
Se guardiamo indietro alla nostra storia, la cultura assomiglia a una grande mappa comune. Viaggiamo, entriamo in un museo, leggiamo libri e, anno dopo anno, se le cose sono andate bene, andiamo a comporre una gigantesca tela che parte dai Greci e arriva fino a ieri mattina. È il ritratto di come gli esseri umani si sono mossi nei secoli, guidati dall’intuito e dai desideri.
Ma se osserviamo bene questa mappa, ci accorgiamo che non è una linea retta. È fatta di strappi, di vuoti e, soprattutto, di grandi, imprevedibili salti.
Di solito l’umanità non si muove in modo brusco. Nel tempo preferisce la coreografia: l’Illuminismo, gli Impressionisti, le grandi rivoluzioni della letteratura hanno impiegato anni, talvolta decenni, per cambiare il nostro modo di guardare il mondo. La storia si comporta spesso come una grande marea: un’onda d’avanguardia si spinge in avanti con uno scatto velocissimo, mentre il resto della società compie un movimento lento, sinuoso, di accompagnamento.
Eppure, ci sono momenti in cui si avverte qualcosa nell’aria. Un rumore impercettibile che molti non hanno ancora sentito. In quel preciso istante, la società si scuote e si prepara allo stacco.
Non mi viene in mente, in questo momento, niente che spieghi meglio questa vertigine di un fatto accaduto nell’atletica leggera, il salto in alto.
Dobbiamo fare un salto temporale fino alle Olimpiadi di Città del Messico del 1968. Fino a quel giorno, il mondo del salto in alto aveva affrontato l’asticella prevalentemente con tecniche come lo stile ventrale o quello a forbice. Poi arriva un ragazzo di ventun anni, con le braccia sottili da giocatore di scacchi e un modo di saltare che sembra, prima ancora che difficile, sbagliato.
Si chiama Dick Fosbury.
Dick prende la rincorsa disegnando una parabola semicircolare mai vista prima e, arrivato davanti all’ostacolo, compie il gesto più illogico del mondo: si gira di spalle all’asticella.
Salta all’indietro, inarcando la schiena verso il cielo.
Il gesto sembra controintuitivo: perché dare le spalle proprio a ciò che devi superare? Ma Fosbury vince l’oro olimpico con 2,24 metri e stabilisce il nuovo record olimpico. Nel giro di pochi anni, il suo stile, quello che diventerà famoso come Fosbury flop, cambia per sempre il modo di affrontare l’asticella.
Non aveva semplicemente trovato un modo migliore per fare la stessa cosa.
Aveva cambiato la domanda.
Ed è qui che il salto diventa interessante.
Spesso ci convinciamo che la nostra evoluzione sia solo questo: un cammino lentissimo, raffinatissimo, in cui perfezioniamo le nostre tecniche fino a sfiorare il limite di ciò che sappiamo fare. Eppure, proprio quando arriviamo lì, scatta qualcosa.
Sono momenti enigmatici e di un’intensità quasi fisica. Non parliamo di un singolo individuo che si gira irrequieto nel letto: parliamo di un’intera collettività che, in un tempo rapidissimo, decide di compiere un movimento brusco. Un movimento che, a guardarlo con gli occhi del passato, appare completamente illogico.
È il momento in cui i vecchi canoni letterari diventano improvvisamente superati, l’arte si rifugia dentro dei quadrati di colore, una nuova tecnologia rende obsolete abitudini che sembravano eterne, e un muro che pareva destinato a dividere due mondi crolla nello spazio di una sola notte.
Questo tipo di salto non si progetta a tavolino. È qualcosa che nasce quando una vecchia regola smette di bastare e qualcuno, un artista, uno scienziato, un atleta, una società intera, decide di provare a guardare la stessa cosa da un’altra parte.
Forse è anche per questo che a scuola ci abituano a un sapere lineare, ed è naturale che sia così: impariamo che esistono delle domande e studiamo le risposte esatte. Siamo profondamente legati a questo schema. Ma i grandi salti della storia non funzionano così.
Il vero sapere non consiste soltanto nell’accumulare soluzioni pronte, ma nel saper dimorare nei paesaggi delle domande. Spesso azzardiamo risposte di pancia che poi si rivelano parziali, ma la vera magia accade quando decidiamo di abitare lo spazio del dubbio.
È solo lì dentro, in quel perimetro aperto, che si incontrano e si collegano storie apparentemente lontanissime: un atleta che cambia il modo di saltare, una grande rivoluzione tecnologica, un quadro che rompe con tutto ciò che lo ha preceduto, la forza di una voce che decide di non parlare più la lingua del passato.
C’è un piacere quasi fisico nel riscoprire queste traiettorie. Ed è la stessa vertigine che proviamo ogni volta che sfogliamo una rivista, apriamo un libro o ci mettiamo a spiare, da lettori, il movimento degli umani nei secoli.
In quel momento la cultura smette di essere teoria.
Diventa carne, rincorsa, stacco.
Diventa quel decimo di secondo in cui qualcuno smette di calcolare il rischio, cambia prospettiva, si scuote e decide finalmente di staccare i piedi da terra.
Non per saltare più in alto.
Per saltare in un altro modo.