«Era un vecchio teatro, e ce ne andavamo sempre in loggione. Dall’alto, al buio, passavamo due ore a sputare in platea, a ondate, con qualche minuto d’intervallo, tra un attacco e l’altro: la voce dei colpiti si alzava violenta nel silenzio – le mamme puttane -. Tornava il silenzio, lo stappo di qualche bottiglia di gazosa; poi di nuovo – le mamme … – e anche la voce della guardia municipale veniva su minacciosa da quel pozzo – se vengo su vi squarto, quant’è vero Dio – ma noi stavamo certi che mai si sarebbe deciso a venir su». È il 1943 e a ricostruire quell’episodio dell’adolescenza in un imprecisato paese dell’entroterra siciliano – tra i bombardamenti aerei, i familiari divisi dal sostegno ai fronti opposti, l’arrivo degli alleati e dei parenti emigrati che hanno fatto fortuna oltreoceano, il batticuore per la bella cugina americana e la delusione per il matrimonio combinato con lo zio paterno, che gli fa dire che «la pena mia è che camperà cornuto» – è il ragazzino protagonista del racconto La zia d’America (1958) di Leonardo Sciascia (1921-89).
L’invenzione narrativa muove tra ritagli di memoria e cronaca: è una formula già sperimentata e «sacramentale per i giovani scrittori», eppure per Italo Calvino (1923-85), che lo legge per l’editore Einaudi nel marzo 1956, il testo è «una felice sorpresa» per «l’interesse dell’ambiente meno solito, e questa felicissima vena caricaturale così amara e così spontanea». Sciascia lo vorrebbe nella collana I Gettoni, il progetto cresce e integra La morte di Stalin, Il quarantotto e L’antimonio. «Dei tre racconti, il migliore è ancora La zia d’America» – scrive Calvino, prima attingendovi il titolo per la raccolta e poi abbandonandolo, per il rischio di accostarlo a quello di due commedie cinematografiche con Tina Pica. «Gli zii di Sicilia: che te ne pare?» – propone Sciascia. A lui non piace, ma per Calvino è «un ottimo titolo». Trenta anni dopo, quella scena tanto riconoscibile rivivrà in Nuovo Cinema Paradiso (1988-89) di Giuseppe Tornatore, finendo per abitare l’immaginario comune e il terreno fertile dei ricordi, complici i tributi internazionali contro il travagliato cammino del film. Sul grande schermo, Giancaldo sta a Tornatore come Vigata a Camilleri, luoghi della fantasia, eppure non esiste più vera isola nell’isola.

Quello descritto è il Teatro Regina Margherita di Racalmuto, un’architettura all’italiana che riproduce i fasti del Massimo di Palermo, con due ordini di palchi e poco più di duecentocinquanta posti, progettato nel 1860 da Dioniso Sciascia, allievo di Giambattista Basile, e decorato dagli stucchi di Giuseppe Carta, autore anche dei dipinti de I Vespri Siciliani sul sipario e dell’Apoteosi di Apollo sulla volta. Qui il giovane Leonardo ricordava di avere assistito al più bel teatro d’opera e prosa, «tra ori, velluti, allegorie e luci»; e qui «durante le recite del “Mortorio”, cioè della Passione di Cristo secondo il cavaliere D’Orioles, Antonio Patò, che faceva Giuda, era scomparso, per come la parte voleva, nella botola che puntualmente, come già un centinaio di volte tra prove e rappresentazioni, si aprì: solo che (e questo non era nella parte) da quel momento nessuno ne aveva saputo più niente; e il fatto era passato in proverbio, a indicare misteriose scomparizioni di persone o di oggetti», come avrebbe raccontato in A ciascuno il suo (1966). Anni dopo, sarebbe stato «suggerito da quelle poche righe» ad Andrea Camilleri (1925-2019) il romanzo La scomparsa di Patò (2000) insieme all’espediente della lettera anonima, ricondotta dagli inquirenti a «un episodio capitato qualche tempo fa in un paese vicino quando un dottore e un farmacista, recatisi insieme a cacciare, eran stati assassinati entrambi»: un omaggio al giallo del 1966 per il padre di Montalbano, che del Regina Margherita nel 2003 sarebbe stato Direttore Artistico; e che la continuità intellettuale tra lo scrittore, l’editorialista e il parlamentare Sciascia avrebbe attribuito al «ben salutare errore» di avere voluto «scambiare la politica con l’etica», citandone un intervento del 1979.
