
Ci sono oggetti che sembrano non avere niente da dire. Un sasso, per esempio. A che serve di preciso un sasso? Lo raccogli da terra, lo guardi distrattamente, magari lo metti in tasca o, se la forma lo permette, lo lanci in uno specchio d’acqua per contarne i rimbalzi. Ci sono sassi di varie forme e di vario peso. Sassi che custodiscono ricordi o che si limitano a dare fastidio nella suola di una scarpa. Eppure una pietra può diventare molte cose. Può servire a costruire. Può segnare un confine. Può essere lanciata e diventare un oggetto molto violento. Nella nostra triade estiva vince sulla forbice ma perde con un semplice foglio di carta.
Nel Vangelo, a un certo punto, una pietra diventa un’arma. La scena è una delle più conosciute e, forse proprio per questo, rischiamo di non accorgerci più della sua straordinaria potenza.
Una donna viene trascinata davanti a Gesù e viene accusata di adulterio. Gli uomini che la circondano hanno già in pugno la sentenza e cercano soltanto qualcuno che la pronunci. Sembra quasi di vederli questi maschi schiumanti di rabbia e desiderosi di sangue. Hanno tutti in mano dei sassi.
La cosa che mi colpisce di più, però, è che Gesù non sembra avere alcuna fretta. Non urla. Non si mette a discutere con la folla. Non pronuncia immediatamente una grande predica. Si china e scrive per terra. Chi cosa? Non lo sappiamo perché il vangelo non ce lo dice. Possiamo dire però che il suo è un gesto davvero disarmante.
Mentre tutti stanno parlando, accusando, pretendendo una risposta, lui introduce nel rumore qualcosa che assomiglia terribilmente al silenzio. Poi alza lo sguardo e dice a questi inquisitori: “Chi di voi è senza peccato, scagli per primo la pietra contro di lei”.
E qui accade qualcosa che possiamo aggettivare come “miracoloso”, perché la pietra da arma di uccisione, torna a essere soltanto una pietra.
Il nostro protagonista non strappa dalle mani degli accusatori il sasso. Lui si limita solo con poche parole a renderne impossibile il lancio contro una donna inerme.
Per scagliare la pietra bisogna prima essere certi di essere innocenti.
Ed è qui che questa frase antichissima comincia, almeno per me, a parlare sorprendentemente al nostro tempo per almeno due motivi.
Il primo riguarda il fatto che ancora oggi gli uomini sembrano non avere perso l’attitudine ad essere violenti contro le donne. Ma non è questo il tema del mese e, dunque, oltre non intendo dilungarmi.
Il secondo, invece, riguarda una distorsione che intravedo e che mi pare attinente: perché abbiamo trasformato quelle parole in qualcosa di molto diverso da ciò che sembrano voler dire.
Non sembra anche a voi che “chi è senza peccato scagli la prima pietra” sia diventata spesso una specie di assoluzione preventiva. Non più un invito a guardare dentro se stessi prima di giudicare, ma quasi la constatazione rassegnata che, siccome nessuno è perfetto, allora tutto è in qualche modo comprensibile? È come se avessimo trasformato la consapevolezza della nostra fragilità nella giustificazione delle nostre colpe.
Adesso che mi son tolto questo sassolino dalla scarpa, posso ancora aggiungere che i sassi sono nelle canzoni, nei film, in alcune città e nelle guerre di tutti i tempi. Sono metafora e sono materia prima. Sono scogli o catene montuose. Sono lì, incastonati nei nostri muri a secco che tornano a ricordarci chi siamo. Uniti senza cemento, abitati da arbusti, lucertole, sotto questo sole di settembre e pronti alle avversità dell’inverno. Non invalicabili ma quasi del tutto indistruttibili. Buon inizio di stagione a tutti!