
Per un attore, passare da un personaggio all’altro può non essere un lavoro semplice, certamente è una vera acrobazia. Un giorno indossi le vesti di serial killer, l’indomani quelle di un dimesso impiegato statale. È la condanna di ogni attore: saltare da un personaggio all’altro ma senza mai dimenticare chi si è veramente una volta spenti i riflettori o le telecamere.
Ne abbiamo parlato con Massimo Leggio, attore e regista con una lunga esperienza e attualmente direttore artistico del teatro “CasaMatta” a Ragusa.
Massimo, di “CasaMatta” sei il direttore artistico ma, lo possiamo dire, sei anche un tuttofare oltre che l’attore più importante.
Allora, io qua dentro mi occupo soprattutto delle pulizie… (ride) Diciamo che sono il direttore artistico di questo spazio, anche se poi mi occupo di fare un po’ di tutto. Perché per me il teatro è anche proprio questo, dal lavoro di scrittura, alla realizzazione delle scenografie. E quando un attore si è costruito egli stesso la scenografia, sicuramente ci si muove dentro con una consapevolezza diversa.
E il lavoro di attore a volte ti “obbliga” a saltare da un personaggio all’altro.
È così, e questo saltare è un vero e proprio salto nel buio perché l’attore può conoscere il testo che va ad interpretare, ma fino a quando non ci salta dentro, non ci entra dentro con tutte le scarpe, quindi conoscendo gli aspetti anche più intimi del personaggio, non si renderà conto di quello che riuscirà a tirare fuori. Perché l’attore interpreta un personaggio, fornendo a quel personaggio se stesso, le proprie caratteristiche fisiche, emotive, comportamentali e caratteriali. Il personaggio è scritto in un certo modo, ma l’attore che lo interpreta ha una sua complessità, per cui il personaggio se ne deve fare una ragione e prendersi quello che l’attore gli dà.
Come ci si prepara ad entrare dentro il personaggio? Cosa si fa?
Guarda, per entrare in un personaggio, dentro di te devi fare un po’ di tabula rasa. Nel senso che ti devi preparare e capire qual è il contesto in cui ti stai muovendo, capire chi c’è accanto a te, capire quali sono le dinamiche relazionali tra i personaggi. In definitiva capire che rapporto c’è fra il mio personaggio e il personaggio di un altro attore. E che relazione c’è fra tutti gli altri personaggi. Questa in effetti è una cosa che facciamo anche nella vita, ma a teatro significa osservare bene, ascoltare bene, ascoltare l’altro, osservarlo… È un do ut des continuo. Per cui il lavoro dell’attore non è un lavoro banale, è un lavoro di grande introspezione psicologica nei propri confronti e soprattutto nei confronti dell’altro. E questo è il vero salto nel buio, perché quando entri nell’altro non sai l’altro come può reagire. Non ti nego che in questo processo perdiamo un po’ di noi stessi. Perdiamo un po’ della nostra “identità”.
Ma in questo passare da un personaggio all’altro, magari stasera ne interpreti uno e l’indomani un altro, non crea confusione, sbandamento?
Sì, assolutamente sì. Io stesso sono stato protagonista di disturbi e disagi legati proprio a questo. C’è stato un periodo in cui lavoravo moltissimo, in cui facevo diversi spettacoli. A un certo punto ho avvertito come un disagio forte, una sorta di depersonalizzazione. Mi sono spezzettato in talmente tanti personaggi e talmente tanti ruoli che io mi sono completamente smarrito, non sapevo più chi ero. È una cosa che ti può spiazzare parecchio, soprattutto se lo fai con un trasporto e un coinvolgimento profondo. Ecco perché l’attore professionista si scherma da questo, un po’ come fanno i medici che stanno sempre a contatto con i malati.
Ed ecco perché, aggiungiamo noi, l’arte più difficile per un attore non è dare vita a un personaggio ma ricordarsi ogni sera di tornare a casa nei panni di se stesso.