
«Nino, è inutile che guardi alla finestra, i piccioni meno di te ne sanno. A paragone con loro, tu Prufissuri sei» – disse il maestro Ramacca. Faceva così, mentre vigilava sul tema da svolgere in classe: si aggirava tra le quindici teste chine sui fogli a righe, stringendo la bacchetta da cui si diceva che non si separasse nemmeno per andare al gabinetto. Gli allievi che aveva portato in quarta elementare temevano lui e quel suo pastorale verso l’ovile della conoscenza, perché, se non li puniva con quel legno, una specie di ramo d’albero tutt’uno con la mano sinistra, ricorreva a una certa ironia colta, che quelli ascoltavano prima stralunati, poi divertiti. La similitudine più ricorrente era quella con gli animali: riconoscersi nel leone o nella volpe delle favole di Esopo, lusingava il loro orgoglio infantile, tanto più che a Torrammare di leoni e volpi non se ne erano mai visti, mentre di cani e asini che facevano la figura del fesso ne avevano pure a casa. Più spesso, li apostrofava con titoli da adulti, così già a nove anni avrebbero imparato a distinguere il vero dalla millanteria. Il sarcasmo era un accessorio a cui abituarsi, un rito di iniziazione alla vita e all’umiltà, perché nel presente il titolato Prufissuri o Cavaleri di onori ne avrebbe ricevuti pochi. Era già una fortuna non finire a ciondolare nei corridoi con i meno timorati, quelli cacciati dalla classe in flagranza di chiacchiere e rumori molesti, e malvisti pure dal bidello, perché con quegli screanzati in punizione il pavimento pulito aveva vita segnata.
Nino non dovette attendere a lungo la reazione dei compagni. Dal fondo dell’aula il fragore delle risate esplose come una cascata d’acqua. Peppe Lanza colse l’occasione per sbirciare il compito sul banco a fianco, e Salvino Giummarra per riprodurre un fiacco verso da volatile, senza nome e senza ambizione per campanili e vette.
«Combinazione, il piccione qua era! Consegna e vai fuori, Giummarra» – proseguì Ramacca, allungando il braccio verso di lui.
«Ma non ho finito!» – protestò il bambino, di colpo ritrovatosi come uno dei polli che sua nonna allevava per la carne e il brodo. Stavolta, il collo da tirare era il suo.
«E che ti mancava di farla sul tema, per finire? Dammi qua» – ordinò ignorandolo. Per la classe che sghignazzava, il richiamo agli escrementi fu il carico da undici per ridere di Salvino e per soprannominarlo da quel momento il Cacatema, perché nessuna delle espressioni con cui si coprivano di ridicolo a vicenda sembrava avere dignità superiore a quella ispirata dal maestro.
Salvino si alzò e si avviò verso la porta, non prima di avere lanciato a chi restava lo stesso sguardo severo di sua madre, quando lo lasciava uscire con il vestito buono della domenica a patto che non andasse a caccia di granchi. Le donne della famiglia misuravano sin dalla nascita il suo mondo tra ceffoni e baci sulla fronte, richiami a essere bravo e buono e riconoscimenti che avevano il sapore dei dolciumi di mandorle e miele. Per l’etica dei suoi nove anni, lui poteva essere perdonato, gli altri no. Per questo, quella ai compagni che ridevano di lui, più che una minaccia di fargliela pagare, era stata una promessa di riscossione con gli interessi.
Nino non si fece distrarre e si concentrò sulla pagina riempita per metà, cercando di ricordare la differenza tra battere e abbattere, gli esempi usati dal maestro e la storia che gli aveva raccontato Laszlo sulla sua cattura. Per non sbagliare, si fece il segno della croce e scrisse che l’aereo da guerra su cui volava era caduto e basta.

L’amico più straordinario di cui il titolo del tema chiedeva di scrivere era lui, il soldato rinchiuso nel campo di prigionia a Nicheria, che le guardie per un periodo avevano portato alla scogliera. Quanto era durato, non se lo ricordava bene, quelli non venivano regolarmente: ovunque c’erano trazzere che dovevano diventare strade, vecchi muri a secco da rinforzare nelle scaglie tra le pietre e nei tagli a lama della copertura, montagne da scavare per aprire la via tra un paese e l’altro, e i prigionieri di guerra venivano mandati a lavorare dove c’era bisogno. Per chi li comandava, l’intaglio della spianata di scogli a Torrammare poteva aspettare.