A un certo punto, anche nell’infanzia di Sciascia il teatro aveva ceduto il passo ai tempi. Mentre contro l’amico Filippo – e la sua «abilità a colpire con uno sputo un due soldi a dieci passi di distanza, il muso di un gatto che se ne stava al sole, la pipa dei vecchi che stavano seduti a chiacchierare davanti al circolo di Mutuo Soccorso» – il ragazzino del racconto riscatta dal loggione la scarsa mira, perché da lassù «andava bene lo stesso, non c’era da sgarrare», nel 1929 il piccolo Leonardo al Regina Margherita, frattanto trasformato in cinema sotto la gestione dello zio Giuseppe, impiegato municipale, a otto anni è uno spettatore privilegiato dal palco centrale. Al riparo da quegli sputi di «vastaseria (cioè di maleducazione)», «di indignazione, di disprezzo, verso i personaggi vili, traditori e crudeli che in nessun film mancavano», da insulti e dal «lancio di bucce d’arance o di noccioli di pesche (secondo stagione)», scoprirà così una passione che lo accompagnerà per sempre, insieme alla lettura e alla letteratura.
Il primo amore è per i film muti, anzi «silenziosi», e in particolare per Il fu Mattia Pascal di Marcel L’Herbier (1926): dell’attore Ivan Mosjoukine, scriverà che da ragazzo, prima di sapere chi fosse Casanova e di scoprire Pirandello, i due personaggi avevano avuto per lui un unico volto; e ricorderà di avere provato «ammirazione, desiderio – e perché non ammetterlo? – adorazione» per le dive del muto, come Francesca Bertini, e per quell’erotismo diffuso dal sollevare le palpebre anziché i vestiti.


Poi è la volta del cinema parlato, di cui si nutre avidamente durante gli studi a Caltanissetta. «Avevo modo di vedere più film: uno a giorno, e a volte anche due. Ogni anno riempivo un libretto di annotazioni sui film visti: avevo, prima che lo facessero i giornali, inventato una specie di votazione con asterischi: cinque il massimo voto. La cosa curiosa, scoperta qualche anno fa, è che Gesualdo Bufalino, che non conoscevo, faceva allora la stessa cosa. Non molto curiosa, a pensarci bene: perché per lui, per me, per altri della nostra stessa generazione e della nostra vocazione, il cinema era allora tutto. TUTTO».
C’era innanzitutto il mito dell’America. E certo non si esauriva nel sogno di far fortuna laggiù e tornare ricchi al paese, magari dopo otto anni per aprire una pizzicheria, come accade a Petru e Venera nel racconto La Mèrica (1921) di Maria Messina; o come era accaduto al padre Pasquale Sciascia, che al lavoro in zolfara aveva preferito l’emigrazione, impieghi saltuari e quello da stiratore in una grande lavanderia di New York fino all’arruolamento nell’esercito, prima del ritorno a Racalmuto e del matrimonio. «Il sergente della divisione Texas che, in un meriggio dell’estate 1943, entrava con la sua pattuglia in un paese della Sicilia, (…) si confonde all’immagine di Gary Cooper in Mezzogiorno di fuoco: l’uomo che avanza a ristabilire il diritto, la legge, la dignità e la libertà degli uomini» (I miti del cinema, 1961). In quel mito «si intravedevano i libri che non si potevano leggere, le idee che non potevano circolare, i sentimenti che non si dovevano avere» – spiegherà in Ore di Spagna (1988) a proposito di sé sedicenne, alludendo alla sete di cultura insoddisfatta dalla vita in provincia e all’oppressione fascista.

