
Un affabulatore «di matrice mediterranea, anzi siciliana», si definiva Giuseppe Bonaviri (1924-2009), ripercorrendo nelle conversazioni di Sicilia isola cosmo (Longo Angelo Editore, 1998) e nel documentario Bonaviri ritratto (2007) l’ispirazione primigenia dell’estesa produzione letteraria, a partire dai natali a Mineo, «Parnaso siculo». Sin dall’inizio del Novecento, infatti, quell’area etnea era nota per la presenza di poeti contadini e artigiani e per le gare in versi sull’altopiano di Camuti, in corrispondenza della Pietra della Poesia, una roccia imponente cui una leggenda locale attribuiva un ascendente lirico sugli uomini. Persino il padre era un poeta, e Bonaviri ne pubblicherà i componimenti nel libretto L’Arcano (1975), «intendendo con questo termine il misterioso rapporto che per linee cromosomiche ci lega ai nostri genitori» (Autoritratto, 1977).

Per lo scrittore e medico, dalla casa di villeggiatura risuonante di cicale e grilli, Camuti sarà sempre un luogo del mito, dove ogni essere vivente è parte della natura infinita, e l’uomo può protendersi verso l’universo e con termine dantesco «immillarsi», ovvero moltiplicarsi oltre lo spazio e il tempo; e tali saranno anche Mineo, con la sua topografia memoriale di case, quartieri e sterrati aridi e rocciosi intorno all’abitato, e con la vasta raccolta di ritratti umani, cui partecipano anche le famiglie numerose dei genitori. Lo scrittore dirà di avere portato dentro di sé tanti volti, come «una specie di grande muro che ti circonda, che ti abbraccia» (Bonaviri ritratto, 2007).

«Dal microcosmo di Mineo ho assorbito miti che sono stati determinanti…il paesaggio, il vento, il cielo rotante, il volo e il canto degli uccelli, il fiorire e lo sfiorire dei cespugli, così da dare un senso cosmico di latitudine celeste senza fine. Un assieme di cose che in chi ci viveva davano vita a una specie di linguaggio prelogico, un che di vibrante musicale. Il paesaggio era come l’allargamento del mio corpo, era quasi una fisicizzata proiezione di me stesso, o forse ero io come inglobato in esso» (Sicilia isola cosmo, 1998). Tale intuizione poetica del mondo è il nucleo originario della produzione bonaviriana, dall’esordio realista all’espressionismo fantastico, e ascende alla lezione scientifica del De rerum natura di Lucrezio, per cui linquitur ut merito maternum nomen adepta/ terra sit, e terra quoniam sunt cuncta creata (libro V, vv. 795-796): la terra merita il nome di madre che ha ricevuto, dalla terra provengono tutte le creature. Alla visione panica partecipano lirismo, espressività linguistica e sapere scientifico, verso la ricerca delle potenzialità simboliche del mondo; inoltre lo scrittore dichiarerà di essere affascinato anche dall’interpretazione dell’origine degli elementi nel pensiero presocratico.
Il percorso letterario si snoda dagli anni Cinquanta, dopo la laurea e la partenza da Mineo per varie città fino a Frosinone, dove lavorerà nel locale ospedale, attraverso le collaborazioni giornalistiche (L’Unità, L’Avanti, La Fiera Letteraria, Nuovi Argomenti, Galleria, Tuttolibri, il Corriere della Sera, l’Osservatore Romano) e la pubblicazione di oltre quaranta opere, improntate fino agli anni Sessanta al realismo naturalistico (Contrada degli ulivi, 1958; Il fiume di pietra, 1964), seguito dalla trilogia fantastica (La divina foresta, 1969; Notti sull’altura, 1971; L’isola amorosa, 1973); al diarismo immaginifico degli anni Settanta e Ottanta (L’enorme tempo, 1976; Novelle saracene, 1980; L’incominciamento, 1983) e al surrealismo degli anni Novanta e Duemila (Ghigò, 1990; Il dottor Bilob, 1994; Il vicolo blu, 2003; Autobiografia in do minore, 2006; L’incredibile storia di un cranio, 2006), senza alcuna cesura tra realtà e fantasia. «La mia opera è come un albero che cresce, si dirama, apre la sua chioma verso lo spazio cosmico, mentre le sue radici si radicano, si abbarbicano sempre di più al suolo della terra» (Sicilia isola cosmo, 1998). E non si può non pensare alla maestà dei carrubi, silenziosi e sempreverdi, che con mandorli e ulivi dominano le campagne nell’isola.

