
La strada verso il sud era in discesa, lo era sempre del resto. Durante e la sua famiglia ci avevano viaggiato veloci, sulle ali dell’entusiasmo per i giorni a venire: duemila e passa chilometri di autostrada bollente, interrotta ogni tanto dal miraggio di un autogrill. Era sempre tutto bello, pure i cessi della stazione di servizio; tutto facile, persino la coda al bar; tutto buono, senza eccezioni. Poi, in Calabria, spuntava sempre il mare, come una promessa mantenuta, e il primo che lo vedeva gridava: “Il mare!”, come un naufrago che avvista terra.
Qualche ora più tardi, un traghetto rumoroso li avrebbe portati nell’Isola. Era ancora tutto bello: il luccichio delle onde, le facce sorridenti dei troppi turisti, la sagoma della Sicilia che si avvicinava. Infine lo sbarco sotto il solleone, lento presagio dei giorni afosi e pigri che li aspettavano, e le strade di Sicilia, aggrovigliate, barocche, tortuose anche quelle dritte.
Questo era prima. Ora è diverso. Ora c’è solo Durante e l’autostrada rovente col manto squarciato su cui la macchina corre veloce verso sud. Ha preso un fuoristrada a noleggio – il suo vecchio monovolume avrebbe fuso il radiatore già a Bellinzona – scegliendo un modello fatto apposta per quel tipo di viaggio. Neanche sua moglie Bice avrebbe retto il tragitto e ancor meno le condizioni estreme della Sicilia, così è rimasta in Francia. La Forbice ha reso la Sicilia quasi irraggiungibile.
La Forbice è un nome che Durante non sopporta. I giornalisti l’hanno affibbiato alla cappa di caldo ferma da anni sull’Italia. L’hanno chiamata Forbice di Dante, rifacendosi al sommo poeta, perché in certe regioni il clima è diventato caldo come l’inferno, in altre appena sopportabile, e, per un pezzo d’Italia, mite come in Paradiso. Una trovata da pubblicitari, che secondo lui è poco rispettosa per gli abitanti delle zone più calde e per gli sfollati di quelle ormai invivibili.
Durante viaggia da solo e ha tutto il tempo per pensare ai fatti suoi. I giorni delle traversate in famiglia ormai sono lontani, e anche quelli delle gite con Bice sembrano definitivamente andati. La strada è lunga e lui ha poco da fare. Il computer di bordo gli ha chiesto se volesse passargli il volante e lui, volentieri, lo ha ceduto. Non gli è mai piaciuto guidare, ma prima non c’era scelta. Adesso che le auto vanno da sole, il problema è piuttosto quello di occupare le ore vuote del viaggio. Una volta, guardare il paesaggio era il passatempo preferito della sua famiglia, a cominciare da quello della Svizzera, dove da piccolo s’incantava davanti ai prati erbosi. “Heidi abita qui”, diceva il padre ogni volta che passavano, anche se il bambino non aveva idea di chi fosse la piccola capraia svizzera. Lui, col naso appiccicato ai finestrini, contava le cascate o le mucche o le punte delle montagne lontane, bianche, innevate tutto l’anno.
Adesso i colori non sono più gli stessi: le valli svizzere sono tinte d’oro per i campi di grano e cereali, e sullo sfondo, il bianco eterno delle cime è passato al grigio della roccia nuda e al verde delle foreste d’alta quota.
L’attraversamento del San Gottardo, a distanza di anni, per Durante è stato sorprendente. Gli svizzeri l’hanno rinnovato, trasformandolo in una specie di parco botanico a più corsie, con tanto di riproduzione dei paesaggi di un tempo – dai prati verdi alle montagne innevate – accessibili ai viandanti a suon di franchi svizzeri, come i centri commerciali e gli alberghi. C’è gente che ci passa le vacanze dentro al tunnel. Durante non si è fermato neanche per pisciare – anche perché costa parecchio – ma attraversando la galleria ha chiesto all’auto di rallentare per godersi i colori. Se suo padre ci passasse ancora, direbbe di sicuro che adesso Heidi abita nel tunnel, pensa Durante, appuntandosi mentalmente di scrivere un biglietto per il suo compleanno.
Dopo Roma, chiede all’auto di mettersi in modalità notturna. Da lì in poi l’aria sarà sempre più calda e il paesaggio malridotto per gli incendi che si sono susseguiti negli anni. Preferisce dormire. Veglierà la notte quando il buio limiterà la visione della desolazione e forse la renderà più accettabile. Così il fuoristrada oscura i finestrini, rinfresca l’interno e continua ad andare silenzioso fra le terre arse del sud, costretto a rallentare per l’autostrada sempre più sconnessa, con in grembo un carico umano sospeso tra sonno e veglia, fra ricordi e incubi di un presente color cenere.
Il viaggio è lungo e noioso. La solitudine a un certo punto ha la meglio, allora Durante chiama Bice. Si erano ripromessi di sentirsi il meno possibile perché potesse immergersi nel suo viaggio senza distrarsi coi problemi di casa, ma per lui è importante averla vicino. Discutono, ridono, litigano, poi fanno pace. Lui dorme più sereno, soprattutto per il tempo in cui le ore di sonno dei due coincidono e l’ologramma di lei si sdraia accanto a lui.
