
Dall’alta moda ai collage tridimensionali: Pierre Gauthier ha cambiato materia, ma non il suo modo di creare

Belga, originario della Vallonia, dopo gli studi alla scuola di moda Bischoffsheim di Bruxelles Pierre Gauthier ha aperto il suo atelier, dedicandosi per oltre venticinque anni alla sartoria su misura. Abiti sontuosi, ricami, pizzi, pietre, cappelli, una passione dichiarata per il gusto settecentesco e per tutto ciò che nasce dalla sapienza delle mani. La sua carriera lo ha portato a rappresentare la moda belga all’estero, in Francia, India, Libano e Hong Kong, e a realizzare abiti anche per la regina Mathilde del Belgio.
Nel 2014, dopo quasi trent’anni di attività, ha deciso di chiudere l’atelier, ma non la sua creatività.
Dopo il trasferimento in Sicilia, a Playa Grande, la sua creatività ha preso ancora una volta una strada inattesa. Ha frequentato in Francia un corso di decorazione artistica delle pareti, imparando a lavorare con la calce e la pittura secondo tecniche ispirate alla tradizione marocchina e per un periodo si è dedicato a questa nuova forma espressiva. Poi è arrivata la carta.

Oggi Pierre realizza quadri tridimensionali costruiti con immagini ritagliate da vecchi libri, calendari, riviste e materiali recuperati: personaggi, animali, piante, architetture, damine settecentesche prendono corpo in composizioni che sembrano piccoli teatri fantastici. Le figure vengono sovrapposte e disposte su più piani, fino a uscire dalla superficie del quadro.
E anche la sua casa siciliana sembra una sua opera: pareti decorate, cornici, conchiglie, oggetti, quadri, materiali accostati con un gusto volutamente lontano dal minimalismo. Nel suo giardino, piante e forme si moltiplicano in una sorta di composizione naturale e barocca.

Guardando il suo lavoro, viene da pensare che Pierre non abbia mai veramente cambiato mestiere. Ha semplicemente cambiato la materia.
Prima tagliava il tessuto. Oggi taglia la carta.
Gli ho chiesto di raccontarmi come tutto è cominciato.
Dall’ago alla forbice
Come hai iniziato? Come è nata l’idea di diventare stilista?
«Dopo il liceo classico, mio padre avrebbe voluto che studiassi giurisprudenza, ma io non mi ci vedevo proprio. Poi ebbi un incidente in moto. Ero in ospedale, con una gamba fratturata, quando in televisione vidi la pubblicità di una scuola di moda. Fu una specie di illuminazione: sentii che era quello che volevo fare.
Quando lo dissi ai miei genitori, mio padre scherzò: “L’incidente non ti ha colpito la gamba, ma la testa!”. Mi lasciarono comunque sostenere l’esame di ammissione, convinti che fosse una passione passeggera. Invece non è mai passata.
Dopo il corso feci il servizio militare. La sera mi annoiavo e cominciai a creare cappelli. Subito dopo aprii il mio atelier di alta moda a Bruxelles. Con il tempo arrivarono le occasioni di rappresentare la moda belga all’estero: Francia, India, Libano, Hong Kong. E ho avuto anche il privilegio di realizzare abiti per la regina Mathilde del Belgio.»
Il tuo stile, negli anni, è cambiato?
«Non molto. Si è evoluto, perché cercavo sempre di migliorare, ma c’era una cosa che è rimasta sempre la stessa: non sono un minimalista. Sono esattamente il contrario!
Mi piace il pieno, il ricco. Anche nella mia casa, nel giardino, in tutto quello che faccio. Ma “ricco” non significa affollato, confuso: tutto è studiato, tutto deve trovare il proprio equilibrio. Questa è la mia firma, la mia impronta. Anche quando provavo a fare qualcosa di più semplice, alla fine arrivava sempre un dettaglio, un tocco in più.»
E poi, dopo quasi trent’anni di moda, hai deciso di cambiare.
«Sì. Dopo trent’anni ero un po’ stanco della mia attività. Nel 2014 il contratto d’affitto dell’atelier era in scadenza e avrei dovuto rinnovarlo per altri nove anni. Ho pensato: basta. Ho chiuso, anche se per un po’ ho continuato privatamente a fare qualche abito.
Oggi penso di aver fatto bene. Poi è arrivato il Covid, la crisi economica… Credo che continuare in quel momento sarebbe stato molto più difficile. Il cambiamento ha portato qualcosa di positivo.»
Ma non hai smesso di creare.
«No, assolutamente. Ho visto l’annuncio di un corso che si svolgeva in Francia per imparare a decorare le pareti con la calce e la pittura con tecniche simili a quelle utilizzate in Marocco. In quel periodo la regina del Belgio mi aveva ordinato un nuovo abito e ho deciso di investire il guadagno proprio in quel corso.
Mi è piaciuto subito. Perché alla fine usi sempre le mani, usi dei materiali. È questo che mi interessa: lavorare con le mani e trasformare la materia.»

