoli (la 80 metri), gli ostacoli non si “saltavano” ma si“passavano” con un passo lungo oltre i tre metri. C’erano poi il getto del peso e il lancio del disco. E la staffetta 4×100.
Svolti i campionati studenteschi cessava anche la pratica dell’atletica leggera.Tutti a casa per le vacanze. E però l’atletica leggera si praticava anche e soprattutto con le società sportive. Nei campionati di società oltre al sato in alto e al salto in lungo c’erano e ci sono il salto triplo e il salto con l’asta e altre gare piane e ad ostacoli. Ma a Ragusa non si riuscì, nei primi anni sessanta, gli anni della mia attività sportiva, ad avere una società che se ne occupasse. Procurasse cioè tute, scarpette, magliette; pagasse le trasferte e, soprattutto, l’allenatore.
Successe però che un allenatore spuntò per caso. Non pagato e da non pagare.Salvatore Padua, Totò Padua. Non era professore di educazione fisica, era un ragazzo che non era andato avanti negli studi al liceo classico di Ragusa, dove aveva cominciato a praticare la pallacanestro. Frequentava il secondo anno del magistrale a Modica, e ci allenava e bene. Ci allenavamo al campo di calcio ENAL di via Archimede. Non c’era la pista per la corsa, neanche disegnata, in quanto i segni di gesso tracciati in occasione della disputa dei campionati studenteschi venivano prontamente cancellati. Prato verde, terra rossa. . . ?! neanche a parlarne! C’erano a stento due buche con la sabbia, per il salto in lungo e per il salto in alto. Non c’erano attrezzi a disposizione. Quelli esistenti, di proprietà del Provveditorato agli studi erano chiusi in una baracca, che si apriva solo in prossimità dei campionati studenteschi, allorché erano presenti gli insegnanti di educazione fisica delle varie scuole. Come blocchi di partenza usavamo delle buchette scavate nella terra.
Io mi allenavo agli ostacoli senza ostacoli. Successivamente ottenni l’uso di tre ostacoli dei campionati studenteschi alti 91,4 cm, e quelli regolamentari, alti 106,7 cm, li vedevo solo in occasione delle gare. Avevamo a disposizione lo squallido spogliatoio della squadra ospite per appoggiare i vestiti. Non c’è acqua per lavarsi. Doccia. . . ?! neanche l’idea! D’altronde la maggior parte di noi non aveva la doccia in casa! Erumu a-mmienzu a na ciusa! Eppure facciamo atletica leggera.
Salvatore, velocista con buoni risultati nella 100 m. piani e nei salti in lungo e triplo, è il nostro maestro, si allena assieme a noi e al tempo stesso cura la nostra preparazione per le varie specialità. Dove e come ha imparato le cose che ci insegna?! Non lo so, nessuno glielo ha mai chiesto. La sua competenza e autorevolezza sono immediate, spontanee, assolutamente e unanimemente indiscusse e accettate da tutti. Sicuramente avrà letto qualcosa, ma oggi, a pensarci, credo che molto inventasse e sperimentasse. Lo sport ce l’aveva nel cuore, nella mente, nel sangue. È un leader naturale. Anche oltre gli allenamenti. Con lui si stava sempre bene. Dentro e fuori dal campo sportivo. Si formò così una squadra di atletica leggera che riesce a suscitare l’attenzione di qualche dirigente della Democrazia Cristiana che a livello nazionale era presente con la squadra di atletica Libertas. Così ci tesserammo con la Libertas Ragusa. Ci diedero delle tute di felpa e le magliette con la scritta Libertas. Questa allegra compagnia al nome di Libertas Ragusa partecipa, negli anni 1960 e1961, a tutte le manifestazioni regionali di atletica leggera, ben figurando, perché, oltre alla giovialità, c’è la buona preparazione tecnica curata da Salvatore. Tuttavia idirigenti dalla Libertas Ragusa prestano scarsa attenzione alla squadra e così alla fine del 1961, proprio e solo grazie alle conoscenze e al prestigio di Salvatore, traghettiamo tutti nella Polisportiva Siracusa costituendone oltre i due terzi. Senza contare che lì ritroviamo Nello Amato, compagno di liceo di Salvatore, velocista con ottimi tempi, nonché specialista del lancio del giavellotto e successivamente stimato professore di latino e greco, nato e vissuto fino a qualche anno prima a Ragusa, a Santa Maria delle Scale, dove sin da ragazzino si era distinto nel lancio delle pietre nelle battaglie contro quelli del quartiere Archi. Ottima preparazione per il lancio del giavellotto. Già, perché negli anni cinquanta, si stava in mezzo alle strade, si giocava a palla, con una palla di stracci arrotolati o di gomma, o tuppiettu, e sordi spicci, e nucidi, e figuirini, o scinni e ncravacca, ammuccia, c’era lo spirito di quartiere e contro i limitrofi si facevano battaglie in cui, per fortuna, le disquisizioni strategiche e tattiche prevalevano sulle azioni. Poi le strade furono occupate dalle automobili e non si poté più giocare.
Salvatore finisce il magistrale e va a Roma all’ISEF (Istituto Superiore diEducazione Fisica). Noi continuiamo ad allenarci secondo le cose che lui ci ha insegnato e continua a suggerirci da lontano e quando torna a Ragusa. Nel 1962 la Polisportiva Siracusa, i cui due terzi sono allenati da Salvatore, si classifica per la semifinale nazionale dei campionati assoluti per società che si disputa a Roma. Abbiamo così la soddisfazione, l’onore, la gioia, di gareggiare all’Olimpico sulla stessa pista dove, appena due anni prima, Livio Berruti, vincendo l’Olimpiade, aveva stabilito con 20”5 il record mondiale della 200 metri. Salvatore era già a Roma e ci raggiunge allo stadio. È l’anno in cui ottiene i migliori risultati: 11” nei 100 metripiani; mt.14,11 nel salto triplo e mt. 6,98 nel salto in lungo, che all’epoca si collocano ai vertici siciliani.
Facciamo la stagione 1963 ancora come aretusei sotto i colori della Sincat Siracusa e a Palermo, il 18 e 19 maggio 1963, ai campionati regionali manchiamo il primo posto solo per pochi punti a causa della gara sfortunata del mezzofondista. C’è sempre Salvatore con una buona prestazione nei 100 metri piani. Poi ci disperdiamo e finisce la più bella, più esaltante e più gloriosa stagione dell’atletica leggera ragusana, il cui merito è da attribuire tutto e soltanto a Salvatore Padua, che in circostanze e condizioni assolutamente impossibili ha saputo fare di un gruppo di ragazzi una vera squadra di atletica leggera. Nel 1964 acquisisce il titolo di insegnante di educazione fisica e, al seguito della famiglia, va a Sondrio, dove riprende il suo “primo amore”, la pallacanestro, ed è subito amato e apprezzato e ancora oggi ricordato con un torneo di basket da lui ideato e a lui intitolato e che vede, ogni anno, squadre di prestigio nazionale e internazionale. Perché a Sondrio, in meno di quattro anni di attività, diffonde e lancia la pallacanestro in tutto il Valtellinese. Nel 1968 muore in un banale incidente stradale. Lui che non aveva imparato a guidare! Il mondo sportivo ragusano gli ha intestato lo stadio di Via Zama.