Si sveglia poco prima del cartello blu sbiadito su cui una volta si leggeva: “Calabria”. È in pieno nella zona che i media hanno ribattezzato l’Inferno. La cosa più difficile adesso è non guardare dal finestrino. Ogni volta che cede, il suo viaggio torna ad essere la tanto sbandierata discesa agli inferi, a cui lui ha sempre rifiutato di credere. Intorno all’auto solo cenere e nerume. Un paesaggio bruciato che si estende a perdita d’occhio: “Fino al mare”, pensa, ricordando il grido di un tempo alla vista del Mediterraneo.
Arriva a Villa San Giovanni con un’ora di ritardo sulla tabella di marcia. Ha pianificato i tempi con precisione, o meglio, ha chiesto a Raffaella di farlo:
«Raffaella, com’è che siamo in ritardo?»
«Hai perso troppo tempo all’ultimo autogrill, Durante», risponde pacata la voce femminile con la erre moscia del fuoristrada.
«Ma ti avevo chiesto di avvisarmi quand’era ora di ripartire.»
Il tono di lei si fa più duro e assume un’inflessione marcatamente milanese:
«Ti ho avvisato tre volte e hai fatto finta di niente. Per chi mi hai preso? Per la tua governante?»
«Va bene. Calmati. Ho capito.»
«Ho capito… ho capito… Ho capito un ciuffolo! Sempre così, voi maschi del sud…»
Sì è accorto da qualche chilometro che l’intelligenza artificiale della sua macchina a volte diventa aggressiva, con venature nordiste e femministe. La voce, snob e un po’ roca, gli ricorda la protagonista di un vecchio film italiano: quello in cui una ricca donna del nord, classista e viziata, faceva naufragio su un’isola deserta assieme al suo marinaio, siciliano e comunista.
Durante ha cercato fra le informazioni del veicolo, scoprendo che l’auto è stata creata proprio in omaggio a quel film, e che il progettista aveva dato al sistema di navigazione il nome, la voce e il carattere del personaggio femminile.
L’operatore della concessionaria Nuovo Paradiso di Milano, a cui si è rivolto per avere spiegazioni, non è riuscito a concludere la conversazione, preso com’era da spasmi che assomigliavano a risate convulse.
Intanto che discutono, Raffaella si affida ai sistemi automatizzati del porto di Villa San Giovanni e s’imbarca sul traghetto che la condurrà in Sicilia. Il nome della nave, benché cancellato quasi interamente dalla ruggine, è ancora leggibile: “Alla faccia del ponte sullo stretto”.
La traversata dura appena dieci minuti. I battelli, guidati da intelligenze artificiali interconnesse fra loro e coordinati a distanza dalla capitaneria stanziata pure quella a Milano, vanno veloci. Durante ha appena il tempo di ordinare il piatto tipico della traversata, che sul display dell’auto è venduto come “Lǝ tradizionale arancinǝ dello stretto”. La pietanza sarà preparata dal fuoristrada stesso seguendo la ricetta della ditta meneghina che ormai ne ha il monopolio. La schwa, pensa Durante, l’hanno messa per risolvere la vecchia polemica siciliana sul genere maschile o femminile della palla di riso: i milanesi non hanno tempo da perdere in chiacchiere.
Senza neanche accorgersi della differenza tra una regione e l’altra, Durante si ritrova a correre sulla Messina-Catania. Il buio è rischiarato da una luna piena e rossa che gli permette di godersi il luccichio del mare. Dall’altro finestrino invece, sulle alture di Taormina, per quel poco che riesce a vedere, c’è solo cenere e desolazione. Nessuna luce artificiale che tradisca la presenza umana. In lontananza, le fiamme di qualche incendio non ancora spento interrompono l’orizzonte compatto delle tenebre.
Come in un sogno, la macchina passa attraverso quello che un tempo era stato il casello di Catania. Durante riconosce le vecchie strutture ormai inutilizzate. Ricorda le code chilometriche, da piccolo, nel caldo estivo. Suo padre, Bruno, che in certe situazioni era sempre impaziente e irritabile, lì si dimostrava tranquillo, allegro. “Effetto del ritorno a casa”, spiegava Bruno, che si era sempre vantato di non aver mai passato un’estate lontano dalla Sicilia: neanche dopo essere emigrato in Francia, neanche quando la famiglia si era allargata, anzi, ci era tornato più volentieri per portare il figlio.
Però in Sicilia Bruno non riusciva a starci più di tre settimane, la durata delle ferie estive concesse dall’istituzione francese in cui lavorava.
«Papà, perché non veniamo a vivere in Sicilia?», gli aveva chiesto più di una volta Durante.
«Ci verrai tu un giorno, se vorrai. Io ci vengo solo per le vacanze.»
«Perché?»
«Perché in Sicilia vivere è difficile. Io non lo so fare più.»
Di solito Durante si accontentava di quella risposta enigmatica e non se ne parlava più fino alle vacanze successive.
In seguito Bruno aveva cambiato idea, dopo la morte della moglie, quando Durante, ormai grande, era andato a cercare la sua vita.
«Durante, andiamo a vivere in Sicilia?», gli aveva chiesto.
«Ma come? Hai sempre detto…»
«Vorrei imparare di nuovo.»
«Pa’, io non posso. Sai, Bice…»
«Sì, lo so. Vienimi a trovare quando puoi.»
Ed era partito.
Durante era andato a trovarlo qualche volta, assieme a Bice. Poi di rado, per gli impegni di lavoro o per quelli di lei. Poi avevano fatto finta che i progressi tecnologici potessero rimpiazzare la presenza. Poi, la Forbice aveva tagliato via la Sicilia e l’aveva relegata all’inferno. Durante aveva supplicato il padre di tornare a casa ma Bruno non ne aveva voluto sapere, gli aveva giurato che stava bene, che la sua casa sopportava il calore, che era circondato da amici. Poi, quel mese Bruno avrebbe compiuto ottant’anni, e lui si era ripromesso che, Forbice o no, sarebbe andato a prenderlo.