Poi è arrivata la carta
E quando sono arrivate le forbici? Quando hai cominciato a fare i tuoi collage?
«È avvenuto dopo. Quando siamo arrivati qui in Sicilia abbiamo deciso di ristrutturare la casa. Per circa un anno ho lavorato solo dentro casa: seguivo i lavori, facevo tutto quello che potevo fare.
Poi mi è tornata la voglia di creare qualcosa di diverso; ma avevo bisogno di trovare un’altra idea. E mi è venuto in mente di realizzare questi quadri particolari, partendo dalle immagini.
Ho cominciato a cercare vecchi libri, calendari, immagini nei mercati. E ho iniziato a ritagliare tutto quello che mi interessava: personaggi, animali, piante… tutto quello che poteva servirmi. Poi ho cominciato a ricomporre le immagini creando dei rilievi.
È una tecnica che non ho inventato io, naturalmente: il collage in rilievo ha una lunga storia. Io l’ho semplicemente fatta mia. Ho realizzato una prima mostra, che è andata molto bene. Poi una seconda, poi una terza… e sono ancora qui.»
Guardando i tuoi lavori, però, sembra che il Pierre Gauthier stilista non sia mai veramente scomparso. Nei tuoi quadri ci sono abiti, moda, ricami, architetture, eleganza…
«Perché tutto parte da me. Il processo è sempre lo stesso. Dalla moda, dal ricamo… Anche nei miei quadri metto dei ricami, non soltanto di filo: faccio anche ricami di carta.
La materia cambia: un tessuto è tessuto, la carta è carta, una pianta è una pianta. Ma il processo, alla fine, è sempre lo stesso.»
Quindi il passaggio dalla moda alla decorazione e poi alla carta non è stato una rottura?
«No. Per me c’è una continuità tra quello che ho fatto per decenni e quello che faccio adesso.»

La forbice come compagna di lavoro
E la forbice? Che cosa rappresenta per te il taglio?
«Io faccio tutto a mano, con le mie mani, usando naturalmente degli strumenti. E la forbice è indispensabile. Serve per tagliare il tessuto, la carta, anche le piante in giardino.
È un’amica della quale ho sempre bisogno per poter lavorare, per poter esprimere quello che ho dentro.»
Una risposta che sembra quasi una dichiarazione d’amore per un oggetto quotidiano. Per Pierre la forbice non è un semplice utensile: è il passaggio tra l’idea e la materia.
Quindi tagliare significa anche comporre, costruire, creare. E anche il “taglio” che hai dato alla tua vita mi sembra più una prosecuzione che una vera rottura.
«Sì. Prima i vestiti, i tessuti; poi la decorazione delle pareti; poi la carta. È una continuità, anche se naturalmente è qualcosa di diverso.»
A volte, però, nella vita abbiamo bisogno di dare un taglio, di cambiare strada.
«Io l’ho fatto. Ma non credo di aver tagliato veramente con il passato. Ripeto. Ho semplicemente cambiato materia.»

