
Acquisto musica in CD, consulto Televideo prima di andare a dormire, ascolto in macchina la radio in FM, stampo le foto digitali (e dico che le porto a sviluppare) e faccio cominciare il periodo natalizio l’8 dicembre. Quindi direi che è abbastanza normale se spedisco anche cartoline agli amici durante le vacanze. Se solo trovassi i francobolli.
A una cartolina del 1994 devo molto. L’illustrazione sul recto era la cavea del Teatro Antico di Taormina, dettaglio del tutto secondario. Il messaggio sul retro una battuta spiritosa e vagamente scontata, ma è relativo. La firma, invece…la firma era quella di Laura, la ragazza che mi aveva rubato il cuore solo un paio di settimane prima e che già da Taormina mi aveva pensato, mandandomi i canonici saluti e baci. Non sarà il caso di prendere il coraggio a quattro mani, segnare due o tre gol a quell’invincibile timidezza e invitare Laura a prendere un gelato al pistacchio? Avrei scoperto che il pistacchio non le piaceva e che non era nemmeno stata a Taormina (sì quell’estate le Laura erano due, ma una l’avevo già dimenticata). Ma ormai la squadra era tutto all’attacco ed è solo diventato più difficile spiegare ai nostri figli adolescenti che la cartolina era appena la bisnonna di WhatsApp.
Oltre trent’anni dopo, nell’era dell’accesso facile e super veloce alle informazioni, mi capita talvolta di essere raggiunto da una cartolina. Memorabile quella che mi mandò un amico avventuriero. Ritraeva una veduta della piazza di Bhaktapur e aveva impiegato 43 giorni per coprire la distanza che porta dalla mite vertigine del Nepal fino al corrucciato dislivello di Via Santo Spiridione. Sul retro la firma e la scritta: “Congratulazioni vivissime”, evidentemente rivolta alla cartolina stessa che con solo 25 rupie (30 centesimi) si era sobbarcata 6.500 chilometri ed era giunta fino a me.
Riuscite a immaginarla? Sta trepidando nella borsa bruna di uno sherpa mentre valica l’Annapurna. Festeggia per giorni durante una festa autunnale in onore del vecchissimo dio Ganesh, divinità col volto d’elefante. Poi con un salto che lascia sbigottiti si rimette in viaggio (via Cina? Via India?) e attraversa a dorso di yak l’Asia. Viene accompagnata in caserma dai taliban in Pakistan, si impregna di una traccia di pianto e di spavento dopo un lungo interrogatorio dei pasdaran in Iran. Si tuffa a Smirne, riemerge a Patrasso. La prende alla larga, si imbarca verso Tunisi e finisce infine tra le mani di un interprete di Poste Italiane che, ineffabile, mi consegna questo piccolo anacronismo sopravvissuto al mondo del 2026.
E mi richiama alla mente un’altra montagna, un altro elefante, un’altra festa d’autunno e un’altra cartolina. Quella che mandammo dall’ottobrata di Zafferana Etnea a una caro amico e che impiegò quattro mesi per raggiungere Ragusa, senza dare alcuna spiegazione del suo comportamento. Ma, adesso lo sospetto con maggiore forza, è probabile che si sia attardata con qualche consorella 10×18 proveniente dal Nepal, a fare le boccacce al mondo artificiale.