
C’è una scena che si ripete in quasi ogni viaggio: esci da una stazione e ti rendi conto di non avere la minima idea di dove andare. Per secoli questo ha significato portarsi dietro mappe, chiedere indicazioni o affidarsi alla persona sbagliata. Oggi basta guardare lo schermo del cellulare.
Anche Dante era perduto quando iniziò il suo viaggio. All’inizio della Divina Commedia scopre di essersi smarrito. Non trova una bussola né un cartello che gli indichi l’uscita: trova Virgilio. E Virgilio non è semplicemente una guida attraverso l’Inferno. Rappresenta qualcosa di molto più persistente: il bisogno umano che qualcuno ci aiuti ad attraversare ciò che non comprendiamo.
Settecento anni dopo continuiamo a cercare la stessa cosa. Solo che oggi il nostro Virgilio entra nella tasca dei pantaloni e ha la voce leggermente impaziente di Google Maps.
Il paragone può sembrare ridicolo. Eppure entrambi compaiono quando siamo smarriti. Conoscono strade che noi ignoriamo. Ci indicano quando andare avanti, quando cambiare direzione e quando abbiamo imboccato la strada sbagliata. La differenza è che Virgilio spiegava, mentre Google Maps semplicemente ricalcola.
Ci pensavo un pomeriggio a Palermo. A dire il vero, perdersi in Sicilia è spesso un’esperienza molto più caotica che poetica. Ero uscita dall’ostello convinta di potermi orientare da sola. La sera prima, Giorgio, il proprietario, mi aveva regalato una mappa della città, indicato le strade da percorrere, quelle da evitare e, per sicurezza, mi aveva lasciato il suo numero di telefono…Aaah!! Capito!!
Dopo anni di viaggi in solitaria, si sviluppa una fiducia in sé stessi che a volte non è altro che imprudenza. Non avevo memorizzato le strade, né studiato i punti di riferimento, tanto meno prestato attenzione alla mappa. Venti minuti dopo ero completamente disorientata tra il barocco dei vicoli stretti e il sole implacabile del mezzogiorno siciliano. Camminavo seguendo una piccola freccia blu che contrastava con lo sporco dello schermo.
Ciò che mi inquietava non era essere persa, ma il pensiero che alcuni satelliti, in orbita a centinaia di chilometri di distanza, sapessero esattamente dove mi trovassi mentre io faticavo persino a comprendere le strade che avevo davanti agli occhi.
Possiamo attraversare intere città senza chiedere indicazioni. Muoverci in paesi di cui non parliamo la lingua. Raggiungere luoghi sconosciuti con una precisione straordinaria. Eppure il bisogno di essere guidati non è mai stato qualcosa di esclusivamente geografico.
Cerchiamo orientamento per prendere decisioni, per costruire un’identità, per capire chi siamo e quale posto occupiamo nella vita. Gli algoritmi ci suggeriscono cosa leggere, cosa ascoltare, quali ristoranti visitare e quali serie Netflix valgano il nostro tempo. Non è un caso sorpresivo che una delle parole più frequenti sia “seguire”. Seguiamo account, tendenze e raccomandazioni. Lo facciamo così spesso che raramente ci fermiamo a chiederci dove ci stiano portando davvero.
Forse è per questo che Virgilio continua a essere una figura così potente. Perché Dante poteva interrogarlo, discutere con lui, chiedergli spiegazioni, capire perché lo guidasse verso certi luoghi. Google Maps, invece, non spiega niente.
Sì, ha saputo indicarmi come raggiungere una spiaggia nascosta sulla costa siciliana. O calcolare il percorso più veloce tra Bagheria e Cefalù. Persino avvertirmi di un incidente diversi chilometri prima di vederlo.
Non sto proponendo nulla. Nemmeno di lasciare ogne speranza voi ch’intrate nel mondo digitale. Adoro Google Maps; il mio storico di viaggio in Sicilia ne è una prova più inconfutabile.
Ma l’app non può raccontarmi perché la Sicilia continui a trovare il modo di chiamarmi ogni anno, anche quando cerco di allontanarmene. Non può spiegarmi la storia delle pietre che calpesto né insegnarmi a guardare ciò che ho davanti. E forse questa continua a essere la stessa domanda che Dante si poneva settecento anni fa quando entrò nella selva oscura: non chi possa guidarci, ma chi possa aiutarci a capire perché ci troviamo lì.