«Schiarisci il tettuccio e abbassami il sedile», ordina Durante.
Da quando è arrivato nell’isola, si è accorto che sì, la notte è buia per l’assenza di luci artificiali, ma il firmamento ha ripreso a scintillare. Sdraiato, Durante si gode così uno spettacolo invisibile fino a pochi anni prima a causa dell’inquinamento luminoso: la volta celeste punteggiata da miliardi di stelle brillantissime, come il cielo che da ragazzo studiava col padre nelle notti afose siciliane. È la prima volta da chissà quanto tempo che Durante alza lo sguardo sulla notte, perché in Francia è vuota e nuvolosa. Resta così, a fissare le stelle immobili, fino a che l’immensa solitudine che lo pervade non trabocca dagli occhi:
«Chiudi tutto e aggiusta il sedile», ordina, asciugandosi il viso.
Durante controlla per l’ennesima volta che la bottiglia in fresco non perda la temperatura. È un costoso Crémant d’Alsace di contrabbando. La produzione di quella roba ormai è vietata, ci vuole troppa acqua per le viti, ma qualcuno di nascosto lo fa ancora. Controlla anche il pacco col fiocco rosso, che è ancora più delicato e prezioso.
«Dove siamo, Raffaella?», chiede dopo un po’.
«In mezzo al nulla, Carunchio. Un postaccio…»
«Puoi essere più precisa?»
«Se proprio ci tieni… Siamo sull’altopiano ragusano.»
«Schiarisci un po’ i vetri e rallenta, vorrei dare un’occhiata fuori.»
«Che gusti, voi proletari. Che tempi, contessa…»
Dal finestrino della macchina, Durante osserva la campagna. Da piccolo, quella era l’ultima tappa del loro lungo, faticoso, magico viaggio estivo: prati che si arrampicavano per le colline, delimitati da muretti a secco, punteggiati da alberi d’ulivo e carrubo, e arsi dal sole di agosto. Quei paesaggi gli sono rimasti dentro. Allora, si divertiva a immaginare il verde di quei posti nei mesi invernali. Adesso, non riesce neanche più a concepirlo. Il colore dominante non è più il giallo dell’erba secca ma il nero della vegetazione bruciata. Degli alberi restano solo monconi neri che sporgono qua e là dal terreno. I muretti, che per centinaia d’anni hanno sorvegliato i limiti delle proprietà, sono scomparsi, e le loro pietre si sono disperse nel terreno circostante, come ossa di giganti sconfitti.
Durante abbassa lo sguardo:
«Quanto manca all’arrivo?», chiede.
«Guarda, penso che manchi poco ma visto il posto, io ti consiglio di tornare indietro. Ce l’avrai una famiglia, no? Una casetta proletaria, una mogliettina proletaria…»
«Poco, quanto?», insiste con voce grave.
«Eh, ma come sei noioso… E va bene, mancano tre minuti per arrivare alle coordinate che mi hai dato. Contento?»
Dopo poco, la macchina si ferma in uno spiazzo polveroso circondato da edifici, alcuni dei quali diroccati. Solo quello centrale, malgrado i muri rovinati e anneriti dal fuoco, sembra ancora solido.
Prima della Forbice, Durante era andato a trovare il padre nel posto sperduto in cui si era trasferito, e aveva seguito con meraviglia la trasformazione dell’antica fattoria abbandonata in un giardino rigoglioso, con verde e acqua ovunque, di cui adesso però non c’è più traccia. Con uno sforzo dell’immaginazione, in quelle rovine riesce ancora a riconoscere la masseria del padre.
«Raffaella, che facciamo adesso?»
«E lo chiedi a me? Io ti ho portato a destinazione. Tutto io devo fare? Ma guarda te, ‘sto Carunchio del menga, terrone, cafone…»
«Stop. Chiama mio padre.»
L’IA obbedisce interrompendo il rosario d’insulti, e dopo qualche istante sul display dei comandi appare la faccia di Bruno. I due non si parlano da un paio di settimane ma il padre sembra in forma, anche se, adesso che Durante ha visto la desolazione in cui vive, stenta a credere che stia veramente bene.
«Ciao Durante», esclama Bruno, «Come stai?»
«Ciao Pa’. Io bene, tu come stai?»
«Come i vecchi, che ti devo dire? Ma non mi lamento.»
Bruno non ha messo la dentiera. Durante lo sa, al padre ha sempre dato fastidio quella cosa estranea in bocca. Vorrebbe fare finta di niente, ma la mancanza dell’arcata dentale superiore rende il viso dell’anziano più grinzoso del solito, e il disegno della bocca troppo plastico: gli angoli, quando sorride, vanno fin oltre il naso conferendogli un’espressione sinistra, da vecchio satiro.
«Senti Pa’, sai che giorno è oggi?»
«Vabbè che sono vecchio ma adesso mi sottovaluti.»
«Non è il tuo compleanno?»
«Uh, è vero. Non ci pensavo più. Grazie per avermelo ricordato.»
«Ho una sorpresa per te.»
Bruno fa uno di quei sorrisi che al figlio proprio non piacciono.
«Prima, mi fai un piacere?», continua Durante.
«Cosa?»
«Ti rimetti i denti?»