Si tratta di un elemento caratteristico, che contraddistingue il contributo innovativo di Bonaviri al canone letterario siciliano del Novecento, fuori dall’ombra del realismo regionalista del mineolo Luigi Capuana, e del Verismo di ascendenza positivista di Giovanni Verga, che proprio a Capuana scriveva interrogandosi sulla giusta distanza nell’osservare «sulla riva del mare, quei pescatori e coglierli vivi come Dio li ha fatti», da vicino o da lontano, sostituendo la mente allo sguardo. L’estraneità alle accademie nel panorama nazionale ne decreta il successo all’estero e la candidatura al Nobel per la Letteratura nel 1984, nel 1985 e nel 2003, quando a vincere per un punto è lo scrittore sudafricano John Maxwell Coetzee.
A riconoscerne la distanza dal regionalismo – peraltro non reputando tali «né il Verga di Mastro Don Gesualdo o dei Malavoglia, come non lo è lo stesso Brancati, e non solo nel Don Giovanni» (Diario in pubblico, 1970) – è Elio Vittorini, cui Bonaviri consegna nel 1951 il manoscritto d’esordio de Il sarto della stradalunga, che sarà pubblicato tra i Gettoni Einaudi nel 1954.
«C’è una grazia settecentesca in questa storia d’un sarto e della sua famiglia che ci viene da un paese dei monti Erei, interno della Sicilia orientale, provincia di Catania» – scriverà Vittorini sul risvolto Einaudi – «Di un Settecento popolare, beninteso, e precisamente del tipo tra primitivo e arcadico, cioè ingenuo e a colori grezzi, ma anche lezioso, in cui hanno forma le statue in legno o ceramica di molti santi delle chiese siciliane. Il valore poetico del romanzo è però in qualcosa di più profondo: nel senso delicatamente cosmico col quale l’autore rappresenta il piccolo mondo paesano su cui c’intrattiene, trovando anche nelle erbe e negli animali, nei sassi, nella polvere, nella luce della luna o del sole, un moto o un grido di partecipazione alle povere peripezie del sarto e dei suoi». Nella rappresentazione nostalgica delle origini, la dimensione particolare diventa universale, espandendosi nella natura, che lo scrittore viandante attraversa come in un pellegrinaggio fantastico, raccogliendo ogni dettaglio dell’ambiente animale, vegetale e minerale. Riportandone una conversazione precedente alla sua scomparsa, lo scrittore Matteo Collura ricorderà che Bonaviri gli aveva detto che «quel romanzo gli era sgorgato come massa d’acqua che si libera da un ostacolo».

Anche Italo Calvino fu tra i primi lettori del testo, dichiarando di essersi divertito nel leggerlo, che era ben scritto, «con una continua inventiva di linguaggio e di spirito», apprezzando la bellezza del dialogo a proposito della luna e la soluzione del materiale neorealistico in «puro arabesco». Così, anche per la lettura de Il fiume di pietra (1964), scriverà a Bonaviri di non trovare da tempo un autore «che provasse e comunicasse tanta gioia nell’abbandonarsi allo scrivere e all’immaginare». Di Notti sull’altura (1971), in cui «il piacere di maneggiare materiali verbali e visuali lussureggianti basta ad assicurare la felicità di un libro così insolito», firmerà l’introduzione, riconoscendo nella trasposizione fantastica del viaggio nel paese natale per la scomparsa del padre «una sorta di poema biologico», che sviluppa quel senso cosmico già vittoriniano.
Il sarto del romanzo è l’alter ego del padre, prima di emigrare ad Addis Abeba dal 1938 al 1947 per ristrettezze, quando era ancora titolare di un piccolo laboratorio da artigiano su via Ducezio, la stradalunga. «La mia bottega si trova nella stradalunga e in passato serviva a mio nonno Peppi per abitazione. La stradalunga è la strada più lunga di Mineo e incomincia dalla piazza proprio accanto al Casino dei Nobili e via via che sale si fa stretta, con varie gomitature, sinché si apre e finisce sul piano di Santa Maria Maggiore. (…) La mia bottega è una grande stanza con un arco in muratura nel mezzo e vi si trova il tavolo da lavoro con le forbici, i fili di cotone che s’intrecciano e la lampadina elettrica».
