
Siamo nel 570 d. C., anno della nascita di un uomo che diverrà il “Sigillo dei profeti”, l’ultimo messaggero, il venticinquesimo per la precisione, che chiuderà la catena della rivelazione profetica, colui che avrebbe avuto il compito di convertire il genere umano a questa nuova religione e che sarebbe diventato, una volta rivelati i messaggi divini, un apostolo di Dio; stiamo parlando di Muḥammad.
La tradizione islamica vuole che l’anno della nascita del profeta Maometto venga fatto risalire un episodio davvero rilevante avvenuto nei pressi di Mecca. Si tratta di una spedizione che, attraverso le attestazioni storiche, dovrebbe essere avvenuta ben diciotto anni prima, nel 552 d.C., ma data l’importanza storica e religiosa si decise di farla coincidere con la venuta al mondo di Muḥammad.
In questo episodio abbiamo due protagonisti indiscussi, da una parte Abraha, governatore cristiano abissino dello Yemen, e dall’altra i Qurayš tribù araba molto potente che controllava la Mecca ed era anche protettrice della Ka’ba e ‘Abd al-Muttalib, maggiore esponente della tribù.
Abraha aveva fatto costruire a Sana’a, nella capitale dello Yemen, una grande chiesa cristiana, con lo scopo di farla diventare un vero e proprio centro religioso e meta di pellegrinaggio. In questo modo i pellegrini avrebbero potuto abbandonare la Ka’ba, allora santuario associato al politeismo, e abbracciare il cristianesimo.
Il governatore aveva fame di potere e tentò, quindi, di assumere il controllo dell’Arabia centrale e di distruggere il santuario idolatrico così da dare vigore al suo credo. Radunò una potentissima armata capeggiata da un enorme elefante e marciò verso l’Hijâz travolgendo la resistenza di alcune tribù arabe che cercarono di sbarrargli il cammino. Giunto nelle vicinanze della Mecca il governatore abissino inviò messi nella città e chiese di incontrarne il capo. Si presentò ‘Abd al-Muttalib, nonno paterno di Muḥammad.
Dopo un’accesa discussione e una crescente ira da parte di Abraha, ‘Abd al-Muttalib tornò in città, disse alla sua gente di ritirarsi sulle colline e poi andò a pregare, chiedendo all’Altissimo di proteggere la sua terra e la sua casa. Il giorno dopo, quando l’esercito abissino stava per muovere contro la città, qualcosa di assolutamente straordinario avvenne:
“In nome di Allah, il Compassionevole, il Misericordioso.
Non hai visto come agì il tuo Signore con quelli dell’elefante?
Non fece fallire le loro astuzie?
Mandò contro di loro stormi di uccelli
lancianti su di loro pietre di argilla indurita.
Li ridusse come pula svuotata.[1]“
L’elefante si accovacciò e si rifiutò di avanzare. Questo fu il primo segno premonitore di sventura, a cui però Abraha non diede importanza tanto che dette l’ordine di avanzare ugualmente. Durante la feroce avanzata, uno stormo di uccelli comparve sulle loro teste e iniziò a scagliare contro i nemici pietre di argilla indurita. Alcuni morirono, altri, invece, furono feriti, come Abraha, il quale si ritirò nello Yemen e dopo poco morì. La spedizione abissina fallì miseramente.
Dovremmo vedere questo episodio da due punti di vista: storico e religioso.
Dal primo punto di vista, abbiamo certezza solo di una cosa, Abraha è veramente esistito e ha condotto delle campagne militari, tra cui una spedizione per controllare l’Arabia centrale. Non abbiamo fonti contemporanei che ci attestino però che il suo esercito arrivò fino alla Mecca e fu distrutto dagli uccelli e dalle pietre. Dal punto di vista religioso, invece, questo episodio esiste, l’intervento divino è avvenuto e si può tranquillamente leggere nel Corano.
Quindi è una leggenda? Non lo è? Fatto sta che questo evento insieme all’avvento della nascita del Profeta sono, nella tradizione islamica, il segno della presenza e della protezione di Allah e dell’inizio del percorso che porterà alla nascita della comunità e dello Stato Islamico.
[1] Corano, Sura meccana 105, Al-Fîl (L’Elefante)