
Quando ero bambino, pregavo. Pregavo perché Dio mi facesse “diventare” eterosessuale. Che mi “guarisse”, per essere ancora più chiari. Perché l’identità si era già fatta strada ancor prima del desiderio. Poi, con l’adolescenza, la situazione divenne ingestibile. Emozioni, ormoni, sentimenti, cambiamenti corporei… tutto un marasma impossibile da governare già di per sé. Con l’aggravante che il mondo là fuori nominava tutto quel delirio con parole poco gentili. Ed è su questo doppio binario che vorrei concentrare quanto ho da dire. Come mi chiamavano gli altri e qual era la chiamata interiore alla quale ero invece destinato. Ma andiamo per gradi.
Alla base di tutto, un nome
“Chiamata”, esser chiamati. Un processo di nominazione sta alla base del tutto. Che siano parole che ti dici da solo, che sia un qualcosa di superiore o che sia un termine affibbiato da altri, alla base di tutto c’è un nome. Il termine chiamata è un participio passato, dal verbo “chiamare”. Che a sua volta deriva dal latino clamare. Che significa, propriamente, gridare. La radice indoeuropea da cui deriva, a sua volta, il verbo in questione suggerisce a qualcosa che risuona, dal profondo. In ogni caso, è una parola che rimanda al vociare, non importa se urlato o sussurrato. Non a caso, il “clamore” ha la stessa radice semantica.
Sussurro e clamore
Il rapporto con la mia identità è caratterizzato da questa doppia natura. Sussurro e clamore. E non solo a livello interiore. Il mondo, là fuori, faceva lo stesso. Ma sia le cose dette sottovoce, sia gli insulti urlati per strada, erano tutti della stessa sostanza di cui è fatto l’odio. Non mi soffermerò più di tanto su questi aspetti, non perché non voglio dar più troppo peso a quei fenomeni, ma perché vorrei concentrarmi sul secondo binario. Le cose che sussurravo a me stesso e dell’urlo che poi ne è conseguito. I passaggi possono essere almeno due: dal pregare per la guarigione, al sussurrare a me stesso che non c’era nulla da cui guarire. C’era solo una realtà a cui dare un nome. Una realtà da chiamare, appunto. E usare un nome scelto da me, abbandonando le parole cattive scelte dagli altri. Poi, dopo aver trovato le parole giuste, cominciare a raccontarsi. A chiunque. Urlando al mondo, con clamore, chi ero. E cosa volevo essere da quel momento.
La chiamata all’identità
Pensiamo al termine chiamata come un qualcosa che dall’esterno coinvolge e sconvolge la vita di un individuo. Chiamata alle armi, ad esempio. L’andare in guerra (un tempo fare il servizio militare) con conseguenze tutt’altro che piacevoli. La chiamata (o vocazione) religiosa, per cui Dio ti chiede di rinunciare alla tua vita per metterti al servizio di una causa superiore. La chiamata all’avventura, che porta un eroe (o anche un’eroina) a rompere la sua routine per una vita più alta. C’è sempre un’eccezionalità dipendente da un aspetto esterno. Lungi da me dall’assurgere a metro di tutte le cose, ma credo di poter affermare che nella vita di una persona omosessuale la chiamata al proprio sé sia un atto fondamentale. Riguarda l’identità. Non è una causa esterna che rapisce. Il moto è opposto: è qualcosa di intimo che rompe gli argini e invade il mondo.
L’odio come antidoto…
Il mondo là fuori, invece, ha paura del cambiamento. E non è disposto a concedere spazio. Quando una nuova identità emerge – prendendosi il suo spazio – la reazione, dettata appunto dal timore che possa accadere qualcosa di pericoloso, è spesso violenta. Basta vedere tutta la narrazione che i partiti di destra e sovranisti hanno imbastito sull’immigrazione. Narrazione non dissimile da quella costruita attorno alla comunità Lgbtqia+. Si prende la diversità, la si spaccia per mostruosa e pericolosa rispetto all’ordine precostituito. E l’unico antidoto che si fornisce è quello dell’odio. Spesso accompagnato dallo scherno.
…un rimedio inutile e doloroso
La vita di molti e molte adolescenti è attraversata da risate e battute per i corridoi, fino ad arrivare agli atti di bullismo, agli spintoni, alla violenza fisica vera e propria. L’odio come antidoto, si diceva prima. Sebbene inutile e doloroso. Doloroso, perché non crea solo vittime, ma anche carnefici. E se le prime sono le persone prese di mira – nello specifico, la comunità queer – i secondi sono reclutati dal poco gioioso mondo dell’eterosessualità. Inutile perché l’antidoto si usa contro un veleno. E in questa storia, il veleno non è certo l’identità omosessuale (insieme a tutte le altre).
Perché celebriamo il 17 maggio
Il 17 maggio del 1990 l’omosessualità venne cancellata dall’elenco delle patologie mentali dall’OMS. E venne considerata una variante naturale della sessualità umana. Da allora sono stati fatti passi in avanti, anche importanti. A cominciare dalle leggi per le persone Lgbtqia+, da quelle contro l’odio al riconoscimento giuridico delle nostre relazioni affettive. Eppure, nonostante i progressi fatti, c’è ancora tanto clamore. Tanto vociare contro. Chiamare una realtà che non si è in grado di capire o di voler accettare – e rispettare – in modo poco gentile. Con parole d’odio e di scherno. Eppure sembra non essere chiara un’evidenza. Perché per quanto si possa e voglia fare per cancellare la comunità Lgbtqia+ con leggi ad hoc, censure, violenze e condanne a morte, riappropriarci del nostro io più vero è qualcosa di molto più forte. Tornerà, ineluttabile, ogni qual volta la nostra identità ci chiamerà a prendere contatto con ciò che siamo davvero. E non può esserci alternativa a questo.