Anziché Settimo Emanuele Bonaviri, a raccontare è Don Pietro Scirè, sarto e uomo colto, tanto da redigere lettere d’amore, citando Dante, per i contadini analfabeti, che ne invidiano «le soddisfazioni» del sapere leggere e scrivere. Tuttavia, magre sono le gratificazioni al suo impegno in famiglia e nel lavoro, tra il dolore per i lutti e l’indigenza; e proprio per contrastare l’inattività invernale della sartoria, si prepara a scrivere un diario in tre parti, prestando la propria voce sulla pagina anche alla sorella Pina e al figlio undicenne Peppi, affinché raccontino i momenti salienti delle rispettive vite.
In realtà, a interpretare il sarto demiurgo delle tre storie principali, e delle vicende dei personaggi che ruotano intorno agli Scirè tra fantasticherie, spiriti e incanti, è Giuseppe Bonaviri – ovvero Peppi ormai adulto – che realizza l’aspirazione del genitore a scrivere e, in «una sorta di sdoppiamento» – dirà Sciascia nell’introduzione alla traduzione francese – è contemporaneamente sé stesso e il padre. Lo scrittore di Racalmuto difendeva l’autenticità bonaviriana e la rilettura mitografica alla luce della fantasia. «Il libro di Bonaviri piacque per la fresca ispirazione, per la favolosa trascrizione di una povera e amara vita quotidiana» – così il risvolto dell’edizione Sellerio ne riporta le parole – «Quel che di lezioso e di scaltro notò qualche critico, e noi come semplici lettori, era un modo di auscultazione della realtà e non una tecnica calcolata».
Del resto, Sciascia conosceva le condizioni di vita di quei territori, dove la civiltà rurale imponeva la differenza per nascita tra nobili e villani, e regole sancite per la comunità, quali il matrimonio con le cure di casa e famiglia per le donne, e il lavoro nei campi per gli uomini, sin dalla tenera età. Per motivare il piccolo Peppi alle responsabilità nella vita, il nonno materno gli ripete di avere cominciato a lavorare prima di compiere nove anni, perché è la fatica a concedere il pane più del diritto di stare al mondo. Nelle campagne siciliane come nelle zolfare, il destino degli umili era scritto, a meno di non potersi riscattare con gli studi o imparando un mestiere, a bottega dal Mastro.
Persino Sciascia racconta che, nell’estate della licenza elementare, il padre lo mandò a lavorare nella sartoria del fratello Salvatore, al piano strada della palazzina dove vivevano anche il nonno e le zie, e più avanti frequentò anche quelle dei sarti Luigi Casuccio e Salvatore Acquista. Che fosse quello dello zio o di altri Mastri, quei laboratori erano sempre affollati e vi si potevano ascoltare le spacconate dei cacciatori, sentire la gente parlare, raccontare e malignare.
Al femminile, la Mastra era un mentore, che alle giovani allieve trasferiva competenze in taglio e cucito, nelle più antiche arti di tessitura e ricamo siciliano, e i fondamenti di economia domestica e galateo di buone maniere, acquisite negli scambi con i committenti di più alto rango, nobildonne e gentiluomini con camerieri al seguito, mentre prendeva le misure, assisteva alla scelta del colore o di un tessuto, e intanto assumendone le cortesie, gli usi, l’educazione alla mondanità. Modellati sui manichini, tra spilli e imbastiture, dopo il battesimo della stoffa sotto le forbici, gli abiti prendevano vita, per l’ordinarietà giornaliera o per le cerimonie: in tal caso, ripiegato tra lino e veline, il sogno sontuoso della gentildonna avrebbe riposato in un’ampia cesta, il tempo necessario per la consegna.


Se per le fanciulle la sartoria era quindi un vettore sociale sotto la vigilanza delle famiglie, per il giovane Leonardo fu invece un laboratorio di storie come la sua città. «Il migliore osservatorio delle cose siciliane» – a raccogliere la citazione è Matteo Collura in Il maestro di Regalpetra (2007) – «continua a essere per me il paese in cui sono nato e in cui, anche se spesso ne sono lontano, effettualmente vivo: Racalmuto, in provincia di Agrigento».
