
Trascorsi la mia adolescenza in seminario dove ero finito perché fui bocciato all’esame di ammissione alla scuola media (per accedervi, all’epoca, non era sufficiente la licenza elementare) così, anziché mandarmi a lavorare in campagna o alla scuola di avviamento al lavoro, mia madre decise di mandarmi in seminario dove si faceva, privatamente, la scuola media. Mio padre assecondò la scelta pur avendo forte il desiderio di avermi in campagna. Amava il suo mestiere di massaro, aveva alta professionalità e desiderava trasmetterla all’unico figlio maschio. Alla mia nascita aveva fatto costruire il carretto nuovo quale elemento di continuità per il futuro. Poi l’epoca cambiò, quella agricoltura tramontò e dei carretti si è persa la memoria. La non ammissione era l’occasione buona per avermi in campagna, eppure assecondò la scelta di mia madre. Farse aveva il rimorso di non avere assecondato lui il desiderio di suo padre di averlo laureato. A tal fine lo mandò in collegio ma lui dopo la prima elementare scappò e si gli si presentò in campagna.
Rimasi quattro anni in seminario, dal 1953 al 1956: prima media, seconda media, seconda media e terza media. Di quella esperienza ricordo con grande stima ed affetto Don Lorenzo Riela venuto a seguito del vescovo Sua Eccellenza Monsignor Franceso Pennisi nonché suo nipote. Era il vice rettore del seminario, cultore di musica (suonava il piano forte che aveva in camera e anche l’organo) e di matematica, materie che insegnava. Affermo, con cognizione di causa, che fu il migliore professore di matematica che ho avuto.
Elaborò il testo di aritmetica, geometria e algebra per la scuola media, lo stampò con il ciclostile delle ACLI (Associazione Cattolica Lavoratori Italiani), probabilmente, all’epoca, l’unico ciclostile esistente a Ragusa e ce lo distribuì. Per modestia non lo firmò col nome intero ma solo con le iniziali D.L.R. Lo conservo come una reliquia. Faccio notare la pazienza e l’attenzione meticolosa a tracciare, sulla matrice a cera, disegni, tratti, numeri ed esponenti.
In terza media, verso la fine dell’anno, invece di interrogare innescò un “torneo” matematico ad eliminatoria: sorteggiò uno a caso il quale avrebbe sfidato un compagno e gli avrebbe posto una domanda, se questi sapeva rispondere aveva diritto a porre una contro domanda, chi non sapeva rispondere veniva eliminato. I più bravi eravamo io e Giorgio Carbone. Non fummo sfidati finché restammo gli unici. Il superstite sfidò Carbone e non me, evidentemente mi riteneva più bravo. Carbone in poche battute lo sbaragliò ed entrai in campo io. Lottammo per un bel po’, fu un duello all’ultimo argomento. Alla fine beccai un buco nella sua preparazione e mi aggiudicai il torneo. Credo che nel sorteggio iniziale, padre Renzo (così lo chiamavamo) abbia truccato per evitare che uscissimo uno dei due campioni. Il risultato del torneo sarebbe stato scontato e la gara non avvincente.
In veste di vice rettore si occupava di vari aspetti organizzativi tra cui l’acquisto dei libri di testo. Un anno li comprai direttamente dal libraio. Mi chiese il perché. «Perché mi ha fatto lo sconto del 10%». «Anche a me fa lo sconto del 10%, ma da dove credi che prenda i soldi per i palloni e i vari giochi?». Quella lezione mi restò impressa e imparai che il problema non sono le tasse che si pagano ma cosa si realizza col gettito fiscale.
In seminario le ore di studio erano obbligatorie. Suonava la campana e tutti dentro nei nostri banchi a studiare. Ma io ero refrattario allo studio e, non potendo scappare, aprivo l’antologia e leggevo le pagine che mi attiravano. Imparai a leggere per il piacere di leggere. Piacere che mi accompagna tutt’ora. Non lo sapevo ma, ora che ho consapevolezza, dico che fu una gran bella cosa.
Ricordo ancora tre poesie. “I pini” di Ada Negri. I pini sognano di andare lontano e soffrono incatenati al suolo dalle radici che la terra nutre per meglio averli in prigionia perenne e soffrono e non hanno voce per gridare né lacrime per piangere. “Egoismo e carità” di Giacomo Zanella con l’alloro simbolo dell’egoismo che sfoggia la sua chioma sempre verde ma gioia non reca all’augellin digiuno; ché la splendida bacca invan matura non coglie alcuno e la vite simbolo della carità che d’inverno perde le foglie ma col suo licor rallegra e scalda il vecchierello. “La quercia caduta” di Giovanni Pascoli col pianto della capinera che cerca il nido che non troverà.