«Oh, scusa, ma non aspettavo chiamate», e scompare dallo schermo per ricomparire qualche secondo dopo, con la faccia giusta.
«Puoi dirmi tutto, adesso.»
«Apri.»
«Cosa?»
«La porta.»
«Che porta?»
«Allora: la sorpresa per il tuo compleanno sono io, e un paio di cosette che ho qui con me. Adesso sto in quello che penso sia il baglio della tua proprietà, ma non so come arrivare da te. Penso che dovresti aprirmi la porta, il cancello, la botola forse?»
Il viso di Bruno si fa serio. Smanetta sul computer, controlla qualcosa, forse le telecamere, poi la sua bocca si allarga in un sorriso. Stavolta è quello di sempre.
«Ma tu sei tutto scemo, figlio mio», dice. «Ma come ti viene in mente? Ma è pericoloso…»
«Pa’, Raffaella sta squagliando qua fuori.»
«Guardi, caro signore», interviene lei, «non si preoccupi per me che noi del nord siamo superiori a certi problemucci.»
Nel silenzio che segue, la parete centrale del caseggiato si sposta di lato per lasciare un varco grande quanto la macchina.
«Prego, accomodatevi», li invita Bruno.
Il fuoristrada avanza lentamente. Quando è all’interno, la parete si richiude dietro di loro con un rumore di massi che si spostano, e se ne apre un’altra davanti. Il buio è illuminato da due pozzi di luce sul soffitto che sembrano filtrare la luminosità esterna. Davanti all’auto appare una rampa che scende. L’auto la percorre silenziosa. È una galleria scavata nella pietra calcarea che sprofonda verso il buio. Dopo un paio di curve la galleria termina in una grande sala, una specie di caverna anch’essa illuminata col sistema dei pozzi, in fondo alla quale, a Durante sembra di scorgere un fiumiciattolo. L’auto si ferma.
«Raffaella, quanti gradi ci sono qua sotto?»
«Ventisei», annuncia lei.
«Com’è possibile?»
«A me lo chiedi? Ma chiedilo a tuo padre, no?»
Come se l’avesse sentita, da una porta in fondo alla sala esce un disco rosso e piatto che, strisciando e ronzando, si avvicina alla macchina. Durante fatica a crederci ma l’aggeggio assomiglia a uno di quei robot aspirapolvere che si usano a casa.
«Pa’», chiama, riattivando la comunicazione. «C’è qua uno strano coso che si avvicina.»
«Non ti preoccupare», risponde Bruno. «Quello è Rambo.»
«A me sembra più un Roomba. Vuoi pulirmi la macchina?»
«No, è il mio Rambo: un aspirapolvere Roomba dentro cui ho messo un’intelligenza artificiale. Poi si è modificato da solo. Guarda qua!»
«Rambo, alzati», ordina.
Obbediente, il robot si mette in piedi: da sotto il disco rosso spuntano due barre di metallo, rosse pure quelle, che si allungano progressivamente fino a diventare le gambe, poi appare il busto e infine le braccia. In breve sotto gli occhi di Durante si sviluppa il corpo telescopico di un automa con la testa d’aspirapolvere.
L’elettrodomestico si avvicina alla portiera della macchina e si rivolge a Raffaella:
«Vostra signoria avrebbe la compiacenza di sbloccare le portiere?», chiede con voce maschile dal timbro leggermente metallico e un’inflessione che a Durante sembra catanese.
«Ma che gentiluomo!», risponde lei, aprendogli di scatto tutte le porte, pure il portabagagli.
«Ah, è così?», s’indigna Durante, «Al primo aspirapolvere che passa gli apri la porta?»
«Cosa mi fai, il siciliano geloso, Carunchio? Poi, lui sì che è un vero signore.»
Durante non replica e si avventura cauto fuori dall’auto, che fino a quel momento, per più di duemila chilometri di terre ostili, lo ha protetto.
«Prego, signore, da questa patte», lo invita il robot, facendo strada.
Attraversano un corridoio oltre la porta da cui il robot è appena entrato. Anch’esso è scavato nel calcare, e conduce a una stanza più piccola al centro della quale troneggia un grande tavolo in legno con diverse sedie ai lati. Sulla destra, una cucina con tutto quello che serve, compreso un forno a legna e piantine di aromi sulle mensole della parete. Il tutto è immerso in una luce naturale.
Durante ha appena il tempo di chiedersi cosa ci fa suo padre con un tavolo così grande, che Bruno arriva con un cesto di frutta in braccio. Lo appoggia sul tavolo e si precipita sul figlio:
«Beddu miu. Fatti abbracciare», dice, stringendolo a sé.
Bruno è come nelle loro conversazioni video, forse un po’ più magro, e Durante gli è grato per aver tenuto la dentiera.
«Ciao papà. Che bello vederti di persona, finalmente…»
«Quanto tempo Durante… Hai messo un po’ di pancetta, vedo… Non ci pensare, ti sta bene. Hai avuto proprio una bella pensata a venire ma ripeto, è pericoloso.»
«Ci tenevo a farti gli auguri personalmente. Ottant’anni non si compiono tutti i giorni.»
«Ottanta? Di già?»
«Beh, mi sembra…»
Bruno ci pensa su. Fa un po’ di conti con le dita, poi annuisce:
«Hai ragione. Coi conti non ci prendo più. Assettati, Dura’. Un po’ d’acqua?»
Durante accetta volentieri. Ha migliaia di domande che gli si affollano in mente e non sa da che parte cominciare.
«Compleanno a parte, papà», attacca, apprezzando la frescura dell’acqua.
