
«Savarese è un minore? Averne, di minori come questo» – scriveva nel 2017 Goffredo Fofi nel recensire il ritorno in libreria di I fatti di Petra (1937) di Nino Savarese (1882-1945), che con Rossomanno (1935) e Il capopopolo (1940) compone la trilogia dedicata al mito delle origini e alla storia di Enna, appena una parte della sua vasta produzione letteraria.
Sul nome dello scrittore ennese – nato quando la città, inespugnabile roccaforte di siculi, greci, romani, bizantini, arabi, normanni, svevi e aragonesi, era nominata ancora Castrogiovanni (secondo la pronuncia araba del toponimo medievale Castrum Hennae, modellato sul romano Henna o Enna e sul greco Ἔννα, di radice sicana) – è infatti ingiustamente calato il sipario del passato, oscurandone la figura di autore originale e intellettuale sostenitore della storia della letteratura siciliana del Novecento; in più, gravandolo di demerito per la collaborazione a La Ronda (1919-23), la rivista letteraria che intendeva superare la poetica del frammento degli scrittori vicini a La Voce (1908-16), avversi ai paradigmi della narrazione ottocentesca. E proprio per avere proposto il ritorno alla tradizione contro avanguardie, futuristi e vociani, e il rifugio nel neoclassicismo, l’esperienza dei rondeschi – quali il poeta Vincenzo Cardarelli e il critico Emilio Cecchi, tra i sette fondatori della rivista – fu accostata al consenso al regime e a uno stile pedante e accademico, complice l’affermazione di altre ideologie letterarie e di altro gusto. In una intervista del 1959 a Il Giorno, Elio Vittorini, nell’intento di ribadire il giudizio non favorevole per Il Gattopardo, dichiarava: «Fosse uscito intorno al 1930 si potrebbe collocarlo nella storia letteraria italiana un po’ più su (ma anche tanto più a destra) delle fatiche di Nino Savarese. Uscito oggi finirà per restarne al di sotto. È una seducente decantazione dei Viceré di Federico De Roberto a livello della prosa dei cosiddetti rondeschi», stigmatizzando la ricercatezza estetizzante di quegli scrittori. In realtà, la loro prosa d’arte non solo rappresentò uno sviluppo della sperimentazione dei vociani verso le vette di scrittura dei romanzi del Novecento, ma fu anche un riferimento sano e necessario per la formazione di altri.
Basti pensare al mensile letterario Lunario siciliano (1927-31), diretto da Francesco Lanza e stampato a Enna, dove operavano intellettuali quali Napoleone Colajanni, Giuseppe Lombardo Radice, Nino Savarese, Telesio Interlandi e altri, che, contro la volontà del regime di cancellare le diversità storiche, culturali e linguistiche, e di conformarle a un’idea nazionalistica di italianità, «rivendicavano una forte identità siciliana, periferica e rurale, una tradizione letteraria, popolare e colta, con cui non si potevano recidere i legami» (V. Consolo).
E soprattutto basti pensare al tributo di filiazione letteraria, di cui si fa testimone e interprete Leonardo Sciascia nella prefazione a Le Parrocchie di Regalpetra (1956), a proposito del titolo trovato «molto felicemente» dall’editore: «(…) il nome del paese, Regalpetra, contiene due ragioni: la prima, che nelle antiche carte Racalmuto è segnata come Regalmuto; la seconda, che volevo in qualche modo rendere omaggio a Nino Savarese, autore dei Fatti di Petra. (…) a parte l’affezione che ho sempre avuto per l’opera di Savarese, e specialmente là dove tocca i miti e le storie della terra siciliana, debbo confessare che proprio sugli scrittori “rondisti” – Savarese, Cecchi, Barilli – ho imparato a scrivere».
Infine, a rimuovere la damnatio memoriae di Savarese per la presunta vicinanza al fascismo, non può essere omessa la vicenda della sceneggiatura sul mondo contadino isolano, commissionata dal regime attraverso Nallo Mazzocchi Alemanni, direttore dell’Ente per la Colonizzazione del Latifondo Siciliano, da cui il fotografo e regista Vittorio Pozzi Bellini avrebbe dovuto trarre un documentario, come si evince dalla ricostruzione in Un eretico innocente di Liborio Termine (Sellerio, 1987). Al dettato retorico della propaganda e all’iconografia rurale fascista, il testo di Savarese rispose con un’operazione etnografica e un’indagine umana sul territorio, afflitto da abbandono, miseria, sfruttamento e umiliazione. «La Sicilia è una terra fecondissima, luminosa, immersa in una estrema chiarezza, ma a cominciare dal clima tutto vi è grave, inceppato, difficile» – si legge nel dattiloscritto Motivi per un film sulla Sicilia di ieri e oggi (1940), custodito presso l’antica biblioteca comunale di Palazzo Chiaramonte a Enna – «La difficoltà che gli uomini incontrano nel camminare, nel procurarsi l’acqua, nel difendersi dal sole, sono dello stesso genere di quelle che incontrano nei rapporti sociali e familiari. C’è nei siciliani, e specie nella povera gente, una innata diffidenza per tutto ciò che emana dai poteri dello Stato. Forse perché nella loro lunga storia, nessuna novità politica, nessuna legislazione li raggiunsero per portar loro dei reali vantaggi. (…) La maggior parte dei siciliani non conosce i modi industriali della ricchezza: non conosce altra fonte di vita che la terra. (…) Così che non sorprende il sentire, come io ho sentito dalla bocca di un vecchio agricoltore morente, che in fondo non gli dispiaceva morire, perché, diceva, “Così finisco di scrutare il cielo”». La conclusione che i siciliani vivessero in una terra dove «trovano negato il frutto della sua fecondità perché manca d’equa distribuzione» non poteva che incontrare il più fermo diniego della società cinematografica per la «compromettente natura ideologica» del testo, nonché la bocciatura da parte della commissione, con il risultato che il film non fu più girato. E tanto dovrebbe bastare a spiegare come il cuore di Savarese non battesse per l’ideologia, ma piuttosto per l’identità più profonda dell’uomo e per il suo posto nella storia, tanto nelle geografie periferiche – dove il mondo meridionale sedimenta nella cultura e nella lingua del suo popolo, secondo l’impronta sociale riconosciuta da Goffredo Fofi, nel segno dell’esperienza palermitana al seguito di Danilo Dolci – quanto nell’umbilicus Siciliae, attributo che gli antichi riferivano a Enna.


In questo senso, nella folta congerie di opere – romanzi, novelle, saggi, racconti come il delizioso Gatteria (1925), sul morbo del principe Daineo di Ballanza, sul suo «paradiso gattesco» non lontano da Il giardino dei gatti ostinati (1963) di Italo Calvino, e sul suo (in)verosimile ritorno in vita in sembianze feline, oltre a cronache e altro – la trilogia ennese occupa un posto di prim’ordine, che eleva la città a quello stato di bellezza, che farà dire a Vittorini che «La gente è contenta nelle città che sono belle.(…) ha belle strade e belle piazze in cui passeggiare, ha magnifici abbeveratoi per abbeverarvi le bestie, ha belle case per tornarvi la sera, e ha tutto il resto che ha, ed è bella gente».
È noto che le fonti classiche collocano Enna nell’orbita del sacro culto della dea Demetra, di cui le testimonianze archeologiche conservano la Rocca di Cerere sull’antica acropoli: una cima isolata dal resto del monte, pietra sulla pietra, sede del recinto (gr. τέμενος) consacrato alla dea e alla figlia Kore (Persefone o Proserpina) e luogo della manifestazione divina del mito associato all’alternanza delle stagioni.



Come descritto da Ovidio nelle Metamorfosi, l’episodio attiene al ratto della fanciulla ad opera di Ade, dio degli Inferi, colpito dai dardi di Eros per volere di Afrodite, ed è arbitrato da Giove, che ammette che Proserpina trascorra sei mesi con la madre e sei con il marito: «E subito lei cambia d’umore e d’aspetto:/ se sino allora poteva apparire cupa persino a Plutone, / ora ha la fronte lieta, come il sole che, prima coperto/ da nubi di pioggia, fra squarci di nubi s’affaccia» (vv. 568-571). La vicenda si consuma tra il Lago di Pergusa e l’Etna, ma il mito investe il mondo classico e si irradia come la luce dorata delle messi sull’intera isola, arricchendosi della ricezione popolare e delle sovrapposizioni tra gli Inferi e l’Inferno, tanto da fare desiderare allo scrittore Paul-Louis Courier, bloccato a Reggio Calabria al seguito dell’armata napoleonica nel 1806, di attraversare al più presto lo Stretto: «Voglio vedere la patria di Proserpina, e sapere perché il diavolo ha preso moglie proprio in quel paese».

Galleria Borghese – Roma

Quella rocca pietrosa, inespugnabile per gli uomini e sacra alla divinità, è l’ispirazione per la fondazione della città immaginaria di Petra, sulla sommità di un altopiano degradante verso il mare, compreso tra i Monti Petrei e l’Etna, «che col tempo bello si scorge fino alla sua radice, ma così scorporata dalla lontananza, che sembra una nuvola azzurra», attraversata dai fiumi Krisas e Acathe.
Due parti compongono il testo: la prima è un excursus sommario attraverso i secoli, collazionato attraverso le comuni memorie cittadine, dalla fondazione del primo nucleo all’Ottocento; la seconda è la cronaca contemporanea a firma di Lionardo Incisa, che nel 1899 firma il suo testamento spirituale per i futuri abitanti della città.
La narrazione intreccia le fonti classiche e storiografiche al determinismo fantastico di Savarese, che ricuce episodi tratti dal mito e dall’epos nella tela di un nuovo racconto: cita Diodoro Siculo e riprende da Tucidide, «inventore della storia moderna» (S. Romano), la notizia dell’insediamento di Lestrigoni e Ciclopi in Sicilia prima dei Sicani, come riportata dalle «memorie poetiche» e «dall’opinione su quelle genti», e la considerazione che, al di là degli oracoli, guerra e pace siano scelte terrene in mano agli uomini.
Accade dunque che, a liberare quelle alture infestate dai giganti, sopraggiunse via mare Ercole, consentendo agli abitanti del luogo di uscire dai rifugi e di costruire finalmente la nuova città. Lì essi portarono la barca abbandonata dall’eroe, facendone un oggetto di venerazione, consolidandola con pietre e sostituendo la prua con un masso, tanto da non distinguere più il legno dalla pietra. Sotto i Siculi e i Greci, che vi aggiunsero una fontana, il sito divenne «Piazza della Barca», rimanendo sempre libero e «consacrato da quel primo atto di concordia». Nel tempo, i mercanti fenici vi allestirono i loro banchi e gli abitanti continuarono a ritrovarvisi, fino alla rivolta degli schiavi guidati da Euno, che seminarono sangue e morte. Sotto i Normanni, il nucleo della fondazione fu rinominato «piazza della Sbarra» e la città conobbe la convivenza di siciliani, greci, musulmani, italiani del continente (detti lombardi) ed ebrei, fino alla devastazione ad opera di re Guglielmo contro i baroni, che la ridusse in macerie. Sotto re Guglielmo il Buono, la città fu finalmente riedificata: baroni e popolani sembrarono uniti dalla solidarietà comune, ma presto iniziarono le dispute di confine e il Gran Giustiziere mandò da Palermo un Dirigente per ripristinarne l’antico assetto. Riemerse l’antico selciato e furono erette la Cattedrale e l’Università. Petra continuò a crescere nei secoli, «le bocche dicono sempre le medesime cose: che vogliono amare, che vogliono danaro, che vogliono mutare governo. Nel perenne tribunale della maldicenza, ognuno condanna gli altri, e sé assolve»; e «Piazza Trivio» fu il nuovo nome della piazza, a riunire le tre arterie cittadine principali. Qui si consumò la congiura contro il medico Francesco Lanza, assassinato per non avere preso posizione nello scontro tra latini (=siciliani) per Matteo Palizzi e catalani per Blasco Alagona. Dopo un’ampia lacuna storiografica, le cronache ricominciano con la guerra contro la città di Castrorao per la contesa del monte della Cogna, finita con la vittoria di Petra e la restituzione delle tre campane requisite, in cambio di un’offerta di cera alla Madonna dell’Itria nel giorno della festa. Nel XVI secolo, la città conosce un lusso senza freno, e i governatori emanano regole per intimare la modestia contro lo sfarzo dei costumi femminili e l’ozio nobiliare, che alimenta le rivalità tra le famiglie Ventimiglia e Alaimo, fino allo scontro cui seguiranno la morte dei rispettivi rappresentanti, i disordini in città e la fuga dei nobili. Sotto Carlo V, la carestia si abbatte su Petra e sull’isola, gravata dalla peste a Trapani e a Siracusa, poi le dominazioni straniere si susseguiranno fino al 1860. In questa soluzione di continuità, la sola novità sarà l’introduzione dell’illuminazione notturna, il 23 aprile 1798.

Tutta la seconda parte si concentra sullo sviluppo ottocentesco della città, pur nella prima decadenza dei palazzi nobiliari, con riguardo a eventi e date: l’epidemia di colera del 1845, dilagata da Napoli, e la caccia all’untore borbonico, scoperto grazie a un asino, portato in trionfo a piazza Trivio e in cattedrale, mentre il contagio prosegue; i lavori per la ferrovia nel 1869, con l’apertura della galleria attraverso il monte della Cogna e l’evoluzione dell’economia petrese, tra agricoltura e industria zolfifera; la costruzione del cimitero e l’apertura della «Venere mercenaria», la casa di tolleranza che segna il cambiamento dei costumi, la fine delle serenate e dell’amore casto, il mutamento dei tempi e delle generazioni, tra la scomparsa dell’ultimo maestro del Teatro dei Pupi e la Donna Volante librata a bordo di una mongolfiera.
A fine Ottocento, Petra è una galleria vivente di personaggi: dei suoi sette quartieri, alla Cadda risiedono i cornuti, al Castello i ventosi, all’Itria la nobiltà, ai Cappuccini i baciapile, a San Martino le donne belle, ai Greci i bisognosi, ai Bagni i maldicenti; e comunque ogni abitante ha tempo solo per la propria esistenza, per la storia vissuta dietro la porta della propria casa. Si susseguono i ritratti decadenti dei singoli – il cavaliere, il timido professore, il giovine amatore, il sensale, la zitella, la madre e la figlia, il commendatore, il deputato – e delle ombre di poeti, filosofi, filantropi e scienziati che diedero lustro alla città. Il declino ricade anche su Piazza Trivio e sul narratore, che si riconosce vecchio e anziano secondo il flusso del tempo, per cui cambiano le stagioni, cambia la città e cambiano i cittadini, e saranno i futuri residenti a continuare il racconto della Petra che verrà. «Il giuoco delle stagioni si ripete sempre eguale. Ma gli uomini non se ne accorgono» – scrive Incisa/Savarese nell’epilogo, attingendo ai cardini di un ordine superiore, all’alternanza perenne di Proserpina tra la terra e gli inferi, al ripetersi del passaggio del treno e della vita umana. L’uno e l’altra inseguono il «moto degli astri, che anch’essi alla medesima ora attraversano il cielo, … per effetto del gran meccanismo celeste dal quale l’uomo aveva forse imitato quel suo piccolo congegno».
Riferimenti bibliografici:
- Nino Savarese, I fatti di Petra (1936), Il Palindromo 2017
- Goffredo Fofi, La Sicilia tra mito e storia in Internazionale, 11 marzo 2017
- Nunzio Zago, I Gattopardi e le Iene, Sellerio editore Palermo 1987
- Vittorini confessa: scrivo i libri ma penso ad altro, intervista a Roberto De Monticelli in Il Giorno del 24 febbraio 1959
- Vincenzo Consolo, Il Lunario ritrovato, prefazione alla ristampa anastatica del Lunario siciliano, Enna 1999
- Salvatore Picone, Savarese “il provocatore” e la sceneggiatura bocciata. Una storia compromettente in La Repubblica- edizione Palermo del 15 ottobre 2025
- Leonardo Sciascia, Le Parrocchie di Regalpetra, Laterza 1982
- Nino Savarese, Gatteria (1925), Il Palindromo 2025
- Italo Calvino, Il giardino dei gatti ostinati in Marcovaldo ovvero Le stagioni in città (1963), Oscar Mondadori 2013
- Elio Vittorini, Le città del mondo (1969), Bompiani 2021
- Turi Vasile, Gli Dei in Paura del vento e altri racconti, Sellerio editore Palermo 1991
- Ovidio, Metamorfosi, a cura di Ramous M., Garzanti 1999
- Tucidide, La guerra del Peloponneso, prefazione di Sergio Romano, BUR Rizzoli 2012
- Matteo Collura, Sicilia, la Fabbrica del mito, Longanesi 2013
- Matteo Collura, L’isola senza ponte. Uomini e storie di Sicilia, Longanesi 2007
- Maria Corti, Catasto magico, Einaudi 1999