Nino andava lì a cacciare i granchi, con cura di non cadere nelle conche, e ogni tanto li vedeva con picconi e scalpelli: alti e biondi, quattro di numero, si capiva subito che erano forestieri, con quella pelle chiara da uccello spiumato, arrossata dal sole. Le guardie non facevano avvicinare nessuno, ma alla fine avevano chiuso un occhio sui bambini che giocavano intorno, tanto sotto la minaccia dei fucili e con la catena che li legava uno all’altro i detenuti non potevano scappare. Erano ungheresi, catturati sul fronte italiano della Grande Guerra, tra le battaglie sull’altopiano friulano e le incursioni navali sull’Adriatico: posti che per le guardie erano più astratti che reali, perché nessuno di loro c’era mai stato, anzi non li nominavano nemmeno, bastava distinguerli con un lassù da quaggiù. Peccato per i compaesani che se ne andavano a morire tanto lontano. Dei quattro, Laszlo era l’unico a masticare l’italiano, perché aveva letto Dante e Petrarca, e aveva impiegato un po’ a capire che quello dell’isola era un idioma diverso, pastoso, fitto di suoni e intonazioni filtrati dal setaccio della storia: era come se il tempo avesse lasciato passare lo scarto e trattenuto il grano buono per il pane quotidiano delle parole. Nei mesi di prigionia, qualcosa aveva imparato e qualcosa aveva raccontato anche al bambino, il pomeriggio, quando lo aveva conosciuto.
A Nino degli animali delle favole non importava niente. In testa aveva posto solo per le gazze che predavano i fichi nelle campagne, perché ogni estate era con quegli uccellacci neri che bisognava contendersi i frutti migliori, per i pesci che gli pizzicavano le gambe e per i granchi. Dove finivano le mura dei bastioni, cominciava la spianata degli scogli, una parte bagnata dalla risacca, e l’altra asciutta e secca come un deserto di pietra, un unico grande sasso salato. E i granchi lo aspettavano lì, dove lavoravano i quattro prigionieri.
Un po’ gli dispiaceva vederli sudare sotto il sole, controllati a vista dalle guardie, con quel piccone pesante che lui non sarebbe riuscito mai a sollevare. Quando si sedevano per riposarsi, lui si avvicinava e li studiava, cercando di distinguerli dietro le stesse divise logore e l’aspetto che li faceva rassomigliare come fratelli: tutti biondi come il tappeto di erba nelle campagne fuori dal paese nel mese di agosto, e così diversi da lui, che con quei capelli neri neri e ricci era come l’ombra sotto i carrubi. Forse, era per questo che non soffriva il calore acceso degli scogli a piedi nudi.
Un giorno, uno di loro gli aveva chiesto come si chiamava, pronunciando le vocali in modo diverso. Al soldato biondo la a di ape gli veniva fuori come una o di oca, ma non proprio uguale, e così anche le altre parole non erano come le aveva imparate a scuola. Gli scappava da ridere a sentirle storpiate qua e là, anche se lo straniero si impegnava a trovarle sotto la fronte bruciata dal sole. Fino a quando ridere toccò all’altro, perché Nino non era capace di pronunciarne bene il nome. Ci provò, alla fine si arrese e Laszlo si accontentò di sentire quella voce di bambino, acuta come quella dei gabbiani e viva come il mare.
A Nino la storia del soldato sembrò subito più avvincente di tutte quelle che aveva sentite nei suoi nove anni, più di quelle con gli animali e pure di quelle di paura con gli spiriti, che i compagni giuravano di avere visto in una casa diroccata del quartiere di San Giuseppe. Non erano riusciti a spaventarlo, perché lui non ci aveva creduto, ma per non sbagliare non aveva voluto mai seguirli.
