
Né più mai toccherò le sacre sponde
ove il mio corpo fanciulletto giacque,
Zacinto mia, che te specchi nell’onde
del greco mar da cui vergine nacque
Venere, e fea quelle isole feconde
col suo primo sorriso, onde non tacque
le tue limpide nubi e le tue fronde
l’inclito verso di colui che l’acque
cantò fatali, ed il diverso esiglio
per cui bello di fama e di sventura
baciò la sua petrosa Itaca Ulisse.
Tu non altro che il canto avrai del figlio,
o materna mia terra; a noi prescrisse
il fato illacrimata sepoltura.
Ugo Foscolo
Più volte sono andato e sono tornato a baciare la mia pietrosa Ragusa.
Pietrosa sì. Molto pietrosa. Ho un ricordo vivo delle pietre della campagna di mio padre. Avevo quattordici anni circa e c’erano pietre grandi da spaccare e ridurre a dimensioni agevoli da maneggiare. Imparai così a usare la mazza. Un martello enorme dal lungo manico di legno in un capo del quale è agganciata una massa di ferro a gemma dal peso di circa quattro chilogrammi così progettata per concentrare la forza d’urto su una linea precisa. Ideale per spaccare pietre. Si alza e si colpisce la pietra con una tecnica particolare. Si prende la punta libera del manico con la mano destra e la mano sinistra vicino alla massa di ferro, così viene facile alzarla. Si solleva la schiena e anche la mazza, facendo, man mano, scivolare la mano sinistra fino a congiungersi con la destra, e portare la mazza in alto e in verticale sopra la testa così la massa di ferro è ad una altezza pari alla somma dell’altezza della persona, più la lunghezza delle sue braccia, più la lunghezza del manico della mazza, si è cioè nella posizione migliore per sferrare il colpo e la massa di ferro a gemma colpisce la pietra con la velocità impressa dalla spinta dell’operatore più la velocità acquisita dal percorso da su a giù. Poiché negli urti quello che conta è la quantità di moto ovvero il prodotto della massa di ferro per la sua velocità (questo però lo imparai dopo, a scuola, studiando la fisica), il colpo fa il suo effetto e spacca la pietra.
Tante pietre nella pietrosa campagna ragusana. E che farne di tutte queste pietre? Certo non facilitavano le coltivazioni, anzi erano d’intralcio. Belli i fondi senza pietre. C’erano anche quelli, pochissimi ma c’erano e l’aratro filava dritto nella terra profonda.
Allora con le pietre si costruirono i muri a secco. Tanti muri a secco per separare le proprietà e all’interno delle proprietà per alternare pascolo e coltivazione. Chilometri infiniti di muri a secco e il poeta Carmelo Assenza scrisse la poesia.
Mura a-ssiccu
Mura a-ssiccu, ’ntaviddati
ccu pitruddi arricugghiuti
nné vignala e puoi ’ncugnati,
nné pirtusa, nna li casci;
mura nichi, mura vasci
ppi’ s’iddacchi, ppi’ cusciati,
mura fatti a ‘na traversa
ca scinniti, c’accianati,
ritti titti, a cudduredda
ppi li costi e bbi pirditi…
Unni iti! Unni iti
Comu tanti scursunedda,
mura a siccu ca parrati
sulu a cu bi sa capiri
e la terra arraccamati
ccu disigna a nun finiri?
Ah putissi ‘gn’juornu aviri,
vurricatu ‘nta n’agnuni,
ppi cummuogghiu ‘n muru a-ssiccu
cumminatu a mannaruni…
nna lu mienzu ci spuntassi
rogni tantu l’irvicedda,
e all’ussidda ‘n cci mancassi
mai re petri a friscuredda!…
Mura a-ssiccu un capriccio letterario di Carmelo Assenza, professore di lettere, legato fortemente e strettamente alla sua Modica e ai suoi concittadini campagnoli. No, non solo. Molto, molto di più. In questi pochi versi c’è una partecipazione empatica con l’intera vita dei braccianti agricoli. Da ragazzini raccoglievano le pietre piccole – ccu pitruddi arricugghiuti – sparse nei campi. Era la prima fase dell’addestramento e la loro spalla si escoriava e l’abrasione veniva curata con la loro pipì. Poi diventavano costruttori specializzati ché la costruzione dei muri a secco richiedeva maestria. E concludere infine la propria esistenza nel trovare riposo e pace sotto la frescura del muro a secco.