«Aspetta. Parliamo dopo. Mangia un po’ di frutta», lo blocca subito Bruno. «Certe cose dalle tue parti non ci sono più, immagino.»
Durante esamina il cesto: contiene frutti che non vede da anni. Arance, mandarini, nespole, albicocche, addirittura ciliegie. Prende un’arancia per assicurarsi che non sia di plastica o di cera: le uniche ormai in circolazione.
«Papà, come hai fatto?», chiede infine.
«Dopo ti spiego. Adesso mangia. Anzi, che ne dici di bere, anche?», chiede, prendendo la bottiglia di Crémant.
«Ma com’è possibile che…», si stupisce Durante, accorgendosi che la bottiglia e il pacchetto stanno già sul tavolo.
«Rambo ha preso tutto dal tuo fuoristrada. Sono diventati amici.»
Durante apre con molta cautela il pacco col fiocco rosso.
«Questi li ho preparati io, prima di partire», dice, scostando la carta che copre un vassoio pieno di cannoli siciliani alla ricotta.
«Ma come hai fatto?», chiede Bruno, esaminandone uno. «Le mucche sono estinte da voi.»
«La ricotta l’ho fatta io. Ho seguito un tutorial.»
«Mi sorprendi, Dura’. Non sapevi cuocere neanche un uovo al tegamino, e adesso fai perfino la ricotta. Ma il latte dove l’hai preso?»
«È di pecora. L’ho avuto da un amico che ha un allevamento nascosto sui Vosgi. È lo stesso che fa il Crémant di contrabbando.»
«Figlio mio… in che brutto mondo vivi.»
Durante comincia a sbucciare l’arancia, in silenzio.
«Beh, ci viviamo tutti…», conclude mangiandone uno spicchio.
«Io no. Io vivo qui. Si sta bene», replica Bruno addentando il cannolo. «Buona la ricotta, bravo.»
«Si sta bene? Fuori è l’inferno, papà. Hanno ragione i media. Non è possibile vivere qui.»
«Non ti agitare, Dura’. Versa da bere. I bicchieri stanno dentro quel mobile.»
Durante prende due calici e li riempie del vino tipico della regione francese in cui abita: dorato, frizzantino, asprigno, e oramai illegale.
«Comunque, qui sotto ci sono solo ventisei gradi», conclude Bruno.
I due uomini brindano, facendo tintinnare i bicchieri e augurandosi sinceramente tanta salute.
«Buono», esclama Bruno. «Erano anni che non ne bevevo.»
«Papà, mi spieghi adesso?»
«Dall’inizio?»
«Dall’inizio.»
«Lo sai perché mi sono trasferito qui, invece che sul mare, dove sono nato?»
Bruno in effetti è originario della costa ragusana ma quando ha deciso di tornare nella sua terra, invece che nella bella casetta sulla spiaggia che aveva sempre sognato, si è trasferito in una vecchia masseria in mezzo al nulla, nell’altopiano ibleo. “Sempre Ragusa è”, diceva Bruno. Ma per Durante quella scelta è sempre rimasta inspiegabile.
«Non lo so. Non me l’hai mai detto», risponde il figlio.
«Sì, te ne ho parlato ma tu non hai capito. Mi hai preso per un complottista». Bruno vuota il calice. «Terrapiattista, è la parola che hai usato allora, per essere precisi.»
«Ma quello è un altro discorso. Tu mi parlavi di catastrofi. D’inquinamento. Poi, non volevo dire terrapiattista. Mi dispiace. Ero arrabbiato.»
«Sì, lo so», lo tranquillizza Bruno. «Volevi dire utopista.»
«È quello che eri, no? Tutta la vita mi hai parlato di comunità virtuose, di pianeta vivente, rinascita della terra, pericoli climatici e cose così…»
«E alla fine, cos’è successo?»
«Sì, è vero, la catastrofe climatica. Ma tu facevi altri discorsi, molto più radicali.»
«Senti», taglia corto Bruno, visibilmente spazientito. «È inutile che ritorniamo sulle vecchie discussioni. Ti faccio vedere, che facciamo prima.»
«Camina cu’ mia», gli ordina, come da bambino.
Dietro la porta li aspetta un altro corridoio, simile al precedente, che stavolta sbuca su uno spiazzo enorme, circolare, quasi interamente occupato da piante, arbusti e alberi d’ogni tipo e misura. Una macchia di vegetazione fitta e variegata, con gradazioni di colori che Durante non vedeva più da anni. È attraversata da sentieri e divisa quasi esattamente in due parti da un ruscello. Lì dentro l’aria è un po’ più calda e umida, e profuma di essenze che lui non ricordava più di conoscere. Sarebbe pronto a scommettere di aver visto volare qualcosa: uccellini?
Farfalle? Impossibile. Il soffitto poi è talmente luminoso che non riesce a distinguerne nettamente i contorni né a capire quant’è alto.
«Papà, tutto questo è incredibile», dice. «Cos’è?»
«Durante, se di quello che ti ho detto in tutta la vita devi ricordarti una cosa sola, ricordati questo: quando ti spiegano cos’è l’inferno o dov’è il paradiso, non ti fidare.»
«Ma…»
«Non è finita. Camina cu’ mia.»
Bruno segue il ruscello attraverso quella specie di giardino incantato. Durante sarebbe tentato di fermarsi ad ogni passo ma ha paura di perdere di vista il padre che procede con passo veloce. Dopo poco arrivano all’estremità opposta, dove si apre un’altra zona circolare, ugualmente grande ma stavolta meno illuminata. Abbastanza, comunque, perché lui riconosca il luccichio di uno specchio d’acqua enorme, talmente grande che non riesce a vederne la sponda opposta: una sorta di lago sotterraneo verso cui confluisce l’acqua del ruscello.