Anche Laszlo era stato piccolo come lui, e raffrontare le differenze tra il suo mondo e quello del soldato divenne un gioco in comune. Era cresciuto con la famiglia in un città antica, con le case di pietra arroccate su un grande lago e più in alto un monastero, dove stavano i frati. A Torrammare, i frati invece venivano solo per la Settimana Santa, quando don Calogero da solo non bastava per le confessioni, e poi per la processione di San Giovanni Battista, in estate. Piuttosto la sorpresa di Nino fu sapere che l’acqua del lago non era salata, e che le onde non facevano la schiuma a riva, né si muovevano come le lenzuola stese al vento. Ogni tanto dal fondo scuro saliva la voce di una principessa annegata, ma lui alle storie degli spiriti non ci credeva: se non erano vere quelle di Torrammare, non lo erano nemmeno quelle del paese del soldato, magari le avevano raccontate anche a lui da bambino quando non voleva dormire il pomeriggio, ma si vergognò a chiederglielo. Invece non ebbe riserve sui granchi, che per lui dovevano stare ovunque l’acqua e la terra si incontrassero, come una specie creata alle origini del mondo per abitare i confini bagnati dell’universo. La risposta lo deluse: granchi lì non ce ne erano, e tanto bastò per fargli preferire la scogliera dove stavano, uno perché c’era nato e l’altro perché vi era capitato.
Per molto tempo Laszlo non aveva saputo cosa fare da grande, poi nel 1914 era stato arruolato, come tutti gli uomini tra i diciassette e i cinquanta anni. Da allora ne erano trascorsi quasi quattro, ora ne aveva ventiquattro, e aveva tanta voglia di tornare a casa. Portava ancora su braccia e gambe le cicatrici, dopo che il suo aereo era stato colpito in battaglia, e non voleva più saperne dell’odore della morte. Era un odore ferroso, di sangue e di marcio, mescolato alla paura e al dolore per le ferite, che aveva sentito anche addosso ai compagni, quando la vita era scivolata via dai loro corpi straziati. Mentre quella di odori ne aveva tanti, quello dei fiori, del pane, della pioggia, la morte invece ne aveva solo uno, o almeno lui solo quello aveva conosciuto.
Nino non aveva mai visto un morto, forse quello gli avrebbe messo paura, perché non c’era fantasia nel vederlo fermo e immobile, non era una storia di spiriti. Mentre ascoltava il soldato, passava in rassegna tutti gli odori che ricordava di avere sentito, e aggiunse quello del sudore di sua madre, del pesce portato al molo sulle barche, del muschio viscido attaccato agli scogli, dell’urina secca sui pantaloni di Peppe Lanza, quando il maestro lo voleva mandare a casa perché lo aveva sorpreso a copiare, e lui se le era fatta addosso al pensiero delle legnate di suo padre, pure perché aveva copiato da uno più asino di lui. La guerra però non riusciva a immaginarla, lui aveva fatto a botte con Peppe e Salvino, ma mica aveva mai pensato di ucciderli. Se diventare grande significava imparare a uccidere, lui avrebbe voluto rimanere bambino per sempre, aveva detto al soldato con la più grande innocenza negli occhi.
Anche Laszlo avrebbe voluto restare bambino, ma ormai era tardi, né contava che fosse sopravvissuto e che al campo di prigionia non lo trattassero poi così male, perché la guerra gli aveva strappato la gioventù e qualcosa a cui lui non sapeva dare un nome. Forse era la speranza nel giorno nuovo che si affacciava all’orizzonte, quando la vista dall’alto, a bordo dell’aeroplano, non aveva ancora ceduto a quella del sangue. Secondo lui, i bambini erano buoni e i cattivi erano gli adulti, bisognava solo capire cosa li aveva cambiati, perché erano diventati prepotenti e avidi e quando era successo, visto che anche i grandi erano stati piccoli.