Ma, nonostante i disigna a nun finiri, c’erano ancora pietre, ancora tante pietre, e ci hanno costruito abitazioni: case piccole con stalle, masserie grandi con bagli e ville eleganti. Con le pietre non coi mattoni. Tante abitazioni che caratterizzano il paesaggio della campagna ragusana. E non sono finite ancora le pietre anche perché la costruzione di case, massarie e ville ha necessariamente richiesto la costruzione di cisterne per la raccolta dell’acqua piovana. L’acqua determinò la ricchezza della campagna ragusana in quanto consenti gli allevamenti dei bovini e quindi il latte e quindi il formaggio. La campagna ragusana produceva il doppio del latte della intera Sicilia.
Le cisterne raccolsero l’acqua e produssero ricchezza ma anche altre pietre, tante altre pietre. Che farne? E sono nati i muragghia, accumuli di pietre. Si costruiva, magari sopra di un tratto privo di terra, un recinto circolare ad altezza di spalla umana, e si riempiva delle pietre in sovrappiù. E i conigli ne trassero vantaggio perché vi trovavano un comodo rifugio. Le lepri no, troppo grandi per infiltrarsi tra le pietre. Rifugio non totale perché i cani riuscivano a sentire l’odore dei conigli e il furetto riusciva a scovali e ad ucciderli succhiando il loro sangue da dietro la testa. Poi i cacciatori, spostando le pietre, portavano a casa il povero coniglio che costituiva una prelibatezza in epoche in cui le proteine animali non erano diffuse per l’alimentazione. E c’erano anche i cacciatori di professione che portavano la cacciagione ai nobilotti e ne ricevano adeguato compenso.
Poi negli anni sessanta del secolo scorso, con il boom economico, con il tramonto della vita contadina tradizionale e con l’espansione della vita cittadina e del settore dei servizi si sviluppò enormemente l’edilizia urbana, le città crebbero a dismisura. Si costruisce in cemento armato e fu necessaria una grande quantità di sabbia e i muragghia furono smantellati e le pietre macinate.
Ne sopravvive ancora qualcuno, arriva Giulio Lettica e ne fotografa uno e diventa poesia e noi l’ammiriamo e non pensiamo alle ferite delle spalle dei ragazzini e alla fatica dei mastri costruttori. Come quando ammiriamo la maestosità delle piramidi non pensiamo agli schiavi che le costruirono.
Mi sovviene la poesia Domande di un lettore operaio di Bertolt Brecht: “Tebe dalle Sette Porte, chi la costruì? Ci sono i nomi dei re, dentro i libri. Sono stati i re a strascinarli, quei blocchi di pietra?”
Note – Mura a-ssiccu: muri a secco (fatti di pietre non legate con calce) – ntaviddati: da ’ntaviddari, far combaciare due pezzi ad incastro, qui col significato di “incastrati” – ’ncugnati: stipati, fatti entrare a forza – pirtusa: buchi – casci: nell’interno del muro a cassa (muru a cascia) – nichi: piccoli – vasci: bassi – siddacchi: con muri a secco nei terreni in pendenza per evitare che la terra fosse trasportata a valle dall’acqua piovana – cusciati: fiancate in pietre non cementate – traversa: grossa pietra sagomata posta di traverso tra le due file di massi combacianti e completa il muro – c’accianati: che salite – a cudduredda: a ciambellina – unni iti: dove andate – scursunedda: serpentelli – vurricatu: seppellito – nta n’agnuni: in un angolo – cummuogghiu: coperchio – cumminatu a mannaruni: combinato a forma circolare, destinato a proteggere l’albero dagli animali pascolanti – l’irviçedda: l’erbetta – friscuredda: frescura.