
Un ombrellone giallo domina la scenografia alle spalle dei relatori, come un cappello sulle ventitré, mentre una schiera di creme solari, occhialini da nuoto e da sole, una palla e altri giochi da spiaggia contendono il tavolo alle bottigliette d’acqua. Città vuota non è solo un successo musicale di Mina: all’emergenza commerciale d’agosto, la libreria romana di via Tara ha ovviato con un evento su consigli di lettura tra un tuffo al mare e un gelato. La locandina non contempla le vacanze in montagna, e la parlata del proprietario tradisce l’origine isolana, come a bordo di un aereo in volo sullo Stretto. Aguzzare la vista è un intrattenimento da lettori de La Settimana Enigmistica, il talento invece si misura dalla velocità con cui l’udito attribuisce le cadenze per provincia.
Il titolo recita Come ordinate le vostre librerie? e gli organizzatori forse sperano che in sala ci siano quelli che d’estate non hanno voglia né di partire, né di restare, perché hanno letto Natalia Ginzburg e hanno capito di essere incapaci di ubbidire al richiamo a essere felici. Per loro fortuna, invece non è un pubblico impegnato quello che si sta interrogando sulla relazione tra quell’ingombrante ombrellone giallo e il metodo per tenere in ordine i libri, le sedie occupate superano quelle vuote e a mantenere le promesse di felicità c’è l’aria condizionata.

Basta ascoltare il primo scambio tra i due relatori, un uomo e una donna che si passano il microfono come scottasse, per capire che la questione è controversa assai. Dalla platea uno spettatore chiede la parola, quasi il quesito fosse rivolto a lui, e pensa bene di condividere la propria esperienza come in un gruppo di sostegno: ma la proposta di ordinare per autore o per casa editrice è già sentita. L’allestimento del cantiere marittimo sul tavolo e il tragitto da casa fin qui, sotto il solleone, esigono di più. La coppia sul palco cassa, ringrazia e sospende le iniziative di altri volenterosi, rimandandole in chiusura.
L’evento prosegue sotto la guida di una citazione del regista Ettore Scola. «I libri non puoi metterli a caso» – legge la relatrice – «L’altro giorno ho riposto Cervantes accanto a Tolstoj. E ho pensato: se vicino a Anna Karenina c’è Don Chisciotte, di sicuro quest’ ultimo farà di tutto per salvarla». Prima che riprenda fiato, un altro spettatore si alza per rivendicare che passano secoli tra i due romanzi, che l’allineamento temporale è impossibile, che i personaggi letterari sono creazioni della fantasia. La moglie a fianco è paonazza e gli afferra il braccio per tirarlo giù sulla sedia. Lui si dichiara professore di Fisica Quantistica, si guarda intorno e le brontola qualcosa di incomprensibile. Per la seconda volta, la coppia sul palco cassa, ringrazia e sospende le iniziative del pubblico. In fondo alla sala, però una donna con un cappellino piumato vuole dire la sua.
«Chi ha detto che i personaggi letterari non esistono?» – chiede senza attendere risposte – «Se così fosse, la mia Tara sarebbe rimasta sulla carta o sullo schermo. E invece questa via ha il suo nome!»
Il pubblico si volta a guardarla: ha il viso acceso dall’energia delle parole, gli occhi verdissimi sotto le sopracciglia scure, il mento a punta e un abito d’epoca che le mette in risalto il vitino. I relatori la guardano con aria interrogativa, catturati dalle piume sul cappello, e uno degli organizzatori spinge per invitarla sul palco per un fuoriprogramma. L’uomo non è d’accordo: ha elaborato un complesso decalogo sull’ordine di lettura di autori francesi e russi, non riuscirà mai a completare il suo intervento con tante interruzioni. A fianco, la donna tira un sospiro di sollievo, i Santi d’agosto l’hanno salvata dalla tirata del collega trombone, e fa cenno alla sconosciuta di avvicinarsi.
Testa alzata e sguardo volitivo, la dama con il cappellino attraversa la sala, mentre i presenti confondono il fruscio della sua sottogonna di taffetà con il malfunzionamento dei microfoni. Il capo dei contestatori è ancora lui, il professore di Fisica Quantistica, che strizza gli occhi come se quel suono potesse insinuarsi sotto le palpebre e seguire una scorciatoia fino ai timpani. La moglie stavolta gli si è abbarbicata al braccio con una stretta da piovra degli abissi. Se prova ad alzarsi dalla sedia, solleverà lei e un frammento della crosta terrestre. Meglio arrendersi anche agli acufeni.
La gentildonna frattanto si è insediata sul palco. Adesso gli ombrelli sono due, brontola lo spettatore che ha parlato per primo, vedendole il vezzoso parasole celeste al braccio. Ai due relatori che ne lodano l’eleganza e osservano che potrebbe essere uscita da un romanzo, replica strabuzzando gli occhi che lei è davvero uscita da un romanzo. È Scarlett O’Hara, quella di Via col vento, quella di Tara e della grande casa bianca tra le foglie rosse dell’autunno. Se non la riconoscono, peggio per loro.