Fin oltre i vent’anni sogna di fare il regista, il soggettista, lo sceneggiatore, almeno fino a quando l’evoluzione della società italiana nei regressivi anni Cinquanta non lo disillude, essendo venuta meno «l’effettiva libertà» dell’immediato dopoguerra. Nonostante i tanti professionisti coinvolti nella realizzazione di un film – chi effettua il montaggio, il fotografo, gli attori, lo sceneggiatore – Sciascia scriverà che un’opera cinematografica «riesce a un risultato artistico, o fallisce, soltanto per merito, o demerito, del regista», che non deve «misurarsi con opere già complete nella loro forma letteraria», e riservarsi originalità e autonomia (Dal soggetto al film, 1960). E se la Sicilia è «un modo di essere, uno stato d’animo di cui si può avere l’intuizione», dei «tre diversi temi siciliani al cinema» – il «mondo offeso» di Vittorini, il «teatro della commedia erotica» di Brancati e il «luogo di bellezza e verità» di Quasimodo – solo i primi due hanno restituito esiti validi (La Sicilia nel cinema, 1963) e in parte: dai film contemporanei ispirati alla letteratura isolana, sembra discenda l’immagine di moda di quanto quella terra non è.
L’apprendistato cinematografico influisce persino sulla sua tecnica di scrittura, tanto da fargli sostenere senza vanto che i suoi libri siano già delle sceneggiature. Anche dopo il successo al cinema di A ciascuno il suo, Il giorno della civetta, Todo modo e Il contesto e i soggetti per Carlo Lizzani, Lina Wertmuller, Sergio Leone, inediti fino al 2021, «da un’opera grande viene un film mediocre e da un libro mediocre può venire fuori un grande film», dichiarerà nel 1984.

L’occasione è l’intervista rilasciata per Scrittori siciliani e cinema (Rai, 1984) al giovane Giuseppe Tornatore, che dalla memoria immaginifica della Sicilia e dal sogno del cinema aveva cominciato anche lui a ritagliare e a ricucire storie. «Il mio amore per il cinema nasce nella sala cinematografica, nasce con il primo impatto con questo luogo così misterioso» – racconterà il regista (Quelli che il cinema, 2025) – «Ero piccolissimo e quindi dalle domande che mi sono subito posto, da dove entrassero queste figure gigantesche, mi sembravano tutti giganti i personaggi nei primi piani. Quando si accendevano le luci, mi guardavo intorno e mi chiedevo da dove fossero entrati».

Da Racalmuto a Bagheria/Giancaldo, in Nuovo Cinema Paradiso l’arco temporale si sposta in avanti – gli anni Venti di Sciascia, gli anni Quaranta del ragazzino ne La zia d’America, il dopoguerra di Tornatore – in una continuità investita dalla passione per la settima arte, un sogno che la modernità minaccia di dissolvere, in favore di sale multischermo e prodotti più commerciali per il grande pubblico, o che più semplicemente il tempo cambia e porta via con sé. «Tornatore ritrae l’epoca in cui le sale cinematografiche erano davvero vive. Ci ricorda quell’età dell’oro in cui il pubblico affollava i cinema. Che fine hanno fatto il Paradiso, lo Splendor, l’Eden e gli altri?» – commenterà il critico francese Jean-Louis Manceau (Cinéma 458 – giugno 1989) – «Questi paradisi perduti si sono trasformati in supermercati, parcheggi e condomini. Di chi è la colpa? Tornatore non punta il dito contro nessuno; si limita a osservare (…)» e «utilizza con maestria e abilità tutti i tratti distintivi del neorealismo italiano». Ma lunga è la gestazione di quella storia, scritta e sceneggiata, e non meno accidentata la realizzazione del film, sottoposto alle forbici del regista, prima del grande successo internazionale. «Può nascere da un ricordo, da una lettura, da qualcosa che capita a te o che senti raccontare dagli altri. Da un’esperienza» – spiegava il regista nel 2015, a proposito dell’idea germinale dei propri film.

