“Benvenuti sulla nostra barca felice”

(dal film  “I Love Radio Rock/The Boat That Rocked” di Richard Curtis)

Cos’è il rock oggi? Un genere musicale? Un modo di essere? Esclusivamente un fenomeno commerciale? Un modo generico per denominare qualsiasi cosa abbia un ritmo? Difficile definirlo, anche perché contaminato innumerevoli volte. Proviamo ad elencare approssimativamente alcune sue trasformazioni: il rock’n’roll delle origini già nasceva come commistione di musica nera e bianca (Elvis la stella più luminosa, Buddy Holly probabilmente il più grande innovatore; il rockabilly la sua costola più longeva); coi Beatles c’è un’autentica rivoluzione sonora; coi Rolling Stones l’impennata del rock-blues; il folk rock interpretò gli umori e gli ideali  degli anni ‘60; il country-rock ebbe un successo planetario (soprattutto ad opera degli Eagles); il progressive rock ampliò la libera sperimentazione senza limiti (né di durata dei brani né di dialogo tra generi); i Pink Floyd imposero il loro stupefacente impatto scenico-visivo; il glam-rock (David Bowie su tutti) unì varie forme d’arte; il punk col suo impulso distruttivo scosse Londra negli anni ‘70 per poi diffondersi a macchia d’olio; sempre in quell’area nacquero hard rock e heavy metal, esplosioni adrenaliniche fuori ordinanza che daranno vita ad ulteriori sottogeneri quali trash metal, black metal, progressive metal, power metal, symphonic metal ecc.; la new wave segnò gli anni ’80 cercando nuove vie; il dark fu capace di leggere il mal di vivere di chi non si riconosceva nelle atmosfere patinate di quel periodo; il college/alternative-rock dei REM (a sua volta influenzati dai Byrds) aiutò le giovani generazioni a leggere, tradurre, accettare, vivere le loro emozioni aprendosi all’impegno socio-ambientale; negli anni ‘90 il grunge (da Seattle) esplose con la sua sincera ruvidità; non dimentichiamo poi (in ordine sparso non cronologico e non di importanza) il rock elettronico, il rock underground, il crossover rock-rap sperimentato da Run DMC/Aerosmith e Beastie Boys, l’ etno-rock, il pop rock, il jazz-rock (o fusion), il rock psichedelico, il britpop, indie-rock; altri sconfinamenti in soul, funk, rhythm and blues, reggae; lo ska, l’ hardcore, il gothic sound, il post-punk e sicuramente dimenticherò qualche ulteriore sfaccettatura o contaminazione. Con questo elenco interminabile non intendo tediare i lettori ma cerco di evidenziare che si tratta di una realtà talmente complessa e variegata che è avventuroso inglobarla in un unico ragionamento (come ha fatto qualcuno allo scopo, per esempio, di demonizzarla). E altrettanto difficile è descriverne i protagonisti attraverso tratti comuni di personalità.

Ci sono i mestieranti del rock. Rispettabili, come degli impiegati che fanno con dedizione il loro onesto lavoro.

Ci sono i malati di divismo, vogliosi di stupire ad ogni costo.

Ci sono i marchettari del rock. Cantano e suonano pezzi che ormai detestano e fanno il minimo sindacale che gli consentirà di agguantare la loro fetta di torta per fuggire di corsa in hotel.

Ci sono gli artisti tutto cuore, che fanno sentire la loro presenza e che non hanno mai dimenticato la ragione che un giorno li spinse a coccolare o “violentare” uno strumento.

E poi ci sono loro: gli eroi da palcoscenico. Sono esseri speciali, capaci di darsi completamente e di trasformare persino le avversità in un’ulteriore occasione per testimoniare tutto il loro amore. Una catarsi che oltrepassa il momento di spettacolo ed i calcoli dello show business, un’energia pura che porta ad una simbiosi totale tra artista e pubblico. Pronti a dare tutto per rendere felice la loro gente. Mi limiterò ad alcuni esempi (se ne potrebbero fare tanti altri) per descrivere questa peculiarità di un certo tipo di Rock.

Il primo nome che mi viene in mente è quello di Bruce Springsteen. Ho avuto il privilegio di assistere a due suoi concerti con la E-Street Band (Roma 1987; 2016) avvertendo con chiarezza ciò che poi lui spiegò nelle sue autobiografie. Il palco è il suo elemento, l’amore per la musica si mescola a quello per il suo pubblico, contagiando ogni volta tutti i musicisti. Il concerto durava oltre 4 ore. Da spettatore ero sfinito mentre Bruce e la E-Street Band continuavano, oltre ogni limite umano, a suonare e picchiare duro, condividendo ritmi, melodie, poesia, ideali. Oggi, a 77 anni suonati, sarebbe impossibile mantenere quegli standard. Ma ne riconosco ancora la sincerità di sempre. Un gigante del Rock, portatore sano di gioia.

Dave Grohl dei Foo Fighters (citato nel gioco di parole del titolo) è sicuramente un altro eroe che interpreta questo modo di vivere il palco. Ciò che accadde a Göteborg il 12 giugno del 2015 non fu intrattenimento, fu leggenda. Caduto dal palco durante l’esecuzione della seconda canzone in scaletta, si fratturò il perone della gamba destra. Mortificato all’idea di deludere tutti quei fan che avevano gremito lo stadio, promise (nonostante fosse annichilito da un dolore lancinante) che sarebbe tornato dall’ospedale per concludere il concerto: un incredibile atto d’amore. Così fece, cantando e suonando, da seduto, con un medico che gli teneva ferma la gamba con le mani. La scaletta fu completata con ancor più ardore e dedizione del solito; il pubblico non credeva ai suoi occhi, era in visibilio, rendendosi conto di aver vissuto una serata indimenticabile.

Patti Smith, la “sacerdotessa del rock”, esprime un legame intimo e viscerale col suo pubblico. La musica sconfina nella poesia (Pasolini, Rimbaud, Baudelaire, Allen Ginsberg, William Blake), l’energia scatenata non è mai fine a se stessa ma proposta di cambiamento: per lei medesima, il pubblico, l’avvenire, il mondo intero.

Ian Astbury (cantante dei Cult), durante un concerto a Washington D.C. nel luglio 2022, vide un suo fan minutino preso al collo da un energumeno, si accorse della situazione e scese dal palco, interrompendo l’esecuzione di “Rain”. “It’s a fucking rock show!!!” (“è un fottuto spettacolo rock!” gridò). L’abbraccio al povero malcapitato fu di una tenerezza disarmante e testimoniò quel tipo di connessione che ho cercato di descrivere. Del resto Richie Havens, uno degli eroi di Woodstock (il famoso festival di pace, amore e musica del 1969), diede mandato che alla sua morte (avvenuta nel 2013) le sue ceneri fossero cosparse su quel prato che lui, per primo, inondò di musica e ideali: una scelta che spiega più di tante parole.  

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