
<<…Le donne Masai, d’ogni età e altezza, presero a innalzarsi verso le stelle. Con cadenze di slanci e fragore di ngili-ngili, seni danzanti e voci viscerali, il viola delle vesti smosse e le braci di fiamma crepitare sinuose in cerchio, i lapilli salivano mentre l’anziana fece schioccare la lingua in un canto ancestrale, gutturale e ossessivo, gli uomini s’erano allineati di fronte a loro, dietro le nostre spalle, pareva la notte dei tempi e niente sembrava poter intaccare quel senso di natura immane, possente, assoluta…>>

I Masai sono animali di savana. E usando il termine ‘animali’ non intendo offendere nessuno, men che meno gli animali.
I Masai – esattamente come gli animali – sono perfettamente connaturati all’ambiente dentro al quale si muovono, ne rispettano le regole non scritte, i codici senza tempo, le cosmogonie e i linguaggi. Niente, nei reciproci ancestrali gesti, collide con quel mondo aspro e intatto, nel quale ogni creatura terrestre, sin dalla notte dei tempi, condivide spazi e istinti, stelle e fili d’erba, arcobaleni e carestie.
Un paradiso che sa essere crudele, ma mai malvagio.

Nel 2016 ho avuto l’onore di essere presentato alla comunità Masai di Idodi, regione di Iringa, Tanzania. Sono stato ospite nel loro villaggio, a Kibaoni, con tutti gli onori e per quasi due giorni, e ho ammirato lo stesso cielo stellato, condividendo cibo, silenzi e storie.
Insieme a loro, ho potuto addentrarmi nella savana, annusando la stessa pioggia e le orme degli animali, seguendo il volteggio di stormi fragorosi e le ombre polverose di branchi di passaggio, muovendomi tra sterpi acuminati e sorrisi fraterni. Senza parole, se non ascoltando la loro lingua animale (il ‘kimasai’), imparando certe usanze ataviche. I loro bambini sono diventati i miei, e con l’oscurità tutti dentro alle capanne.

Dopo 10 anni di presenza e di vicinanza agli amici Masai, mi rimangono l’amicizia con Frank e Adamu, e le loro famiglie, un bambino – oggi ragazzino – che porta il mio nome, i braccialetti e le cavigliere che le donne mi hanno cucito addosso in tutto questo tempo, Mesk’ana, Mary, Stomae, Maria, Ester, Upendo; e le collane di appartenenza, e i teli – oh, quei meravigliosi teli rossi – che i ragazzi mi hanno donato, Imani, Imma, Magadula, Enock, Maimbula, Meshaki, Josephu, insieme agli abbracci, alle emozioni, e al tempo nella distanza.

Ho imparato che la notte viene lasciata agli animali. Che i pipistrelli non sono aggressivi, ma le iene si, e che il telo rosso è un passaporto: i leoni raramente ti attaccano, gli elefanti si focalizzano solo sul tessuto, le gazzelle non sempre scappano via.
Ho imparato che i Masai proteggono le mogli stando loro lontane, e che possono camminare mano nella mano col migliore amico. Che sanno usare il silenzio come pochi.
Ho imparato ad aspettare che il sonno lasci il mio corpo prima di intraprendere un impegno, e che è bene scegliere qualcosa che mi faccia stare bene subito. Che il tempo non mi appartiene, le persone amate neanche, dunque nemmeno i figli sono miei, e che non bisogna opporsi in nessun modo ad un torrente in piena, a un baobab che cade, a una carica di bufali.
Che se siamo qui, ancora, si può sempre ricominciare, come nulla sia stato. Nonostante tutto.

Insomma, i Masai sono una parte della natura, esattamente come il leopardo, una alluvione, l’acacia spinosa e la transumanza.
La loro danza, i loro salti, sono una esibizione di forza e di grazia, coreografia di canti e di seduzioni antiche, balzi rituali a ginocchia dritte e schiene lunghissime, col bastone in mano, e ogni atterraggio è fantasia, è invito e sorpresa, polvere che non si solleva e cadenza di sussulti, ogni slancio disegna cicatrici di lotte primitive in penombre mute, ha l’ossessività carnale di un mondo che necessita di presenza vera, pulsante, sicura.
In fondo, i Masai saltano per dilatare orizzonti, per farsi riflesso di costellazioni, i Masai saltano insieme come le acque da una scoscesa pendice, come spiriti pagani in una torma di venti.
Un Masai fluttua nel vento, sospeso nel tempo, in una luce sua, rarefatta e ansante, ha l’eternità dei suoi padri e della sua tribù.
Kabila.

Per quale motivo, dunque, l’attuale governo della Tanzania ha deciso di sfrattarli dalle loro terre ancestrali, al di qua del Kilimangiaro? I Masai da secoli vivono in quell’Eden equatoriale, nei parchi del Serengeti, Ngorongoro e Tarengire, costituendo una comunità che punteggia soltanto quelle savane piovose, costellando le rigogliose radure con i loro villaggi invisibili, perfettamente incastonati nella natura.

I media occidentali parlano di sovrappopolazione, addirittura di ostilità da parte di questa fiera tribù, o di ecosistemi in sofferenza. Scrivono di elefanti e leoni morti in gran numero per aver bevuto acque di torrenti avvelenate proprio dai Masai. Che sono coloro i quali rispettano le distanze di un ippopotamo, proteggono una lucciola, usano legna di alberi già abbattuti dagli elefanti per costruire capanne o recinti
Sono gli stessi media che nascondono la morte dell’ultimo rinoceronte bianco maschio da parte dei bracconieri, o che tacciono sulle colture intensive dalle parti di Arusha, per colpa delle quali sono state disboscate intere zone montuose. Sono gli stessi media che omettono gli interessi privati di danarosi sceicchi, che intendono trasformare Ngorongoro in una propria riserva di caccia, o delle grandi multinazionali del turismo che intendono lottizzare i grandi parchi del Nord.
Sono gli stessi media che evitano di parlare del mega oleodotto che, dall’Uganda, attraverserà tutta la parte settentrionale della Tanzania, dopo che sono stati distrutti milioni di ettari di foresta.

L’ultima volta che sono andato via da Idodi, non sapevo che sarebbe stata l’ultima. Tutto il villaggio ha danzato nella notte, dai più piccoli ai più grandi, estenuando nenie e gorgheggi: e soltanto quando i miei amici hanno iniziato a saltare, saltare in alto, saltare sempre di più, toccando con le loro teste i nuvoloni bassi sopra Mapogoro, lampi muti hanno acceso nell’oscurità il nostro triste saluto.

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