«Io dico addio a tutte le vostre cazzate infinite».

Se dovessimo scegliere una sola frase per salutare Francesco Guccini, forse potremmo partire proprio da qui. Non da una frase solenne, non da una celebrazione, non da una di quelle formule che si riservano ai grandi scomparsi. Guccini avrebbe sicuramente preferito una buona dose di ironia. E magari avrebbe sorriso davanti alla nostra necessità di trasformarlo in un monumento.

Il Maestrone se n’è andato il 6 agosto, a ottantasei anni, lasciandoci una quantità smisurata di parole, storie, personaggi, malinconie e invettive; ma, soprattutto, ci lascia una lingua capace di fare quello che fa una buona forbice: tagliare. Tagliare il conformismo, la retorica, le ipocrisie, le mode, le false certezze e, qualche volta, tagliare anche la distanza tra l’uomo, il poeta e il personaggio pubblico che gli altri avevano costruito intorno a lui.

La sua ironia cambia registro a seconda del bersaglio e del momento: può diventare sarcasmo, invettiva, parodia, oppure assumere il tono più sommesso del disincanto. Può far sorridere, ma, spesso, lascia dietro di sé una domanda, un dubbio, una piccola inquietudine. È forse questo il tratto più riconoscibile della scrittura gucciniana: la battuta non è mai soltanto una battuta, perché dietro il sorriso c’è sempre uno sguardo critico sul mondo e, non di rado, su sé stesso.

E proprio per questo Addio, più di altre canzoni, oggi sembra chiamarci direttamente in causa.


L’avvelenata: la lama dell’insofferenza

Se l’ironia fosse una lama, in L’avvelenata sarebbe affilata come un bisturi: precisa, spietata, capace di incidere là dove fa più male, ma anche taumaturgica e liberatoria.

Qui Guccini non si nasconde dietro metafore eleganti. È arrabbiato e lo dichiara. Se la prende con i critici, con il mercato musicale, con chi pretende di stabilire come debba comportarsi un cantautore. Ma la cosa più gucciniana è che, mentre attacca gli altri, prende continuamente di mira anche sé stesso.

Il celebre «Ma io non ci sto più» non è soltanto un gesto di ribellione: è quasi un’alzata di spalle. Il cantautore impegnato, il poeta civile, l’idolo di una generazione si sottrae al ruolo che gli è stato assegnato.

L’ironia funziona proprio perché Guccini non si mette su un piedistallo; al contrario, lo prende a calci.

Dio è morto: quando l’ironia si fa amara

In Dio è morto il sorriso scompare quasi del tutto. Eppure anche qui c’è una forma di ironia, più sottile e dolorosa: quella che nasce dalla distanza tra i grandi ideali proclamati e la realtà quotidiana.

Il titolo stesso è un enorme paradosso. Non è semplicemente una provocazione religiosa: è il modo con cui Guccini racconta una generazione che vede crollare i riferimenti, mentre intorno continuano a sopravvivere conformismo, consumismo e ipocrisia.

La sua è un’ironia senza risata, perché il bersaglio è troppo serio. È quella particolare ironia che ci fa pensare: ma davvero siamo diventati questo?

La lama, qui, non affonda con violenza o con devastazione; incide chirurgicamente.

La locomotiva: l’ironia nascosta dietro l’epica

La locomotiva sembra appartenere a un altro registro. È una ballata epica, una storia di anarchia, ribellione e utopia. Eppure anche qui Guccini evita accuratamente di trasformare il suo protagonista in un santino rivoluzionario.

Il ferroviere anarchico diventa una figura leggendaria, ma resta anche un uomo, con la sua follia e la sua disperazione. L’ironia non è quindi una battuta: è la distanza che Guccini mantiene dalla retorica.

E proprio questa distanza gli permette di raccontare l’utopia senza trasformarla in propaganda. La locomotiva corre verso il suo destino e noi, insieme a lei, non sappiamo mai completamente se stiamo assistendo a un gesto eroico o a una follia.

Guccini lascia aperta la domanda. Ed è forse questo il suo modo più elegante di essere ironico.

Cirano: l’ironia come armatura

Se c’è un personaggio che sembra fatto apposta per Guccini, è Cirano.

Qui l’ironia diventa difesa. Il protagonista è un uomo che conosce la propria diversità, la propria marginalità, la propria incapacità di adeguarsi. E, invece di chiedere scusa, la trasforma in orgoglio.

«Io sono un uomo libero» è una dichiarazione che contiene tutta la sua filosofia: meglio essere scomodi che conformi, meglio una parola ruvida che una verità addomesticata.