«E questo?», chiede Durante.
«È la nostra riserva d’acqua.»
«È impossibile.»
«È il risultato dei miei discorsi da utopista.»
«In che senso? Poi, tutta quest’acqua per una persona sola con un robot aspirapolvere?»
«Una persona sola?», chiede Bruno, cominciando a spogliarsi.
«Papà, che fai?»
«Il bagno, no? Dai, togliti i vestiti e tuffati. Non ti vergognerai del tuo papà? Qui ti vede solo Rambo ma anche lui è di famiglia.»
Durante è talmente stordito da tutte quelle sorprese che si limita a spogliarsi senza fare domande e segue il padre nel lago. Il contatto con l’acqua gli snebbia completamente il cervello.
«Minchia papà!», urla, «È ghiacciata! Porca…»
«Ti dispiace?»
«Scherzi? Sai da quant’è che non facevo un tuffo?», dice, facendo il morto a galla. «Da me le piscine ormai sono proibite, laghi e fiumi sono sorvegliati a vista da guardie armate. Il mare in Alsazia non ce l’ho, ma lo sai meglio di me che fine ha fatto il mare col cambiamento del clima. È tossica già solo l’aria intorno.»
«Lo so bene, Durante. Capisci perché non mi sono trasferito sulla costa?»
«Ma come lo sapevi? Quando sei tornato in Sicilia non c’era ancora la Forbice.»
Bruno s’immerge con agilità sorprendente per i suoi ottant’anni. Per qualche secondo si lancia verso il fondo poi torna in superficie:
«Ti spiego», dice riprendendo fiato, «ma prima usciamo che comincio a sentire freddino e ho pure il fiato corto. Sai com’è, sempre ottant’anni sono.»
«Hai ragione, Pa’», dice Durante, e si arrampica fuori dal bordo, per poi dare una mano al padre.
Fuori c’è già Rambo ad aspettarli, con gli accappatoi asciutti.
«Prima, hai detto che tutta quest’acqua è troppa per una persona sola», continua Bruno indossando l’accappatoio. «È vero. In effetti non serve solo a me. Serve a tutta la comunità.»
«Di che comunità parli?», chiede Durante.
Il vecchio si siede su un masso vicino al lago, senza fiato, poi ordina:
«Rambo, porta du’ café!»
«Ti rispondo», riprende Bruno. «Ma prima le cose importanti: come sta Heidi?»
«Beh, stava in Svizzera, no?», risponde Durante. «Forse so pure dove abita adesso»
«Non hai capito, parlavo di Bice.»
«Bice? Ah, sì. È vero che tu la chiamavi Heidi…»
«Certo, viene dalle montagne alsaziane pure lei no?»
«Sì, ma ‘sta battuta lei non l’ha mai capita e ogni volta se la prende a male. Comunque, mi fa piacere che me lo chiedi. Pensavo che ti stesse antipatica.»
«Ma no, quando mai? Io scherzavo. È che lei non ha i riferimenti culturali. Heidi era un bel personaggio dei miei cartoni animati giapponesi, lo sai. E poi mi preoccupavo anche per te, per le scelte che avete fatto. Immagino che non abbiate cambiato idea sulla possibilità di farmi diventare nonno.»
«No, papà.»
Nella penombra Bruno non può vederlo, ma la faccia di Durante si è rabbuiata.
«Là fuori è un inferno», continua il figlio. «In Francia si sta meglio che in Sicilia ma pure da noi c’è poco da stare allegri. Con che coscienza metterei un figlio al mondo?»
«C’è sempre speranza.»
«Ricominci a fare discorsi da terrap… da utopista, papà. A proposito, mi stavi spiegando come facevi a sapere che il clima sarebbe andato a farsi fottere, ancora prima dell’arrivo della Forbice.»
La spiegazione di Bruno è interrotta da Rambo che arriva sferragliando con il vassoio dei caffè.
«Caffè sevvito», dice.
«Grazie, Rambuzzu. Puoi andare», risponde Bruno.
«Con la carusa che ci faccio?», chiede il robot.
«Che carusa?»
«C’è di là Speranza. Chiede del nonno.»
«Ah, bene», dice Bruno. «Falla venire. Anzi no. Giocaci tu cinque minuti, che spiego una cosa a Durante. Poi l’accompagni qui.»
«Che speranza?», chiede Durante. «Che nonno?»
«Non ti preoccupare», lo rassicura Bruno. «Speranza è la bambina dei vicini. Mi chiama nonno perché mi vuole bene. Comunque tu vestiti. Non ti vorrai presentare così?»
Solo allora Durante si rende conto che è ancora in accappatoio e senza nulla sotto.
«Che vicini?», chiede vestendosi.
«Cerco di fartela breve, Dura’», dice Bruno, rivestendosi pure lui. «Riguardo alla catastrofe climatica, come facevo a saperlo? Allora tutti sapevano tutto. Gli scienziati hanno avvisato in ogni modo possibile e per anni. E ti ricordi come hanno reagito i politici?»
«Hanno licenziato gli scienziati, chiuso i servizi di rilevamento, tagliato i finanziamenti alle ricerche. Lo so.»
«Le informazioni erano a disposizione di tutti. Sapevamo, ma non abbiamo voluto cambiare il nostro modo di vivere.»
