
C’era una volta il sarto. E anche la sarta. E c’erano le riviste dei modelli. Sceglievi il modello sulla rivista e il sarto o la sarta prendeva le misure del cliente o della cliente, tagliava la stoffa e cuciva i vestiti. E i ragazzini e le ragazzine, arrivati alla quinta elementare, se ci arrivavano, andavano apprendisti dal sarto o dalla sarta. Le ragazzine, in particolare, anche se non diventavano sarte, imparavano a cucire perché tra le competenze di una brava moglie era prevista anche l’abilità di sapere rattoppare e fare delle riparazioni.
Al numero civico 14 di una via di Ragusa c’era un sarto. Ero giovane e mi ha cucito un vestito. Quando è stato? Quando tempo è passato? Una vita. Un secolo. Una epoca. Chi se lo ricorda più! Prima di lui c’era un altro sarto. Forse un altro ancora prima. Ora sono decenni che c’è il “SI VENDE” e la saracinesca è arrugginita.

Era una sartoria come altre. Ce n’erano diverse. Poi vennero gli abiti confezionati dalle industrie e i sarti e le sarte scomparirono.
Mi ricordo le storie di due sarti famosi. Uno era ragusano, si chiamava La Rosa ed era sarto famoso a Roma. Vestiva persone importanti della capitale. Alcuni sarti ragusani andarono a fare apprendistato da lui.
Aveva un fratello a Ragusa, Giuseppe La Rosa, che insegnava educazione fisica. Aveva un bel fisico e lui, il sarto, quando creava dei nuovi modelli, li confezionava su misura del fratello professore e perciò lo vedevamo andare in giro con sti vestiti ed era evidente che avevano un qualcosa in più rispetto alla buona sartoria ragusana. E la cosa risultava ancora più evidente perché lui, il professore, era un chiesastico di convinzione e di portamento, si direbbe in gergo, “un figlio di Maria”, aveva anche, per un suo motivo, fatto voto di castità, e la sua figura, il suo atteggiamento, erano in evidente contrasto col suo vestito di altissima moda. A vederlo e non sapendo, veniva spontaneo chiedersi: “come è possibile?” e qualcuno rispondeva: “suo fratello è uno dei migliori sarti di Roma” “ah!”.
L’altro era di Venezia. Era uno dei tre sarti più importanti di Venezia. Non l’ho conosciuto personalmente ma ho conosciuto un suo allievo, Tito Chiodo, giovane che aveva imparato i rudimenti del mestiere a Reggio Calabria ed era approdato a Venezia.
Abitai a Mestre con Tito per circa un anno, mi aveva subaffittato una stanza.
Tito aveva patito la fame in Calabria ed aveva le idee chiare sul suo futuro e sapeva che con la volontà, con l’impegno, con la serietà di cui disponeva abbondantemente e con un buon maestro sarebbe riuscito a conquistarsi un futuro. E il buon maestro l’aveva trovato e fedelmente lo seguiva e argutamente carpiva i segreti dell’alta sartoria.
Mi raccontò che il maestro non cuciva, non l’aveva mai visto l’ago con in mano ma solamente prendeva le misure dei clienti, tagliava la stoffa e faceva le prove. Mi raccontò che la grande perizia del maestro consisteva nel modellare il vestito alle caratteristiche del corpo del cliente: “gli dipingeva il vestito addosso”.
Il carattere del maestro non era semplice, talvolta arrogante, talvolta sprezzante ma Tito sopportava perché aveva chiaro il suo obiettivo e sapeva che era l’unica via per avere un futuro a Venezia, ma un giorno, per una banalità, sbottò e il maestro lo licenziò. A lui subentrò un altro lavorante e, ironia della sorte, dopo pochi mesi il maestro passò a miglior vita. La sartoria rimase in mano al nuovo lavorante che in poco tempo la fece decadere. La vedova del maestro chiamò Tito e gli affidò la sartoria e Tito la risollevò e l’acquistò.
Lavorava sodo e con impegno Tito, la mattina partiva per la sartoria a Venezia col suo fagottino con il pranzo che scaldava col ferro da stiro e la sera tornava. Non si concedeva neanche un bicchiere di vino a cena. Il sabato pomeriggio non lavorava e con la fidanzata, una rubiconda e giuliva donnona più alta di lui, facevano la spesa e la domenica mattina cucinavano per tutta la settimana e adagiavano tutte le pietanze sul grande tavolo della sala da pranzo. Allora lui, Tito, si sedeva a tavola, poggiava un braccio sul bordo del tavolo e guardava tutto quel ben di Dio. Lo contemplava e godeva. E si concedeva il suo bel bicchiere di vino.
Nota. Nel parlare del Prof. Giuseppe La Rosa ho consultato il libro di Paolo Cappello: STORIA DELL’ATLETICA LEGGERA A RAGUSA e in particolare il capitolo “I maestri” che raccoglie i pareri di diversi ex atleti nei confronti dei loro “maestri” e mi ha colpito come tutti, sottolineo tutti, esprimono parole di encomio, stima e affetto nei confronti di tutti, sottolineo tutti, i maestri attorno al concetto “maestro di sport e di vita”. Io che ho conosciuto gli uni e gli altri affermo che quelle parole non sono retoriche frasi di circostanza.
Mi domando: un riconoscimento analogo potrebbe scaturire anche per i professori delle altre discipline scolastiche?
Ho ripensato alle parole che adopero nei confronti della scuola nel mio articolo “Forbici e scuola” pubblicato su questo stesso numero di operaincerta, ed in particolare in merito a interrogazioni, voti e misurazioni e al fatto che anche nello sport e nell’atletica ci sono lavoro, fatica, impegno, misurazioni e graduatorie e però l’atteggiamento è diverso. Mi sono domandato: perché?
Mi sono detto che forse una risposta possibile può essere: “giovani e maestri amavamo lo sport e l’atletica mentre le altre materie non sono altrettanto amate”.