
Ora che Atropo, l’Inesorabile, ha reciso il filo della vita di Francesco Guccini, ogni suo ascoltatore sfoglia il proprio album di fotografie mentali, associa ricordi a canzoni, misura quanto quella voce inconfondibile abbia contribuito a plasmare la propria identità, il proprio sguardo sul mondo.
Ma si può raccontare Guccini anche attraverso i suoi simboli. Ho scelto il treno e tutta l’area semantica che lo accompagna: rotaie, stazioni, vagoni come presenza ricorrente nella sua poetica, talvolta esplicita, altre volte trasfigurata. Fino a pensare che anche la sua celebre R sia uno sferragliare sui binari del testo.
Si comincia, naturalmente, da La locomotiva, brano-manifesto di Radici album titanico del 1972. Qui il treno è destino collettivo, furore ideologico lanciato contro l’ingiustizia: nella cifra anarchica del testo la macchina diventa il progresso sottratto al potere e restituito agli ultimi. La locomotiva è pulsante e rumorosa, quasi dotata di volontà propria, un corpo vivo capace di convincerci che Vendetta e Giustizia siano sinonimi.
Eppure basta poggiare la puntina due soli solchi più in là, sullo stesso disco, perché il treno cambi completamente natura. È Incontro, il racconto di un ritrovarsi casuale in una stazione con un’amica di un tempo. Attorno a quel momento sospeso Guccini costruisce un repertorio di immagini e rime tra le più memorabili del suo sontuoso catalogo: ”i nostri miti morti ormai la scoperta di Hemingway; come un istante “déjà vu”, l’ombra della gioventù; stoviglie color nostalgia, come in un libro scritto male, lui s’ era ucciso per Natale.”
Ma il cuore della canzone è la sensazione che chiunque abbia mai attraversato una stazione, arrivando o partendo, riconosce: essere, in quel momento, qualcosa di transitorio, un rumore di fondo mentre in un Altrove si consumano vite, storie, emozioni a noi inattingibili: “le luci nel buio di case intraviste da un treno: siamo qualcosa che non resta, frasi vuote nella testa e il cuore di simboli pieno”. Il viaggio umano, in Incontro, corre su un binario già tracciato. Il tempo avanza verso una destinazione scritta da sempre da Qualcun altro, con la nostalgia come paesaggio fisso oltre il finestrino.
Questa stessa poetica della negazione torna quasi vent’anni dopo in Quello che non…, il brano che dà il titolo all’omonimo disco del 1990. Guccini costruisce, come Leopardi, come Montale, l’identità attraverso un elenco di negazioni e, quasi inevitabilmente, affiorano immagini ferroviarie: “rotaie implacabili per nessun dove, i sedili di una ex terza classe”, fino alla rinuncia finale: “Non siamo una strada né malinconia, un treno o una periferia“.
I riferimenti ferroviari non finiscono qui, e non ho la pretesa di elencarli tutti. In molte canzoni il treno agisce anche senza nominarsi: è un modo di avanzare del testo, uno sguardo che scorre come da un finestrino, registra, ricorda, lascia andare senza mai fermarsi davvero. Altre volte, come in Amerigo o ne Le ragazze della notte i personaggi sembrano muoversi come passeggeri di convogli paralleli: si sfiorano, si osservano, ma difficilmente condividono davvero lo stesso viaggio.
Perfino Autogrill, pur ambientata sull’autostrada, regala un piccolo omaggio a quell’immaginario, con un accenno tenerissimo ai fiori e all’erba di una scarpata ferroviaria. E le stazioni, nei suoi testi, restano sempre luoghi di nessuno: posti dove al massimo ci si ferma per un caffè capace di neutralizzare il vino di una notte di bagordi o di bestemmie. Vallo a sapere.
Tutto questo viaggio rischierebbe però di deragliare di fronte a un brano del 1983, Argentina, che sembra un inno al grande rivale del treno: l’aereo, descritto come alluminio lucente, come il modo per lasciarsi tutto alle spalle, evocando addirittura lo Spirit of St. Louis e il Barone Rosso. L’incipit, in effetti, è una vera stoccata: “Il treno, ah, un treno è sempre così banale”. Ma è lo stesso Guccini a correggersi una riga dopo, concedendo al treno una via di salvezza: “se non è un treno della prateria o non è un tuo “Orient Express” speciale, locomotiva di fantasia”.
Ed è qui che arriviamo alla nostra destinazione: che a guidarlo fosse un anarchico o un’amica risorta, che portasse verso una piccola città o nel cuore di Bisanzio, Guccini è stato, per la musica italiana, l’Orient Express. Le forbici di Atropo hanno reciso il filo della sua vita, ma avranno un bel da fare a piegare il ferro dei suoi binari.