«Va bene ma com’è che sei arrivato a fare tutto questo? Tu in vita tua hai fatto solo l’impiegato amministrativo. Adesso mi parli di IA come uno scienziato pazzo, e per giunta fabbrichi un paradiso in terra, anzi sottoterra. Quando sono venuto l’ultima volta, avevi un bel giardino: c’era tanta acqua, tanto verde. Sei un buon giardiniere, va bene. Ma questo è un altro livello. Mi pare uscito da un romanzo di Verne. Fino a cinque minuti fa mi aspettavo di vedere spuntare i dinosauri. Ora spuntano addirittura carusi…»
«Calmati, Dura’. Le cose sono più semplici di quello che sembrano.»
«Nonno!», grida in quel momento una bambina, correndo fra le braccia di Bruno.
Lui l’abbraccia e la solleva da terra.
«Monellaccia», dice ridendo, «sei scappata un’altra volta.»
È una bambina di sei o sette anni, con capelli lunghi castani, gli occhi furbetti e un sorriso allegro. È vestita di verde ed è scalza.
«Volevo darti questo», dice la bambina porgendogli un foglio disegnato.
«Grazie, Speranza», dice Bruno, e le dà un bacione sulla guancia. «È bellissimo. Adesso però devi tornare a casa che sennò papà e mamma si preoccupano. Vai con Rambo che ti riaccompagna.»
«Rambo», continua, «fammi la cortesia, portala alla fattoria dei Busacca. Fai la lapa, che le piace.»
«Sì, sì, la lapa!» grida entusiasta Speranza.
Rambo ronza e si riconfigura in forma di disco. Nella parte di sotto però compaiono tre ruote, mentre sopra spunta un piccolo sedile con tanto di cintura di sicurezza per la bambina.
«Avanti, signorinella», la esorta il robot, «acchianamu ‘nta lapa!»
Poi parte spedito imitando con la voce il brum del motore e annunciando con timbro nasale:
«Si riparano cucine aggasse! Materassi ammolle! Donne!»
E sparisce dentro al tunnel da cui riecheggiano le risate felici della bambina.
Pochi secondi dopo, mentre Durante fissa il padre cercando di articolare una domanda di senso compiuto, dalla tasca di Bruno arriva un trillo. È il cellulare:
«Sì, Angelo, è venuta di nuovo qui», spiega Bruno. «Tutto a posto, Rambo la sta riportando a casa.»
«…»
«Ma dai, nessun disturbo. Lo sai che le voglio bene. Domani venite tutti assieme che ho fatto la crostata. Ciao, ciao, ciao. Un abbraccio a Santuzza.»
Bruno chiude il telefono con un sorriso che Durante non ricorda di avere visto da molto tempo sul viso del padre, sarà per la dentiera che ora gli fa una faccia da attore americano, sarà perché a questa versione aggiornata e corretta di Bruno ci deve fare l’abitudine.
«Ma… chi sono?», chiede.
«Gente… che come me, all’epoca, ha capito che stava succedendo qualcosa, ha ascoltato gli scienziati, ha visto i segnali della catastrofe e ha cercato un modo per reagire. Ci siamo ritrovati spontaneamente su internet. Abbiamo cominciato a discutere di possibilità, di soluzioni.»
«Di che stai parlando?»
«Tu lo sai che noi veniamo da una famiglia di fontanieri palermitani, di pozzari, no?»
«Insomma. Mi ricordo che da piccolo mi hai raccontato qualche leggenda.»
«Mio nonno mi ha detto parecchie cose sui qanat arabi e sui pozzi ingruttati di Palermo. Ho fatto le mie ricerche. Quelle tecniche potevamo sfruttarle anche noi, in questa zona della Sicilia.»
«Io però ancora non capisco questa storia della comunità», dice Durante.
«La comunità virtuale», spiega Bruno, «si è trasformata in comunità fisica. Se ti fermi un po’, vedrai. Come ti dicevo, ho coinvolto gli altri e abbiamo cominciato a restaurare le vecchie masserie abbandonate di queste zone. Ce n’erano a tinchité.»
«Ma… non si vede anima viva nel raggio di chilometri…»
«Hai detto bene. Non si vede.»
«Vuoi dire che vivete tutti sottoterra?»
«Abbiamo scavato gallerie fra le nostre fattorie, prima della Forbice. Il terreno è friabile, lo chiamano proprio giuggiulena. Le abitazioni sotterranee da queste parti sono tradizione antica assai.»
«No, ma che mi stai dicendo? Ci vogliono scavatrici, mezzi meccanici…»
«È bastato mettere le nostre risorse in comune. In quel periodo, in rete sono arrivate pure le intelligenze artificiali open source. Ci facevi quello che volevi ed erano gratis. Le prime le hanno messe in rete i cinesi, ma quando ci si sono messi pure i catanesi… Spettacolari. Quella di Rambo è catanese, per esempio.»
«Lo dicevo io…»
«Aspe’, scusa», dice Bruno, estraendo nuovamente il cellulare dalla tasca.
«Giuliano, che c’è?», continua al telefono.
«…»
«No, nessun disturbo. È che è venuto a trovarmi mio figlio qua, e stiamo discutendo.»
«…»
«Sì, lo so che siamo un gruppo segreto e se ci sgamano siamo fottuti. A me lo dici? L’ho fondato io. Ma il ragazzo è fidato, non ti preoccupare.»
«….»
«No, no, tranquillo, siamo criptatissimi. Non sospettano niente. Gli informatori sono sicuri. La Sicilia per il governo è letteralmente terra bruciata.»