Poi è arrivata la carta
E quando sono arrivate le forbici? Quando hai cominciato a fare i tuoi collage?
«È avvenuto dopo. Quando siamo arrivati qui in Sicilia abbiamo deciso di ristrutturare la casa. Per circa un anno ho lavorato solo dentro casa: seguivo i lavori, facevo tutto quello che potevo fare.
Poi mi è tornata la voglia di creare qualcosa di diverso; ma avevo bisogno di trovare un’altra idea. E mi è venuto in mente di realizzare questi quadri particolari, partendo dalle immagini.
Ho cominciato a cercare vecchi libri, calendari, immagini nei mercati. E ho iniziato a ritagliare tutto quello che mi interessava: personaggi, animali, piante… tutto quello che poteva servirmi. Poi ho cominciato a ricomporre le immagini creando dei rilievi.
È una tecnica che non ho inventato io, naturalmente: il collage in rilievo ha una lunga storia. Io l’ho semplicemente fatta mia. Ho realizzato una prima mostra, che è andata molto bene. Poi una seconda, poi una terza… e sono ancora qui.»
Guardando i tuoi lavori, però, sembra che il Pierre Gauthier stilista non sia mai veramente scomparso. Nei tuoi quadri ci sono abiti, moda, ricami, architetture, eleganza…
«Perché tutto parte da me. Il processo è sempre lo stesso. Dalla moda, dal ricamo… Anche nei miei quadri metto dei ricami, non soltanto di filo: faccio anche ricami di carta.
La materia cambia: un tessuto è tessuto, la carta è carta, una pianta è una pianta. Ma il processo, alla fine, è sempre lo stesso.»
Quindi il passaggio dalla moda alla decorazione e poi alla carta non è stato una rottura? «No. Per me c’è una continuità tra quello che ho fatto per decenni e quello che faccio adesso.»

La forbice come compagna di lavoro
E la forbice? Che cosa rappresenta per te il taglio?
«Io faccio tutto a mano, con le mie mani, usando naturalmente degli strumenti. E la forbice è indispensabile. Serve per tagliare il tessuto, la carta, anche le piante in giardino.
È un’amica della quale ho sempre bisogno per poter lavorare, per poter esprimere quello che ho dentro.»
Una risposta che sembra quasi una dichiarazione d’amore per un oggetto quotidiano. Per Pierre la forbice non è un semplice utensile: è il passaggio tra l’idea e la materia.
Quindi tagliare significa anche comporre, costruire, creare. E anche il “taglio” che hai dato alla tua vita mi sembra più una prosecuzione che una vera rottura.
«Sì. Prima i vestiti, i tessuti; poi la decorazione delle pareti; poi la carta. È una continuità, anche se naturalmente è qualcosa di diverso.»
A volte, però, nella vita abbiamo bisogno di dare un taglio, di cambiare strada.
«Io l’ho fatto. Ma non credo di aver tagliato veramente con il passato. Ripeto. Ho semplicemente cambiato materia.»

Le immagini come favole
Quando crei un’opera hai già in mente quello che vuoi rappresentare? C’è un significato preciso dietro le tue composizioni?
«A dire la verità, non penso troppo. Quando mi viene un’idea, voglio provarla. Se mi piace, continuo. Se non mi convince, magari ci torno sopra molto tempo dopo.
Io lavoro molto d’istinto. Non mi sono mai chiesto, nemmeno quando facevo vestiti: “Perché faccio questo? Perché lo faccio in questo modo?”. No. Metto la mia sincerità in quello che faccio. Ci metto un po’ della mia anima, del mio cuore.»
Eppure dai un titolo alle opere.
«Sì, perché forse la gente ne ha bisogno. Anche quando facevo i vestiti, ogni abito aveva un nome. Una sfilata può avere venti silhouette e il pubblico ha bisogno di dare loro un’identità.
È la stessa cosa con i quadri. Forse hanno bisogno di un nome per diventare vivi, per avere una personalità.»
Ma poi lasci che ognuno li interpreti liberamente.
«Sì, ed è proprio questa la cosa bella. Io posso vedere una cosa e un’altra persona può vederne un’altra completamente diversa. È una comunicazione tra spiriti.
I miei quadri sono come delle favole, delle storie. Io magari li vedo da un certo punto di vista, ma gli altri possono trovarci qualcosa di diverso. E guardandoli puoi trovare sempre qualcosa di nuovo, una nuova ispirazione. Non sono cose fisse che non possono più cambiare.»

Forse è proprio questo il segreto della forbice di Pierre Gauthier: non taglia per separare, ma per liberare. Una figura viene sottratta alla pagina, un fiore viene allontanato dal suo contesto, una dama perde la sua antica storia per entrare in una nuova composizione. Il taglio interrompe una narrazione e ne inaugura un’altra.
E così, dopo aver vestito corpi, pareti e stanze, Pierre continua a vestire la realtà. Solo che oggi il suo atelier non ha più bisogno di un manichino: gli bastano un paio di forbici, una vecchia immagine e la libertà di immaginare.