Bonaviri non attinge ad altri modelli per il personaggio letterario del sarto, che ha precedenti da gregario sprovvisto di spirito avventuriero, a bordo dei velieri immaginati da Robert Louis Stevenson e da James Matthew Barrie, o di vanitoso della propria cultura, ben modesta invece, come quello manzoniano che ospita Lucia, liberata dopo la conversione dell’Innominato. Né ha bisogno di una ricca scenografia, attinta al teatro o al cinema da chi ha coniugato regia e scrittura. «Le pareti erano scure, di un russo pompeiano càvudo, accoglienti. A mancina ci stavano ‘na fila di mobili, armuàr, tavolinetti, scaffalature, vetrinette, ‘na piattera, che in origini erano stati fatti per la cucina ma che ora ‘nveci erano stipati di tessuti, maglie, camicie, cravatte, tutta robba coloratissima che a momenti ’n arcobaleno si sarebbi vrigognato. Sul lato destro ‘nveci ci stava un longo ramo d’àrbolo tutto bianco forsi pirchì era stato arrecuperato dal mari che l’aviva travagliato assà. Da ‘sto ramo pinnuliavano ‘na quantità di grucce con abiti da omo, cappotti, ‘mpermeabili. Alla fine del corridoio votaro per dù vote a mano dritta e il commissario si vinni ad attrovare dintra a un cammarone grandissimo. (…) dù lavoranti, uno cchiù vecchio e l’autro cchiù picciotto, travagliavano darrè a un granni tavolo da sarto». La lingua e la presenza della sua creatura più celebre rivelano la firma di Andrea Camilleri in L’altro capo del filo (2016), e l’indagine sull’assassinio della bella sarta Elena Biasini. «Forse l’arma del delitto era ‘na grossa e longa forfici da sarto che stava supra al tavolo ma che però appariva senza tracce di sangue».
Nella rilettura bonaviriana della viva quotidianità, invece è l’essenziale a generare la fantasticheria, a evocare ombre funeste e cieli sereni dietro le stesse finestre della bottega. Le notti si susseguono alacremente, per rispettare le scadenze di consegna e ad accompagnare il cucito è il verso dei cani e dell’assiolo, di cui il lavorante Luigi si prende gioco, scambiando per più quel chiù chiùù chiùùù, che la poesia pascoliana del nido familiare violato o perduto aveva ricondotto a un tragico annuncio di morte. Diversamente, per Bonaviri ogni elemento concorre alla voce della natura, all’alternarsi del giorno e della notte, alla fantasia che il vento sollevi Mineo sulla montagna o che la luna vaghi tra le fronde.
A essere immutabile è solo il tempo degli uomini, scandito al più dai festeggiamenti di Santa Agrippina di fine agosto, quando i mineoli ordineranno abiti nuovi: lo scrittore mostra il simulacro adornato di gioielli, l’avanzata fuori dalla chiesa con le autorità, gli addobbi e i mortaretti, secondo coreografie che si ripetono in ogni città in onore del Patrono. Tra i racconti di Carrube e cavalieri (1954), in San Giuseppe e un suo quartiere, Raffaele Poidomani Moncada rinnovava l’allegria da ragazzo per la festa del Santo a Modica, la vacanza da scuola e la tradizione dei ciaccari, torce di paglia con o senza cera e pece greca, accese dai devoti e ravvivate dalla corsa.

Se a Mineo la festa è per Pina la prova «che ogni cosa passa e viene», nel distacco dalla gioventù, dalle occasioni e dagli affetti perduti, Don Pietro Scirè invece torna a illudersi ogni estate che i guadagni cresceranno, che si riscatterà dalla miseria, come voleva suo padre mandandolo dal Mastro don Cecè e come la moglie vorrebbe per Peppi, anziché saperlo a lavorare nei campi. È un lavoro per cui ha manifestato abilità sin da ragazzino, e che continua ad amare: nella stratificazione dei livelli narrativi, Settimo Emanuele Bonaviri e Pietro Scirè sognano e sembrano prestare la voce al talento di un moderno visionario.
