Le Olimpiadi del 1936 giunsero in un momento storico molto delicato che avrebbe portato alla seconda guerra mondiale. Hitler era in piena ascesa e voleva sfruttare l’evento di Berlino quale strumento di propaganda per manifestare agli occhi del mondo la supposta superiorità della razza ariana. Ma non aveva fatto i conti con lo spirito olimpico, nobile fuoco nell’anima dei veri sportivi. Se il mondo fosse pervaso dai valori olimpici dimenticheremmo presto le guerre e tutto ciò che le animano. Tale spirito era pienamente incarnato da Luz Long, grande atleta di Lipsia. Quando vide, durante le qualificazioni, il suo principale rivale Jesse Owens in difficoltà  dopo due salti in lungo nulli, lo aiutò nell’ ultima possibilità a disposizione. Long, da sportivo, voleva vincere, ma per aver saltato meglio del suo avversario e non certo grazie a 3 salti nulli; così consigliò al rivale di iniziare la sua corsa un po’ più indietro e posizionò un fazzoletto bianco per fornirgli un ulteriore riferimento visivo. L’atleta afroamericano riuscì così a qualificarsi per la finale, nella quale saltò 8 metri e 6 cm (medaglia d’oro e record olimpico, che resterà imbattuto fino al 1960); conquistò ben 4 medaglie d’oro: salto in lungo, 100 metri, 200 metri e staffetta. Tali gesti strabiliarono Long che portò Owens in trionfo in un giro di pista memorabile. Il tutto davanti agli occhi inorriditi dell’intero stato maggiore della Wehrmacht. Owens anni dopo dichiarò: “Hitler deve essere impazzito vedendo che ci abbracciavamo” (Fonte “Cerchi di gloria – Passione olimpica”-youtube). Tra i due nacque una splendida amicizia che resistette anche alla guerra. Prima di restare ucciso in Sicilia durante l’operazione Husky, l’atleta di Lipsia spedì un’ultima struggente lettera all’amico Owens. Temendo la fine ormai prossima, Long espresse il desiderio che il figlio, ancora molto piccolo, venisse a conoscenza della loro amicizia fraterna, mai intaccata dal regime e dalla guerra. Morì a 30 anni il 14 luglio 1943 ed è seppellito presso il mausoleo germanico/monumento alla pace di Motta S. Anastasia (CT). Ogni tanto vado a trovarlo, c’è una immensa distesa di ulivi, l’unico suono è il canto degli uccelli. La consuetudine è quella di depositare non un fiore, che appassisce, ma un sasso (antichissima usanza soprattutto ebraica. Il sasso viene posto come forma di rispetto e segno durevole del nostro passaggio). Questo posto ci ricorda la follia della guerra e la potenza dei sentimenti, anche in circostanze a dir poco avverse. Ecco uno stralcio della lettera, il più toccante: “il mio cuore mi dice che questa potrebbe essere l’ultima lettera che ti scrivo. Se così dovesse essere, ti chiedo di andare in Germania quando il conflitto sarà finito. Va a trovare mio figlio e raccontagli che neppure la guerra è riuscita a rompere la nostra amicizia. Tuo fratello, Luz”. Owens rispettò la sua volontà e andò più volte a trovare il figlio di Long in Germania, partecipando anche alle sue nozze.

I film che narrano la storia di Luz Long

A parte qualche corposo documentario, l’unico lungometraggio di cui sono a conoscenza è “Race – Il colore della vittoria”, film del 2016 di Stephen Hopkins, nel quale il rapporto tra i due atleti viene discretamente approfondito. Poi c’è il pluripremiato cortometraggio “Freunde” (trad. “Amicizia”/anno 2019), di Vladimir Di Prima e Lavinia Zammataro (sceneggiatura di Sergio Barone, Lavinia Zammataro, Attilio Romano; soggetto di Umberto Lugnan) che omaggia questa coraggiosa amicizia, che qualcuno definì addirittura “impossibile” per evidenziare il contesto storico in cui nacque.

Hitler beffato da un gesto semplice e spontaneo

Luz Long era un grandissimo atleta. Basti pensare che proprio alle Olimpiadi di Berlino 1936 stabilì il record olimpico di salto in lungo prima di essere superato da quello di Owens. In più era biondissimo, slanciato, con gli occhi azzurri, un testimonial perfetto della “razza ariana” promulgata dal regime nazista. Avrebbe dovuto umiliare chi veniva descritto nel Mein Kamft come “semiscimmia” biologicamente inferiore. E invece che fa? Non solo aiuta il suo rivale afroamericano a compiere il suo salto di qualificazione; addirittura lo omaggia con un gesto certamente spontaneo più che politico, ma che poi politico lo diventa per forza: Owens fu abbracciato e portato in trionfo in un giro di pista davanti agli occhi del fuhrer. Con il candore di un bambino (perché questo diventiamo quando facciamo con passione e libertà ciò che ci piace) si mise nei guai ma regalò all’umanità delle immagini potenti capaci ancora oggi, a distanza di 90 anni, di toccarci nel profondo.

2 commenti

  1. Bellissimo ricordo di due grandi “atleti-uomini” e Marcello riesce sempre a evidenziare in maniera perfetta il valore della “fratellanza umana” che va oltre la rivalità.. 👍

    1. Grazie Olga. Mi fa piacere che ti sia piaciuto. Un grande abbraccio ❤️

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