Costernato, il professore sente dire alla moglie che lei l’ha riconosciuta subito. Dov’è finita la mite compagna di vita, silenziosa da trentacinque anni? Il suo sguardo sembra avere guadagnato luminosità da magnitudine astronomica. Teme che se le chiede di andare via, possa farlo sprofondare nelle viscere della terra senza sollevare un granello di polvere. Da uomo di scienza, si aspettava di potere confutare l’irrazionale e invece è stato messo a tacere dalle circostanze e da due femmine, una imbellettata sul palco e l’altra sedutagli accanto, con un’energia di cui lui aveva perso memoria.
Intanto, Scarlett dal palco distribuisce un ventaglio di sorrisi in tutte le direzioni, adesso il pubblico pende dalle sue labbra: ha dimenticato Anna Karenina, Don Chisciotte e tutti i personaggi della letteratura nei secoli, avendo la possibilità di ascoltarne uno in presenza. Anche la relatrice, carta e penna alla mano, vorrebbe realizzare uno scoop e propone all’ospite un’intervista. Dieci minuti, dice quella. Ne basteranno anche meno, replica lei e afferra il microfono.
«Innanzitutto, può spiegarci come è finita qui?»
«Un errore del navigatore, che ha scambiato Tara con via Tara. Tra dieci minuti tornano a prendermi, a meno che qualcuno dei presenti non s’intenda di codici informatici e stringhe».
«Lei si sente più l’eroina di Margaret Mitchell o si riconosce anche nel sequel?»
«Sono gli editori ad amare i sequel, perché scommettono su una storia che il pubblico ha già scelto in passato. È una piantagione che rende, come avremmo detto ad Atlanta».
«Quindi la storia continua o no?»
«Sì, no, che importa? Noi personaggi letterari vantiamo la libertà della finzione. È la formula della nostra eternità».
«E Rhett dov’è?»
«Fuori con il suo sigaro. Dove vuole che vada senza di me? È finito il tempo per tagliare la corda. Certe schermaglie sono ammissibili solo prima del matrimonio, rientrano nel gioco delle parti, nel corteggiamento e nella resistenza suggerita dal galateo per ragazze da marito».

«Dal 1937 però le ragazze sono più disinvolte, i costumi sono cambiati …anche quelli per il mare»
«Mare e sole sommano sciagure, se si vuole una pelle color magnolia».
«Cosa suggerirebbe piuttosto alle giovani di oggi?»
«Cappelli, velette e guanti, perché “le cose vedute toccano meno che le immaginate“, come scriveva Melchiorre Gioia nel Nuovo Galateo».
«Ma è stato scritto nel 1802, prima che lei nascesse»
«E che c’entra? Pure il teorema di Pitagora è stato dimostrato nel VI secolo a.C., ma si continua a studiare a scuola. Certi insegnamenti sono sempre validi. Chi nasce bella nasce già maritata, le altre devono mettersi d’impegno per migliorare l’aspetto e rimediare al difetto, specialmente se ne hanno più di uno».
«E quali sarebbero?»
«Ci sono quelli veniali della timida, i gravi della simpatica, i molto gravi della brillante, i gravissimi della letterata, gli esiziali dell’impegnata. Tutti mettono in ombra gli uomini e in fuga i corteggiatori».
«Non è facile applicare alla lettera certi consigli. Le ragazze oggi studiano, lavorano, non pensano solo al matrimonio»
«E fanno bene, infatti. Avere un sogno da realizzare senza paura viene prima di tutto. Ma anche essere una gentildonna ha le sue ragioni che la ragione non conosce».
«Ci racconta, prima di andare via, la vera storia del Curtain dress?»
«È meno celebre del Jungle Dress di Donatella Versace, indossato da Jennifer Lopez. Ancora non capisco perché».

«Fu un’idea della Mitchell o fu lei a suggerirglielo?»
«È stato un progetto a quattro mani. Non potevo certo presentarmi a Rhett senza un abito nuovo e civettuolo, sperando di avere la sua attenzione. Mitchell intercettò la fiamma viva del mio personaggio e la lasciò ardere per guidare la storia. Il velluto verde muschio delle tende era davvero morbido, non avremmo potuto trovare di meglio, a meno di non avere del denaro; ma non ne avevamo e volevo salvare Tara a ogni costo. Quando Prissy tornò con la scatola dei modelli, Mammy diede a me le forbici, le mancava il coraggio. Allora tagliai tutto quello che c’era da tagliare».
«Povera Mammy, sarebbe stata felice di vederla sposata con Rhett».
«Ah, ma viene a trovarci spesso».
«Ma nel sequel …»
«È viva e sta benissimo. Adesso è un’imprenditrice che ha investito in hotellerie e ristorazione, segue un regime alimentare ipocalorico e ha scoperto yoga e pilates».
La moglie del professore è commossa, piange quasi. Domani racconterà alle amiche lo straordinario incontro con un’eroina da romanzo. Lui ha seguito l’intervista, trascrivendo su un ritaglio di carta una sequenza alfanumerica. La gentildonna ha parlato di codici e stringhe, meglio essere pronti se non potesse ripartire, o se al supermercato o all’ufficio postale dovesse capitargli nei prossimi giorni di incrociare Emma Bovary, Elizabeth Bennet o Jane Eyre. Ora che ha scoperto che i personaggi letterari attraversano le dimensioni spazio-temporali in libertà, la Fisica Quantistica presenta ulteriori ragioni di studio. Guarda gli occhi lucidi della moglie, con il cuore ricolmo d’amore. È rimasta una sognatrice, come l’ha conosciuta da ragazzo.

Scarlett intanto ha lasciato il tavolo, distribuendo un nuovo ventaglio di sorrisi intorno a sé. Nessuno osa chiederle se davvero Rhett la attenda fuori, mentre con passo da gazzella copre la distanza che separa il palco dall’ingresso della libreria.
«E adesso fatemi andare» – dice – «Dopotutto domani è un altro giorno».
Riferimenti bibliografici:
- Ettore Scola: «Ogni regista fa sempre un film di troppo. Per questo ho smesso al penultimo», intervista di Antonio Gnoli in la Repubblica, 13 gennaio 2013
- Natalia Ginzburg, Estate in Vita immaginaria, Einaudi 2021
- Margaret Mitchell, Via col vento, Neri Pozza Editore 2020
- Irene Soave, Galateo per ragazze da marito, Bompiani 2019