«Nel 1977 fui chiamato dal mio datore di lavoro, un gestore di sale cinematografiche, lavoravo da lui come proiezionista. Aveva un cinema che era nato negli anni Venti e che da cinque anni aveva chiuso. Aveva deciso di vendere l’immobile e voleva svuotarlo, mi disse smonta tutto, quello che ti serve prendilo, il resto lo buttiamo. Sono stato tre giorni dentro questo cinema, circondato da rigattieri e operai che smontavano le sedie di ferro, le applique, le tende (…). Stando lì ebbi la sensazione che sento che tutti hanno quando Totò da grande entra nel cinema».
La sceneggiatura raccoglie materiale dall’esperienza di altri proiezionisti, dalla Sicilia “come modo di essere e stato d’animo”, dagli aneddoti riferiti e da quelli vissuti, mentre l’amicizia tra il piccolo Totò e il proiezionista Alfredo racconta l’amore comune per il cinema, e la passione che farà del primo un regista di successo. Anche dopo l’incidente che lo priverà della vista, Alfredo insisterà affinché il ragazzo lasci Giancaldo e costruisca il proprio futuro altrove: «La vita non è come l’hai vista al cinematografo, è più difficile. Vattene! Sei giovane il mondo è tuo! … Non voglio più sentirti parlare, voglio sentire parlare di te». Per il mentore, conta solo il domani e la sua esortazione a dimenticare tutti include anche Elena, di cui Totò è perdutamente innamorato, tanto da impedire il loro ultimo incontro, tacere sul messaggio di lei affisso nella cabina di proiezione, e distoglierla dall’inganno dei sentimenti. «Figlia mia, il fuoco diventa sempre cenere!» – si legge nella sceneggiatura edita da Sellerio, e la memoria non può non andare alle parole del principe di Salina a Padre Pirrone, investito da Concetta dell’incarico di parlare al genitore del sentimento sbocciato per Tancredi: «L’amore. Certo, l’amore. Fuoco e fiamme per un anno, cenere per trenta». Del resto, nel film che celebra quello per il cinema, non c’era spazio per l’amore da ragazzi o da adulti della sceneggiatura: la forbice del regista sacrifica il tempo della possibilità, perché il presente si è ormai insediato sul passato, Totò è diventato un regista famoso e le parole del profeta cieco – «Qualunque cosa farai, amala come amavi la cabina del Paradiso, quand’eri piccolo» – si sono avverate.
Le riprese di Nuovo Cinema Paradiso cominciano nel maggio del 1988. Alla produzione partecipano la casa francese Les Films Ariane, lo stesso Tornatore e soprattutto Franco Cristaldi con Cristaldifilm, che ne sollecita la conclusione e organizza la presentazione all’Europa Cinema di Bari, in luogo di quella al Festival di Venezia, impedita dai ritardi. Quella proiettata è una copia ancora provvisoria di circa tre ore, il pubblico ne è entusiasta, invece stampa e critica lo bocciano. Regia e produzione non si lasciano scoraggiare: il film viene finito, Tornatore taglia e riduce la durata a due ore e trentadue minuti, Cristaldi limita il lancio a supporto della distribuzione: un errore, perché il film esce nell’ottobre 1988 quasi ignorato dal pubblico e contestato dalla critica. «Molti dicevano che la colpa era la lunghezza… Poi c’era chi diceva che il titolo depistava il pubblico, c’era chi diceva che era la mancanza di campagne promozionali. C’era chi diceva che era il trailer che non era buono… Tutto sembrava avere determinato l’insuccesso» – ricordava Tornatore nel 1996, fino alla decisione di ricorrere nuovamente alle forbici, al taglio del capitolo dell’incontro del protagonista adulto con il suo primo amore.

