
Trascinare Landolfi in spiaggia è sempre un’intrapresa tormentosa. Se non ci sono blatte lui non vuole saperne di mare e preferirebbe andarsene a spasso per il cosmo con Cancroregina, quella sua bizzarra astronave.
Ci siamo accordati alfine per una lettura sdraiata sui sassi, con l’assunzione del rischio (da lui imposto e da me accettato) di occultare la luce e l’ossigeno a una o più di quelle sue creature deformi e imploranti (ragni, serpi, aborti umani) che in quei cunicoli sono solite fabbricarsi la tana.
“In società” si compone di 13 racconti che nel momento in cui scrivo denunciano all’anagrafe editoriale più di 60 anni. Che potrebbero essere pure 600, ma portati benissimo. Si aggirano come nipotini strepitanti sulle ginocchia di Dante, ma sono anche gemelli dello stesso parto da cui è nata l’ultimissima intelligenza artificiale, quella che legge (legge?) i libri prima di dar loro un punteggio allo Strega (lo Strega?).
In quali altre pagine, in fondo, potreste impunemente trovare ornamenti di parole come trullare, roboto, inorecchiarsi, nauseoso, treggea, sbroscia, bettonica? Solo nel nostro comico, disperato guerriero di Pico!
Si tratta di nei di irresistibile bellezza barocca piazzati all’angolo di una pagina come nel Settecento o di macchie pronte a degenerare in qualcosa di orrendamente maligno come nel Duemila? Non ci pensiamo.
E andiamo a leggere i due racconti con cui Landolfi ha buggato Chat GPT sei decenni prima di Chat GPT: “Roboto Accademico” racconta dell’amore a senso unico tra una giovane studentessa e un potentissimo computer che “propriamente era professore di storia” presso un’Università americana. Dotato di parola e capace di conversare anche se, ahimè, solo della propria materia, il computer innamora di sé l’allieva che con una portentosa dichiarazione d’amore alla fine lo schianta. Ma non è l’apocalisse la morale della favola. All’ingresso della porta assiste alla delirante dichiarazione d’amore un giovane professore di naturale intelligenza e dotazione ormonale. Con moine e attenzioni, in mancanza di robotiche prestazioni, forse, in un prossimo futuro, riuscirà a circuire la giovane. Perché a tutto si adatta l’uomo. E anche la studentessa.
In “La dea cieca o veggente”, invece, un poeta abdica alla sua ispirazione e si affida alla possibilità, lasciando che una macchina strutturata su combinazioni probabilistiche estragga a sorte le parole che serviranno a comporre i suoi versi. E il congegno (ma che congegno, l’ordigno!) gli fornisce una seria di termini (SEMPRE CARO ERMO COLLE TANTO PARTE SGUARDO ULTIMO ORIZZONTE) su cui il nostro piccolo eroe lirico suda e si tormenta fino a comporre in perfetta buona fede L’infinito di Leopardi. Di chi sarà dunque la paternità dell’opera? Del poeta landolfiano, del conte di Recanati o del Caso? Se il dio della poesia (ma in fondo anche quell’Altro) è un biscazziere, meglio andarsi a giocare gli ultimi spiccioli alla roulette. Che è esattamente quello che fanno quasi tutti i personaggi dei restanti 11 racconti.
E mentre qui sulla spiaggia un sasso smosso da qualche creaturina si sfrega aguzzo sulla schiena del lettore, lo stesso risolve che nulla in noi è diverso dal nobile spiantato che al tavolo da gioco si commisera e poi acquista forza nel consultare la sorte, pronosticare, valutare ogni minima variabile, prendere d’anticipo il futuro, insomma si illude che “a una volontà veramente determinata neppure la dea cieca può resistere”. Una tensione volta a fabbricarsi un riparo sotto al tetto del Destino che gli eventi demoliranno a grandi colpi di Caso, quel bulldozer che tutto ci fa rovinare addosso.
Anche la ricerca della perfetta infelicità che alcuni protagonisti landolfiani inseguono come si trattasse del suo contrario, è rimessa al Caso, al disordine dei pensieri e delle azioni. Ed è quindi irraggiungibile, essendo la condizione pura, originaria e ultima dell’uomo quella di rimanere illuso o deluso.
Ed ora è giunto il momento di congedarmi da questa mia critica da spiaggia, per andare a tuffarmi poco distante da quella macchiolina bruna di catrame o forse è un rametto o forse qualcosa di lievemente più turpe e umano o alla fine, più probabilmente, il principio di un’infestazione di blatte landolfiane. Vi farò sapere.