Stati Uniti, anni ’60. Il generale Jack Ripper ordina, di sua iniziativa, un attacco nucleare contro l’URSS, convinto di un complotto comunista. Nella War Room, il presidente Muffley, il generale Turgidson e il bizzarro consulente Dr. Stranamore cercano disperatamente di richiamare i bombardieri, mentre l’ambasciatore sovietico rivela l’esistenza di una “Macchina Fine del Mondo” capace di annientare la vita sulla Terra in caso di attacco. Tra assurdità militari, comunicazioni fallite e cinismo geopolitico, Kubrick trasforma l’incubo della guerra nucleare in una satira feroce, con un epilogo apocalittico e grottescamente ironico.

Questa, più o meno, la sinossi che leggo sul retro del mio DVD con dentro incisi i 94 minuti di Il dottor Stranamore – Ovvero: come ho imparato a non preoccuparmi e ad amare la bomba.

Però forse non tutti sanno che la frase sull’epilogo avrebbe potuto essere scritta diversamente. Kubrick, infatti, aveva inizialmente girato come conclusione del film una scena ambientata nell’avveniristica War Room presidenziale in cui i generali, il Presidente degli Stati Uniti d’America e l’ambasciatore sovietico ingaggiano una battaglia a torte in faccia, in puro stile slapstick.

Le ragioni del taglio sono state spiegate anche con motivazioni storiche: il film uscì, infatti, poco dopo l’assassinio di Kennedy  del novembre 1963. In una versione della scena, una torta colpiva il presidente e qualcuno pronunciava una battuta che alludeva a un presidente “colpito nel fiore degli anni”, una frase che, dato il momento, suonava di pessimo gusto.

Ma, come sempre quando si tratta di Kubrick, è necessario indagare principalmente sulla sua visione del mondo e del cinema, a partire dalla difficile collocazione del film in un solo genere: Stranamore… è satira, dramma, thriller, documentario, western in una dosatura sorprendentemente equilibrata. E mai Kubrick ha offerto allo spettatore una visione consolante o scontata. Per cui, mentre gioca a comporre, scomporre, parodiare e intrecciare i generi, la volontà del regista è sempre quella di spiazzare lo spettatore, metterlo di fronte a qualcosa di mai visto. Un finale a torte in faccia, che trasforma la War Room in un circo, risultava forse assecondare troppo le aspettative del pubblico, diluendo la tensione della pellicola in una risataccia farsesca.

Insomma Kubrick capisce che per ridicolizzare i potenti era sufficiente mostrarli mentre decidono la fine del mondo a suon di telefonate melense, ragionamenti assurdi, tentativi di autosabotaggio e sfrenati sogni erotici.

Il finale che conosciamo, con il dottor Stranamore che si alza dalla sua sedia a rotelle esclamando “Mein Führer, posso camminare!”, seguito dalla distruzione nucleare accompagnata dalla disturbante dolcezza di We’ll Meet Again è coerente con tutta la riflessione antimilitarista che permea l’opera di Stanley Kubrick, dove l’esercito e la guerra sono i campi dove meglio si esplicita la crisi della ragione umana e la sua intrinseca fallacia.

E tolte le torte il piatto che resta sul tavolo è amaro, amarissimo. Una vera fine del mondo.

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