La nuova edizione torna nelle sale nel marzo 1989 senza successo, un incantesimo sembra imprigionarlo fino all’arrivo al Festival di Berlino. La polemica tra il presidente della kermesse contro la qualità delle opere italiane in concorso suscita la strenua difesa del regista, che risponde sulla stampa e ritira il film; e la querelle incuriosisce gli osservatori francesi, che chiedono di poterlo vedere e lo invitano al Festival di Cannes, dove raccoglie il favore della stampa internazionale e del pubblico, e Tornatore vince il Grand Prix Speciale. Finalmente Nuovo Cinema Paradiso torna nei cinema italiani e ne viene riconosciuto il meritato successo, che prosegue con il David di Donatello a Ennio Morricone per la migliore colonna sonora (1989), e il Golden Globe e il Premio Oscar per il miglior film straniero (1990).
Nell’estate del 1989, al Cinema Odeon di Milano, ad assistere alla proiezione del film c’è uno spettatore speciale. È Leonardo Sciascia con la moglie e pochi amici – come riporta Vincenzo Consolo in una nota quasi di post produzione, pubblicata con la sceneggiatura integrale – e ne scriverà «magistralmente, memorialmente e poeticamente» su La Stampa, riconoscendo la narrazione comune. «Un uomo che sta oggi per varcare la fatidica soglia dei settant’anni e che i primi dieci — gli indelebili anni dell’infanzia — ha passato in un piccolo paese, isola nell’isola, della Sicilia interna, senza, in quei primi anni, mai allontanarsene, ha da inventariare ricordi ben diversi, per quantità, qualità e significati, di quelli di ogni altro suo coetaneo che quei primi anni li ha passati in città più o meno grandi, in paesi affacciati al mare o toccati da strade e ferrovie di grande transito». In una singolare associazione di idee, all’immagine dei carretti con la neve di montagna per «fare fresca l’acqua» d’estate, alleggerire i fortissimi vini rossi e preparare la granita, seguono quella dei ghiacciai e dell’impresa di Umberto Nobile, attraverso il documentario proiettato nel 1929 su un lenzuolo nella piazza di Racalmuto, «il primo film che il paese avesse mai visto», con l’arrivo dell’elettricità e del cinematografo. «Il film di Tornatore, pur riferendosi ad anni più al di qua, agli anni del “parlato” mi ha toccato e commosso nella memoria di anni più lontani: quelli del mio cinema, del mio vero cinema; il cinema che direi silenzioso piuttosto che muto. Me ne sono nutrito fin da quando, già quasi in tutto il mondo, imperava il parlato: per il vantaggio direi, di stare in un paese dove tutto arrivava con grande ritardo (…). È diventato un’altra cosa di cui, in effetti, non c’era bisogno se non per masse miseramente “bisognose”: è diventato parodisticamente letteratura, parodisticamente pittura, parodisticamente avanguardia di ogni cosa che sa di avanguardia. Del cinema com’era, questo film di Tornatore è una specie di requiem» – conclude Sciascia con la malinconia scaturita dal rimpianto per un mondo che ha perso il desiderio di ricreare la vita attraverso la fabbrica dei sogni, dalla consapevolezza della propria malattia e dalla misura di quanto rimane da vivere a lui e al grande schermo come lo aveva conosciuto da bambino, nel Teatro Regina Margherita di Racalmuto.

Dal palco aveva il privilegio di stare vicino alla cabina di proiezione, dove trafugava per sé i frantumi di pellicola e riusciva talvolta a convincere l’operatore a tagliare i fotogrammi più suggestivi, per collezionarli. Erano volti di dive o chissà, «nell’infanzia si hanno più parole che cose» e «quel che un uomo poteva fare con una donna, restava per noi in nebulose fantasie», aveva lasciato spiegare al ragazzino del racconto e alle sue monellerie. «Quando nel film c’erano scene d’amore cominciavamo a soffiar forte, come in preda a un desiderio incontenibile, o facevamo quel rumore di succhiare lumache, che voleva essere il suono dei baci; era una cosa che in loggione anche i grandi facevano».