Il romanzo proietterà i ricordi trasfigurati dall’invenzione letteraria ancora trent’anni dopo ne L’incominciamento (1983), edito da Sellerio nella collana La memoria, quale continuazione ideale del racconto dei paesi natii – Comiso, Racalmuto e Mineo – in Museo d’ombre (1982) di Gesualdo Bufalino e in Kermesse (1982) di Leonardo Sciascia, con un titolo che voleva richiamare Le parrocchie di Regalpetra (1956), significando «nei Paesi Bassi e nel settentrione della Francia, la festa della parrocchia» e legittimando così le piccole storie, i piccoli mondi a estendersi alla dimensione dell’universalità. Se ne Le città del mondo (1969, postumo) di Vittorini, due pastori padre e figlio scoprono Scicli per la prima volta, Mineo è invece il luogo dell’incominciamento, da cui il tempo del cosmo si rinnova senza fine, come ricorderà Bonaviri nelle parole del genitore: «Senti, Pippino, dinanzi a noi due c’è Mineo con i suoi artigiani che lavorano, con le donne che senza interrompimento accudiscono alle faccende ordinarie e sotto nelle valli, nelle giunture dei picchi abbinati e sulle alture lavorano i villani, o vanno per cercare nutrimenti le capre tra macchie e cocuzzoli senza alberi. Se tu con la mente unisci tutto questo per fili, per esempio di seta, e lo cuci come faccio io con un vestito nella stessa gugliata imbrigli artigiani, contadini, donne, bestie e albereti, cioè hai un tempo tondo, perfetto, che in ogni suo punto circolarmente vibra d’armonia».
Riferimenti bibliografici:
- Giuseppe Bonaviri, Il sarto della stradalunga (1954), Sellerio editore Palermo 2006
- Giuseppe Bonaviri, Notti sull’altura, introduzione di Italo Calvino, Bompiani 1978
- Giuseppe Bonaviri, È un rosseggiar di peschi e albicocchi, Rizzoli 1986
- Giuseppe Bonaviri, Il dottor Bilob, Sellerio editore Palermo 1994
- Giuseppe Bonaviri, Autoritratto da «L’approdo», settimanale di lettere e arti, anno XXXII, n. 1385 del 28 marzo 1977, in onda su Radiouno
- Bonaviri ritratto, documentario – regia, soggetto e sceneggiatura di Massimiliano Perrotta, con testimonianze di Giuseppe Bonaviri, Giuseppe Castania, Walter Mauro, Ennio Morricone, Salvatore Silvano Nigro, Walter Pedullà, Sarah Zappulla Muscarà (2007)
- Alla ricerca di una poesia biologica. Intervista con Giuseppe Bonaviri, ItaliaLibri10 febbraio 2005
- Ambra Carta, La parabola letteraria di Giuseppe Bonaviri; dal neorealismo all’espressionismo in Studi e problemi di critica testuale, n.70, aprile 2005
- Giuseppe Petronio-Vitilio Masiello, Produzione e fruizione. Antologia della letteratura italiana, Palumbo 1994
- Cesare Segre-Clelia Martignoni, Testi nella storia. La letteratura italiana dalle origini al Novecento, Edizioni Bruno Mondadori 1992
- Tito Lucrezio Caro, De rerum natura, Garzanti 1991
- Italo Calvino, Lettere 1940-1985, Mondadori 2023
- Elio Vittorini, Diario in pubblico, Bompiani 1970
- Andrea Camilleri, L’altro capo del filo, Sellerio editore Palermo 2016
- Raffaele Poidomani Moncada, San Giuseppe e un suo quartiere in Carrube e Cavalieri – Pellegrino di sogni. Scritti 1927-79, 1. Romanzi e racconti, Colibrì 2015
- Matteo Collura, Il maestro di Regalpetra. Vita di Leonardo Sciascia, Tea 2007
- Matteo Collura, Per favore lasciatemi nell’ombra. L’11 luglio 1924 nasceva Giuseppe Bonaviri, in L’Osservatore Romano del 10 luglio 2021
- Leonardo Sciascia, Kermesse, Sellerio 1982
- Dal cuore alle mani. Dolce e Gabbana, Roma, Palazzo delle Esposizioni, 14.05-13.08.2005 (mostra e catalogo a cura di Florence Muller, Rizzoli New York 2025)
- Dolce e Gabbana in Alain Elkann, Interviste 1989-2000, Bompiani 2000