E poi ci sono i «signori benpensanti»: bersaglio perfetto per una lingua che non sopporta le mezze misure. Guccini li colpisce con sarcasmo, ma non perché si senta superiore. Cirano, come il suo autore, sa bene di essere imperfetto. La sua arma è proprio quella consapevolezza.

L’ironia diventa così una forma di autodifesa: se devo essere giudicato, almeno scelgo io le parole con cui mi giudico.

La Genesi: portare Dio all’osteria

Con La Genesi Guccini compie un’operazione ancora più spiazzante: prende il racconto biblico e lo porta dentro il suo universo linguistico, quotidiano e dissacrante.

La creazione del mondo non viene raccontata con il tono austero della tradizione religiosa ma con un registro terreno, ironico, quasi da conversazione fra amici.

È una delle sue specialità: abbassare il sublime per poterlo guardare meglio.

L’ironia non serve a distruggere il sacro, ma a renderlo umano. Guccini non ha paura di sporcare la solennità con il linguaggio comune, con la battuta, con il dettaglio imprevisto. E proprio quando sembra prendere in giro tutto, finisce per ricordarci che anche le grandi domande dell’esistenza appartengono agli uomini.

È una forbice particolare, questa: taglia la distanza fra cielo e terra.

E poi arriva Addio

Poi c’è Addio. E qui la forbice diventa affilatissima.

Scritta nel 2011, la canzone è già un congedo. Guccini guarda il mondo che lo circonda e decide di salutare, uno dopo l’altro, quasi tutto ciò che non sopporta più.

Televisione, politicanti, culto dell’immagine, mode, talk-show, calciatori, modelle, falsi intellettuali, opportunisti, ceroni, parrucchini, lampade, tinture, affaristi, imbroglioni. Una lunga lista di bersagli che sembra costruita apposta per essere attraversata con un paio di forbici.

E il verbo ritorna ossessivamente: «dico addio».

Non è un addio malinconico. È un addio con il coltello fra i denti.

La cosa più divertente — e insieme più feroce — è che Guccini non risparmia nessuno. Nemmeno quelli che appartengono al suo stesso mondo politico e culturale. Prende di mira chi si dichiara democratico e di sinistra ma preferisce essere amico di tutti «perché non si sa mai»; ironizza sui conformismi, sui trasformismi, sulle convenienze.

Il suo bersaglio non è tanto una parte politica quanto la mancanza di coraggio.

E qui compare una delle caratteristiche più profonde dell’ironia gucciniana: l’indignazione non nasce dal sentirsi migliori degli altri, ma dall’impossibilità di sopportare la distanza tra ciò che si dice e ciò che si fa.

Il colpo finale: Guccini taglia anche Guccini

Ma la parte più bella di Addio arriva quando, dopo avere fatto a pezzi mezzo mondo, Guccini rivolge la forbice verso di sé.

Si definisce «eterno studente», «chierico vagante», «non artista», «solo piccolo baccelliere». Poi racconta di essere figlio di una casalinga e di un impiegato, cresciuto fra quei «saggi ignoranti di montagna» che conoscevano Dante a memoria.

È una straordinaria dichiarazione di umiltà, ma anche un gioco ironico con la propria figura pubblica. L’uomo che tutti chiamano poeta si presenta come uno che sa di non sapere.

E alla fine arriva la frase più tenera e più feroce insieme: «io, giullare da niente, ma indignato».

Ecco Guccini.

Un giullare. Uno che scherza, provoca, sbeffeggia, racconta. Ma che, sotto la battuta, conserva l’indignazione. E che sa benissimo che anche le sue parole possono essere insufficienti: «con un ruggito che diventa belato».

Questa è forse la sua ironia più grande: non credere nemmeno completamente alla propria voce.

L’ultimo addio

Oggi quelle parole assumono un significato diverso. Quando Guccini scrisse Addio, stava salutando un mondo che non riconosceva più. Oggi siamo noi a dover salutare lui.

Ed è proprio questa la cosa più gucciniana: farlo senza troppa retorica, senza trasformarlo in un monumento, ma tornando alle sue canzoni, alle sue parole, a quella voce capace di ridere, indignarsi e mettere in discussione persino sé stessa.

Perché la sua forbice non serviva soltanto a tagliare: serviva a distinguere ciò che vale da ciò che non vale, a separare la sincerità dalla posa, la verità dal conformismo.

Ora tocca a noi raccogliere i ritagli. E forse, per salutarlo davvero, non serve dire molto. Basta prendere in prestito le sue parole.

Addio, Maestrone. La tua forbice ha smesso di tagliare, ma le tue parole continuano a farlo.

L’immagine in copertina è di Directorvale, licenza Creative Commons Attribution 2.0 (CC BY 2.0)

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