Forse lo scrittore in qualche modo rivede sé stesso nel bambino che infila la mano in un cesto pieno di spezzoni e ne tira fuori un ciuffo di pellicola, sacrificato per volontà di un altro censore, in tonaca come Don Adelfio, sotto le forbici del proiezionista. «Tanto, troppe volte si baciano», aveva detto Alfredo di quei fotogrammi scartati, senza essere uno dei vecchi e maligni che nei versi di Catullo straparlano con invidia per gli innumerevoli baci degli amanti. La lezione del poeta è «conturbabimus illa», mescolarli insieme sulle note di Ennio Morricone, e Tornatore ne ricava una delle sequenze più commoventi della storia del cinema.

La proiezione è una sorpresa per Totò adulto, che ritrova il sogno nel tempo fermato dall’amico scomparso. «Questi pezzi sono tuoi, te li regalo» – gli aveva detto da bambino – «te li tengo io», esigendo invano che non tornasse dentro la cabina. Ma quei fotogrammi tagliati e montati insieme custodiscono più delle immagini stesse, la pellicola scorre via veloce come adesso sembrano essere state la vita, le illusioni e le emozioni di cui il cuore è ricolmo. «Riaccese le luci» – ricorda Vincenzo Consolo – «restammo muti e fermi ai nostri posti per la commozione che il film ci aveva dato, ma ancor di più per l’imbarazzo di fronte alla più profonda, e più evidente, commozione di Sciascia».
Riferimenti bibliografici:
- Leonardo Sciascia, La zia d’America in Gli zii di Sicilia, Einaudi 1958
- Italo Calvino, Leonardo Sciascia, L’Illuminismo mio e tuo. Carteggio 1953-1985, Mondadori 2023
- Andrea Camilleri, La scomparsa di Patò, Mondadori 2000
- Andrea Camilleri, Un onorevole siciliano. Le interpellanze parlamentari di Leonardo Sciascia, Bompiani 2009
- Maria Messina, Gente che passa, Sellerio 1989
- Matteo Collura, Il maestro di Regalpetra. Vita di Leonardo Sciascia, Tea 2007
- Felice Cavallaro, Sciascia l’Eretico. Storia e profezie di un siciliano scomodo, Solferino 2019
- Leonardo Sciascia, La Sicilia nel cinema (1963) in La corda pazza. Scrittori e cose della Sicilia, Einaudi 1970
- Leonardo Sciascia, Questo non è un racconto. Scritti per il cinema e sul cinema, a cura di Paolo Squillacioti, Adelphi 2021
- «Sciascia, l’impegno della ragione», intervista di Giuseppe Tornatore a Leonardo Sciascia in Scrittori siciliani e cinema, Rai 1984
- Giuseppe Tornatore, Nuovo Cinema Paradiso, Sellerio editore Palermo 1990
- Infinite riscritture, Masterclass con Giuseppe Tornatore in Roma Creative Contest, Maxxi di Roma, 19 settembre 2015 (testo raccolto da Writers Guild Italia)
- «Tornatore: così ho salvato Nuovo Cinema Paradiso», in Hollywood Party, Radiotre 1996, Rai Teche
- Giuseppe Tornatore: «Vi racconto la verità. Sul cinema» in Il Venerdì di Repubblica, 15 novembre 2017
- Quelli che il cinema, intervista a Giuseppe Tornatore, Raiplay 2025
- Giuseppe Tomasi di Lampedusa, Il Gattopardo, Feltrinelli 1963
- Gaio Valerio Catullo, Le poesie, Garzanti 1988
- Vincenzo Consolo, La cuna del sogno, nota in Nuovo Cinema Paradiso, op, cit.
- Leonardo Sciascia, Requiem per il cinema, in La Stampa, 27 agosto 1989
- Matteo Collura, Leonardo Sciascia, quando pianse vedendo Nuovo Cinema Paradiso in Il Messaggero, 20 gennaio 2019