Nino si sforzava di seguire il suo discorso, perché era il primo adulto a non trattarlo come un bambino, gli altri gli impartivano solo di studiare, dormire, mangiare, non sporcarsi, essere obbediente. Tutto quello che gli raccontava non era chiaro, ma il significato era che fare il soldato non gli era piaciuto, altrimenti a guardare il mare con gli occhi dello stesso colore sarebbe stato contento. Allora aveva provato a immaginarlo da bambino e a domandargli quali fossero stati i suoi giochi. E quando Laszlo ne aveva elencato uno che somigliava al nascondino, e poi la palla, la corsa, i sassolini da tirare in una buca o nel lago, Nino aveva quasi esultato perché erano proprio come i suoi. Quello era stato il punto d’arrivo della loro conversazione, perché Laszlo era riuscito a dimostrargli che la materia di cui erano fatti loro due era la stessa, e così quella di tutti gli uomini, qualunque fosse il colore dei capelli, della pelle, e il posto da cui provenivano. Anziché gli animali del maestro, l’esempio era venuto dalla scogliera: gli intagli erano tutti diversi, più larghi e più stretti, più grandi e più piccoli, eppure erano fatti della stessa spianata di pietra che a Torrammare c’era stata prima di lui, di suo padre e del padre di suo padre. Adulti e bambini erano come ciascuno dei sassi a rilievo, ricavati da Laszlo e dagli altri prigionieri: e a guardarli da lontano con il cielo e il mare appoggiati sopra, tutti i sassi erano uguali, come uguali erano gli uomini.

Nino a questa cosa non ci aveva mai pensato, e l’aveva scelta per scriverla nel tema, perché gli era sembrata straordinaria come Laszlo per avergliela spiegata. Prima di allora, al massimo aveva fantasticato che quell’opera di intaglio, cresciuta sotto gli scalpelli dei prigionieri, somigliasse alle pagine di un quaderno a quadri, di quelle su cui imparava numeri e conti a fatica. Lui, Peppe e Salvino avevano la testa più dura della bacchetta di legno del maestro. Anzi, quelli erano solo buoni a prendere i granchi sotto gli scogli e a stanare i polpi, lui almeno i temi li scriveva da solo, gli piaceva vedere le parole inseguirsi tra i pensieri, il pennino e il calamaio e fermarsi sul foglio, come alla fine di un viaggio.
Al suono della campanella, il maestro si affrettò a ritirare i compiti, e anche Nino consegnò il suo. Se avesse preso un buon voto, si era fatto promettere dalla madre che avrebbe scritto alla zia in America per mandargli la figurina del bandito del film western, che il maestro aveva visto al cinema di Catania. In classe, aveva raccontato che era una storia di ladri che sparavano e rubavano, ma i colpi di pistola non si sentivano perché la pellicola era muta, e poi era fatta per finta, non moriva nessuno. Però, alla fine, i poliziotti arrestavano i ladri e il più cattivo di tutti sparava verso la telecamera a quelli che guardavano. E lui di quello lì avrebbe voluto la figurina, per mettere paura a Peppe, a Salvino e a tutti quegli scimuniti che credevano agli spiriti. Poi l’avrebbe conservata insieme alla fotografia che gli aveva lasciato Laszlo, prima di partire.

L’ultima volta lo aveva visto prima che cominciasse la scuola, e già a Torrammare i prigionieri non venivano più da settimane. Nessuno dei due sapeva che non si sarebbero più rivisti: la guerra sarebbe finita pochi mesi dopo e tutti i prigionieri sarebbero stati rimpatriati. Le guardie scendevano giù per la scogliera e Nino era tornato di corsa a casa per prendere i biscotti preparati dalla madre, con il desiderio che anche il suo amico li mangiasse. Laszlo lo aveva ringraziato e in cambio gli aveva lasciato una delle fotografie che portava con sé, con sua madre che lo teneva per mano da bambino. Nino non avrebbe voluto che se ne separasse, ma lui aveva insistito, dicendo che ne aveva delle altre e che poteva tenerla come segno della loro amicizia, come anteprima sulla pace che la gente ovunque aspettava. Sul retro, qualcuno aveva scritto Balaton, 1903, il nome del lago e l’anno, gli aveva spiegato Laszlo, mentre la nostalgia gli si scioglieva negli occhi. Questo però era stato un fatto privato tra loro due, e Nino nel tema non lo aveva voluto scrivere.