
A quasi cinquant’anni si accorse che, nella vita, aveva cominciato a tagliare. Non sapeva dire con assoluta certezza quando fosse successo, se fosse stata una scelta consapevole o qualcosa che gli anni gli avevano semplicemente insegnato.
In ogni caso, oggi è consapevole che non esistono certezze. E sa anche che esserne consapevoli non significa fare tutto bene, né aver finalmente trovato una formula capace di mettere ordine nella vita. La consapevolezza, forse, è proprio il contrario. È sapere che ogni convinzione può essere messa in discussione, che ciò che si pensa non coincide necessariamente con ciò che è vero e che, tra un pensiero e la certezza, non dovrebbe esserci un legame così automatico.
Da giovane non tagliava nulla. Lasciava crescere. Accettava. Accumulava persone, pensieri, abitudini, rumori, cose che forse non gli appartenevano davvero. Poi, con il tempo, ha cominciato a tagliare, ha imparato a lasciare andare. Non tutto insieme, non con un gesto improvviso, ma poco alla volta. Una pulizia progressiva, quasi naturale. Come se fosse necessario liberare spazio per capire cosa meritasse davvero di rimanere.
Forse è un’attitudine che si sviluppa con gli anni. Forse appartiene a molti. Anche su questo, però, non può avere certezze. Ha imparato a diffidare delle certezze, soprattutto di quelle che sembrano definitive. E forse è proprio questo il primo taglio che ha compiuto: recidere il nesso troppo stretto tra ciò che si pensa e la pretesa che quel pensiero debba necessariamente corrispondere al vero.
Un tempo accettava tutto. O quasi. Oggi no.
Ha scelto di tagliare ciò che non conta, ciò che non lo arricchisce davvero, ciò che sente estraneo al modo in cui vuole vivere. Ha scelto di dare precedenza a ciò che considera importante, a ciò che sente capace di rappresentare qualcosa di autentico nella propria vita. Non per diventare un esempio. Non crede di doverlo essere per nessuno. Al massimo può lasciare una testimonianza. E forse è già molto. Forse è tutto ciò che una persona può fare: vivere secondo i propri principi e lasciare che siano le proprie scelte, più delle proprie parole, a raccontarla.
Crede che vivere coerentemente sia importante, ma soltanto se la coerenza è con se stessi. Non con i parametri degli altri, non con ciò che ci si aspetta, non con il bisogno di apparire all’altezza di un’immagine costruita da qualcuno.
Tutto ciò che facciamo gli sembra sempre più simile a un lancio di dadi. Ma non c’è nulla di fatalista in questa idea. Lanciare i dadi non significa lasciare la propria esistenza al caso. Significa, al contrario, fare tutto ciò che è possibile fare prima che il caso intervenga. Studiare, lavorare, comprendere, cercare di capire, fare bene ciò che si è scelto di fare. Essere gentili, nel senso più ampio e più difficile del termine, senza per questo diventare arrendevoli. Non pretendere e non dare nulla per scontato.
Oramai ha capito che c’è sempre qualcosa che non si può controllare. Il destino, il caso, gli angoli bui del percorso, quelli che soltanto qualche volta ci illudiamo di poter vedere in anticipo. Ci sono svolte che non avevamo previsto, deviazioni che non avevamo scelto, pieghe della vita dentro le quali ci ritroviamo senza averle mai cercate. E non possiamo farci niente. Possiamo soltanto imparare ad attraversarle.
Forse il taglio serve proprio a questo: togliere ciò che non ha valore per fare spazio a ciò che ancora deve crescere. Più si recidono i rami inutili, più possibilità ci sono che arrivino foglie nuove. Più si impara a tacere quando non c’è davvero nulla da dire, più si riesce ad ascoltare la propria voce.
Il silenzio è più importante di quanto si riesca a comprendere. Non è soltanto l’assenza di parole, né il vuoto che rimane quando il rumore si interrompe. Il silenzio è anche una scelta, qualche volta una forma di attenzione. Ci sono persone che non sanno stare in silenzio. Il mondo è un frastuono continuo. Quel frastuono ha deciso di tagliarlo, anche se sa di non essere ancora riuscito a raggiungere del tutto quel silenzio.
Non ama la confusione. Preferisce la laboriosità silenziosa di chi studia, lavora, fa il proprio dovere, di chi ascolta prima di parlare, di chi non costruisce opinioni inutili su ciò che non conosce, di chi sa che un dubbio, qualche volta, è una forma più onesta di intelligenza.
E ha reciso anche i rapporti con chi non sa comprendere un silenzio, un gesto, uno sguardo. Non per crudeltà. Semplicemente perché, a un certo punto, certe presenze diventano rumore.
Resta il rimpianto. Ci sarà sempre, perché nessuno riesce a vivere esattamente come aveva deciso. Anche questa è una forma di consapevolezza: sapere che, per quanto si possa scegliere cosa tagliare, non si potrà mai controllare tutto ciò che crescerà dopo.
Ma forse è proprio qui che comincia la libertà. Nel sapere che non si può avere certezza di nulla e scegliere comunque. Nel tagliare, ogni tanto, ciò che soffoca. Nel lasciare spazio. Nel capire che non tutto ciò che si perde è una perdita e che, qualche volta, per tornare a sentire la propria voce, bisogna prima avere il coraggio di fare silenzio.