«…»
«Minchia, Giulià, non si vede un mafioso da anni. Non mi fare il paranoico. Lo sai meglio di me che hanno traslocato baracche, cosche e burattini al nord, dove ci stanno i picciuli.»
«…»
«Sì vabbè, la caponatina alla riunione la porti tu. Io faccio un’altra cosa, non c’è problema. Ci vediamo venerdì, sì. Puntuale mi raccomando. Settemmezza-otto-ottemmezza. Sì, ciao Giulià.»
«Era Giuliano?», lo sfotte Durante.
«Tu ci scherzi ma questo tipo è pesante. Purtroppo ce lo dobbiamo sopportare. È il presidente di turno ancora per sei mesi.»
«Così funzionate? A turno?»
«Siamo pochi, ce lo possiamo permettere. Ma stiamo crescendo. Ci sono dei bambini, lavoriamo per loro.»
«Bello fare i bambini in una grotta, mi ricorda qualcosa: Gesù bambino, il Candido di Sciascia. Siete nella tradizione.»
«Vabbè, Durante, mi pare che l’essenziale l’hai capito», replica Bruno, spazientito. «Ti risparmio i dettagli tecnici.»
«Credo di sì. Ma continuo a non capire perché ti ostini a rimanere sottoterra invece di vivere alla luce del sole.»
«Perché qua ci stiamo provando, Durante. Non dico che è semplice. Non ti nascondo che abbiamo parecchi problemi. La gente è quello che è, sia sopra che sottoterra. Però ci stiamo provando. Voi invece in Francia che fate?»
«Sì, sì», ammette Durante, «tutto questo è sbalorditivo, è affascinante.»
«Oh, benedettiddio. Tanto ci voleva…»
«No, che c’entra. Quello che è giusto è giusto. Anche il progetto di comunità. Per il poco che ho visto, sembra davvero gente affettuosa. Io ci ho perso l’abitudine. Le grandi città, sai come sono… Da quando il clima è peggiorato poi… Il senso di competitività è alle stelle… Ormai pure respirare è una gara. Sarebbe bello, sì, sarebbe proprio bello, ma…»
Il cellulare squilla ancora ma stavolta Bruno non lo guarda neanche.
«Qui», dice, «abbiamo fatto tutto quello che si poteva per garantire la sopravvivenza della comunità e il benessere delle persone. Pare che funzioni. Il nostro modello di vita è appeso a un filo, basta poco e va tutto all’aria, ma siamo fiduciosi. Però, Durante, a me manca l’essenziale, mi manca mio figlio.»
Durante guarda oltre la spalla del padre. Cerca la sponda opposta del lago che sa già di non poter vedere.
«Tu ami la tua Bice come io ho amato tua madre», aggiunge Bruno. «Non potrei mai chiederti di lasciarla però potresti portarla con te. Qui c’è speranza. L’hai pure vista sgambettare. È quello che vi manca.»
«Papà», si difende Durante, «io sono venuto qui per riportarti in Francia, e tu mi proponi di vivere con te in una grotta?»
«Vieni con me», replica Bruno prendendo uno dei sentieri che attraversano il giardino. Stavolta non è un comando rabbioso ma una richiesta. Arrivati a una radura, nella parte centrale, si ferma.
«Guarda su», dice.
Il soffitto, che qualche ora prima Durante non riusciva neanche a guardare per quanto era luminoso, adesso è completamente buio, anzi, riesce a vederci lo scintillio delle stelle.
«Lì c’è l’Orsa Minore», dice Bruno, indicando un punto nel cielo, esattamente come faceva tanti anni prima, quando passava ore ad ammirare insieme al figlio le stelle siciliane.
Durante si siede a terra e per alcuni minuti fissa in silenzio il buco sul soffitto che affaccia sulla notte stellata. Oltre, c’è lo stesso cielo di quand’era ragazzo, lo stesso della notte prima, in macchina. Stavolta però, ciò che sente non è l’angoscia della solitudine ma un senso di completezza. Un tipo di appagamento che ha già provato una volta, anni prima, quando cercava casa con Bice. Dopo diversi appartamenti scartati fra mille dubbi, ne hanno visitato uno che, appena ci hanno messo piede, si è rivelato quello giusto. Difficile spiegare esattamente perché: entrambi hanno sentito, senza neanche parlarsi, di essere nel posto giusto. Quel posto da allora in poi è stato casa e nessuno dei due se n’è mai pentito.
Adesso Durante sa di nuovo di essere nel posto giusto. Manca solo Bice. E chissà, forse una bimbetta con gli occhi furbi che corre scalza da una grotta all’altra. Magari si chiamerà Stella.
Durante si alza:
«Papà, adesso devo andare.»
«Così presto?»
«Devo discutere con Heidi, a lungo.»
Bruno annuisce:
«Spiegale la faccenda del cartone animato giapponese, mi raccomando», dice mettendogli in mano il disegno di Speranza, «e questo dallo a lei.»
Durante guarda il foglio: al centro c’è un uomo che assomiglia vagamente a suo padre. Intorno a lui, diverse figure maschili, femminili, bionde e brune, piccole e grandi, tutte piene di colori, tutte con la bocca sorridente a U. Dietro, alberi e piante verdi e marroni, e un cielo nero con le stelle gialle.
«Quando ti spiegano cos’è l’inferno o dov’è il paradiso», ripete Durante abbracciando il padre, «non ti fidare.»
Bruno lo stringe forte:
«Tornate a riveder le stelle.»