Quando si parla di un salto, si pensa a uno slancio in avanti, al superamento di un ostacolo, a un movimento che ci porta più lontano. Eppure, osservando il mondo di oggi, viene il sospetto che l’umanità abbia perfezionato una tecnica curiosa: il salto all’indietro. Prendiamo la rincorsa verso il futuro e atterriamo cento anni prima, possibilmente convincendoci di aver appena inventato qualcosa di rivoluzionario. Basta confrontare gli anni Venti del Novecento con quelli del Duemila. Nel 1920 il mondo cercava di riprendersi dalla Prima guerra mondiale e dall’influenza spagnola; nel 2020 cercava di sopravvivere a una pandemia chiamata Covid. È cambiato il nome, è cambiata la tecnologia, abbiamo aggiunto le videochiamate e lo smart working, ma per il resto ci siamo ritrovati a discutere di mascherine, contagi e distanziamento. Un secolo di progresso per scoprire che il virus non legge i libri di storia e che, evidentemente, nemmeno noi li leggiamo abbastanza. Anche la politica sembra avere una passione per il vintage. Cento anni fa, i regimi autoritari guadagnavano terreno, i nazionalismi si rafforzavano e l’Europa si preparava a una nuova stagione di tensioni. Oggi, in diverse parti del mondo, tornano leader che promettono ordine, grandezza e soluzioni semplici a problemi complicati. Cambiano le divise, spariscono alcuni baffi e arrivano i profili social, ma il culto dell’uomo forte sembra non passare mai di moda. Altro che ritorno al futuro: qui siamo al remake, con un budget più alto e una campagna pubblicitaria migliore. Persino il razzismo sembra aver trovato il modo di aggiornarsi senza cambiare davvero. Quello che un tempo veniva espresso apertamente oggi può presentarsi sotto forme più eleganti: una battuta, un sospetto generalizzato, un’emergenza trasformata in pretesto per indicare un nemico. Insomma, il pregiudizio ha fatto un corso di comunicazione e ha imparato a usare parole più presentabili. Non è scomparso: ha semplicemente rinnovato il guardaroba. E mentre la tecnologia compie salti da gigante, la nostra capacità di imparare dal passato sembra procedere a passo d’uomo. Studiamo le tragedie sui libri, celebriamo anniversari solenni e promettiamo che certe cose non accadranno mai più. Poi, quando si ripresentano condizioni simili, ci comportiamo come se nessuno ci avesse avvertiti. Forse la memoria storica è come un aggiornamento del software: accettiamo i termini e le condizioni senza leggerli. Naturalmente, la storia non si ripete mai in modo perfettamente identico. Ma è proprio questo il rischio: le vecchie idee ritornano travestite da novità e noi, impegnati ad ammirare il costume nuovo, non riconosciamo chi lo indossa. Forse il vero salto non consiste nel correre più velocemente verso il futuro, ma nell’imparare a non ricadere negli stessi errori. Perché l’umanità ha dimostrato di saper fare salti straordinari. Deve soltanto controllare dove atterra: continuando così, tra cento anni potremmo festeggiare un’altra grande innovazione, riscoprendo qualcosa che avevamo già imparato nel 1920. Se saremo fortunati, almeno avremo inventato mascherine più comode.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *