La prima cosa che mi colpisce, arrivando a Matera, non è una chiesa, né una piazza, né uno dei suoi celebri affacci. È il silenzio, un silenzio strano, quasi impossibile da spiegare, perché intorno a me ci sono case, persone, voci, passi. Eppure, davanti ai Sassi, ho la sensazione che la città abbia abbassato la voce, come se avesse deciso di lasciar parlare la pietra.

Rimango a guardarla dall’alto per qualche istante e, all’inizio, non so nemmeno bene cosa sto osservando. Le case si accavallano una sull’altra, le scale scendono verso la Gravina, piccoli balconi sembrano aggrapparsi alla roccia, mentre cupole e campanili emergono da quell’enorme intreccio color miele. Più guardo e più mi accorgo che non sto semplicemente osservando una città, ma sto guardando qualcosa che è stato scavato, abitato, consumato e trasformato lentamente nei secoli.

Forse è proprio questo il modo migliore per cominciare a conoscere Matera: fermarsi.

Per qualche minuto, infatti, lascio perdere la mappa, le indicazioni, l’idea di dover raggiungere subito un monumento. Rimango lì e guardo perché Matera, prima ancora di raccontarmi la sua storia, riesce a raccontarsi da sola. Qui il tempo non mi sembra passato, mi sembra “depositato”: strato dopo strato, sulle pietre irregolari sotto i piedi, sulle porte basse, nelle grotte, nelle facciate addossate alla roccia, nelle scalinate che sembrano non finire mai. Camminando ho la sensazione che ogni angolo custodisca qualcosa: una voce, una famiglia, un gesto quotidiano, un pezzo di vita che il tempo non è riuscito a cancellare del tutto. E allora capisco che Matera non è semplicemente una città costruita sulla pietra, ma una città costruita dentro la pietra.

I Sassi

Sono i due antichi rioni di Sasso Caveoso e Sasso Barisano, separati dalla Civita, il cuore più antico della città. Quando cammino tra loro, questa distinzione sulla mappa quasi scompare; mi trovo dentro un labirinto di vicoli, scale, archi e porte.

Una porta conduce a una stanza scavata nella roccia, una scala diventa improvvisamente un vicolo, un piccolo arco incornicia un frammento di cielo e la pietra è ovunque: è parete, pavimento, soffitto, ma soprattutto è memoria.

Per secoli queste abitazioni rupestri hanno ospitato famiglie, bambini, anziani, animali, piccoli orti e intere comunità. La vita si svolgeva in spazi essenziali, modellati sulla forma naturale della roccia, in un ambiente nel quale nulla poteva essere sprecato. Mentre cammino, provo a immaginare quella quotidianità, mi chiedo quante persone abbiano attraversato quelle stesse porte, quanti bambini abbiano corso su quelle pietre, quante sere siano trascorse illuminate da una luce fioca, dentro stanze che oggi osserviamo con gli occhi dei visitatori.

Ed è forse questa la cosa che più mi emoziona: capire che ciò che oggi mi appare così straordinario, un tempo era semplicemente casa.

Sasso Caveoso, il volto più selvaggio

Quando raggiungo il Sasso Caveoso, Matera cambia ancora una volta. Qui la sento più aspra, più verticale, quasi più vicina alla sua origine. Le case sembrano affacciarsi direttamente sulla Gravina e, dall’altra parte, il paesaggio si apre in una distesa di roccia e vegetazione mediterranea. Mi fermo. Davanti a me la città sembra finire e, nello stesso momento, continuare dentro il paesaggio.

È uno dei luoghi in cui percepisco più forte il carattere rupestre di Matera. Qui non ho voglia di correre.

Le scalinate mi costringono a rallentare e, forse, è proprio questo il loro regalo. Mi fanno camminare con un altro ritmo: salgo, scendo, mi fermo. A volte non so nemmeno dove sto andando. E non importa.Tra i luoghi che vale la pena conoscere c’è la Casa Grotta di Vico Solitario, dove posso avvicinarmi alla vita domestica tradizionale dei Sassi e immaginare quanto potesse essere diversa la quotidianità di chi viveva qui. Poi ci sono le chiese rupestri, disseminate nel territorio. Si tratta di piccoli ambienti scavati nella roccia, spesso raccolti e quasi nascosti, dove le tracce degli antichi affreschi sembrano emergere dal buio. Entro e abbasso istintivamente la voce, forse perché in quei luoghi il silenzio sembra avere una sua sacralità.

Sasso Barisano, quando la pietra diventa città

Nel Sasso Barisano ritrovo invece un volto diverso. Qui l’antico tessuto urbano mi appare più articolato, più monumentale.

Le facciate in pietra, le strade, le chiese e le abitazioni sembrano incastrarsi l’una nell’altra come se fossero state composte lentamente, senza un progetto unico, seguendo semplicemente la forma della terra.

Poi arriva il tramonto. Ed è in quel momento che Matera cambia voce: la luce scivola sulle pareti color miele e la pietra, che durante il giorno appare chiara e luminosa, comincia lentamente a scaldarsi. Le finestre diventano piccole macchie scure, i vicoli si allungano nelle ombre, le case sembrano accendersi una alla volta.

Rimango a guardare e penso che Matera non abbia mai avuto bisogno di essere resa scenografica. La scenografia era già lì. Forse è anche per questo che fotografi, artisti e registi hanno continuato a lasciarsi affascinare da questo luogo, tuttavia, una fotografia, per quanto bella, non riesce a restituire completamente quello che sento stando qui. Matera non la guardo soltanto, ma la cammino, l’ascolto, la respiro…

La Civita e il cuore della città

Tra i due Sassi emerge la Civita, il nucleo più antico e monumentale di Matera. Qui raggiungo la Cattedrale di Maria Santissima della Bruna e Sant’Eustachio, costruita nel XIII secolo nel punto più alto della città. Arrivarci significa guadagnare lentamente quota: ogni passo mi allontana dal labirinto dei vicoli e mi porta un po’ più in alto. Quando finalmente mi fermo, mi volto e allora capisco quanto sia particolare la geografia di questa città. Sotto di me vedo tetti, terrazze, campanili, scalinate, pareti di roccia. Ogni volta che penso di averne compreso la forma, la città sembra cambiare prospettiva.

La Gravina, dove la città incontra la natura

Dai Sassi lo sguardo scende verso la Gravina di Matera.

È un grande canyon naturale che separa la città dall’altopiano della Murgia e, quando la guardo dall’alto, mi sembra una ferita profonda nel paesaggio, ma è una ferita che non associo al dolore., piuttosto la sento come una traccia. L’acqua, lentamente, ha scavato la roccia e ha creato un paesaggio fatto di pareti, cespugli, sentieri e grotte. Sulle pareti della Gravina incontro altre testimonianze della civiltà rupestre, comprese antiche chiese scavate nella pietra. Da qui comincio a comprendere Matera in un’ ennesima prospettiva: i Sassi non sono un mondo isolato, ma sono parte di un paesaggio abitato dall’uomo da millenni.

Per chi ama camminare, i sentieri della Murgia regalano una delle prospettive più suggestive sulla città, infatti da lontano mi accade qualcosa di curioso: Matera sembra quasi scomparire dentro il paesaggio, come se, dopo essere stata scavata nella terra, stesse lentamente tornando alla terra.

C’è una cosa che devo ricordare mentre cammino nei Sassi: questa non è sempre stata una città romantica. Per lungo tempo questi quartieri sono stati luoghi poverissimi, segnati da condizioni abitative e igieniche difficili. Dopo la Seconda guerra mondiale, la situazione dei Sassi divenne centrale nel dibattito nazionale e, dal 1952, iniziò l’abbandono progressivo delle antiche abitazioni e il trasferimento degli abitanti nei nuovi quartieri. Matera divenne così uno dei simboli della questione meridionale. A far conoscere al grande pubblico la realtà della popolazione materana contribuì anche Carlo Levi, con il suo libro Cristo si è fermato a Eboli.

Questa parte della storia mi impedisce di guardare i Sassi soltanto con gli occhi del turista perché quelle porte che oggi fotografo sono state porte vere. Quelle grotte sono state case vere, quelle stanze hanno conosciuto il sonno dei bambini, la fatica degli adulti, gli animali, i pasti consumati insieme, le giornate difficili e quelle felici. La storia dei Sassi, allora, non è una favola di pietra, bensì una storia umana, fatta di povertà e dignità, di fatica, di abbandono, di trasformazione e di memoria.

Ed è forse proprio questa memoria ad aver permesso a Matera di rinascere.

Dalla vergogna al Patrimonio dell’Umanità

Nel 1993 arriva uno dei momenti più importanti della sua storia: i Sassi di Matera vengono inseriti dall’UNESCO nella lista del Patrimonio Mondiale. Da quel momento comincia una nuova stagione: le antiche abitazioni vengono recuperate, alcuni ambienti rupestri diventano musei, strutture ricettive e spazi culturali. La città torna lentamente a essere abitata, conosciuta, raccontata…

Nel 2019 Matera diventa Capitale Europea della Cultura.

Ma mentre cammino, penso che i riconoscimenti, per quanto importanti, non siano la cosa che più mi colpisce perchè ciò che mi emoziona davvero è un’altra cosa: la capacità di una città di guardare la propria ferita senza cancellarla. Matera non ha fatto finta che il passato non fosse mai esistito, lo ha conservato, lo ha trasformato. E, in qualche modo, lo ha restituito alla luce.

Quando andare a Matera

Matera può essere visitata in ogni stagione, ma se voglio esplorarla soprattutto a piedi, primavera e autunno sono probabilmente i periodi che preferisco. L’estate regala giornate lunghe e una luce bellissima, anche se nelle ore centrali il caldo può diventare intenso, soprattutto durante le escursioni nella zona della Gravina. L’inverno, invece, mi restituisce un’altra Matera, quella più silenziosa, più raccolta quasi intima. Ma qualunque sia la stagione, il consiglio che mi sento di dare è sempre lo stesso: camminare, lasciando per qualche ora la mappa in tasca, prendere una scala senza sapere esattamente dove porterà, girare in un vicolo soltanto perché qualcosa ha attirato la mia attenzione. E poi, fermarmi davanti a una porta consumata dal tempo, alzare gli occhi, ascoltare.

Il momento più bello

Se dovessi scegliere un momento, sceglierei il tramonto perchè è in quegli istanti che mi fermo e guardo la pietra cambiare colore, mentre le ombre salgono lentamente lungo le facciate, le finestre si scuriscono, le prime lampade si accendono nei vicoli.

E i Sassi, pian piano, assumono tonalità dorate.

Resto lì a guardare mentre la luce si ritira e la città comincia ad accendersi. È un momento in cui Matera sembra sospesa poichè non appartiene più completamente al giorno, ma non è ancora notte. Forse è proprio allora che riesco a sentirla meglio, come una presenza. Una città che ha attraversato il tempo, che ha conosciuto la povertà, l’abbandono, la vergogna e poi la rinascita. Una città che ha conservato nelle proprie pietre le tracce di chi l’ha abitata.

Alla fine della mia passeggiata penso che i Sassi non raccontino semplicemente ciò che Matera è stata, ma qualcosa di più. Mi ricordano che il tempo, quando trova una città capace di custodirlo, non distrugge sempre le cose, a volte le scava più a fondo, le nasconde, le protegge. E poi, molti secoli dopo, le restituisce alla luce.

Forse è questo che sento davanti a Matera… che la pietra non è mai stata davvero silenziosa.

Ha soltanto aspettato che qualcuno imparasse ad ascoltarla.

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