
24 giugno 1987: come dimenticare quella data! Il giorno della mia laurea in Lettere classiche all’Università di Catania. Ricordo ancora, dopo la proclamazione, l’abbraccio di mio padre con gli occhi pieni di lacrime, fiero per il secondo figlio appena laureato (due anni prima si era laureato in Sociologia, a Trento, un altro mio fratello e l’anno dopo si sarebbe laureato in Scienze sociali il mio fratello gemello).
L’estate di quell’anno era trascorsa tra giornate al mare di Scoglitti e il pensiero su cosa fare dopo la laurea. Da quando avevo fatto la scelta di iscrivermi alla facoltà di Lettere, desideravo diventare un insegnante o un archeologo. Per la professione di archeologo però significava prolungare almeno altri due anni gli studi per la Scuola di Specializzazione a Siracusa o a Lecce, ma in quel momento il mio principale interesse era non continuare a pesare economicamente sulla mia famiglia.
Perciò avevo deciso di puntare sull’insegnamento, anche perché avevo saputo da un amico, che già insegnava in provincia di Varese, che in alcune province del Nord Italia mancavano insegnanti di Lettere. Avevo così scelto Belluno e la sua provincia; avevo inviato le domande ai presidi, così come previsto dall’ordinanza ministeriale, ed ero tornato a godermi la mia prima estate da laureato.
Un giovedì mattina di fine settembre, ero seduto all’ombra, insieme ad alcuni amici – secondo un’abitudine diffusa ai tempi – su uno dei tanti scalini di abitazioni private che si affacciano sulla “Stratalonca”, la via principale del paese.
Don Giovannino, il postino, si era fermato con la sua “lambretta” Piaggio vicino al gruppetto di giovani dove mi trovavo, dicendomi che c’era un telegramma per me. Sorpreso, avevo firmato la ricevuta di consegna e avevo aperto con le mani un po’ tremanti il telegramma: mi si comunicava che dovevo presentarmi il lunedì successivo all’Istituto Professionale Alberghiero di Falcade – Cortina per una supplenza annuale.
Salutati gli amici, ero corso subito a casa per informare i miei genitori e il resto della famiglia della notizia. Avevo poi telefonato alla segreteria della scuola indicata nel telegramma per avere ulteriori informazioni sulla supplenza e per accettare ufficialmente la nomina. Il pomeriggio era passato ad organizzare il viaggio per Belluno. Avevo telefonato ad un’agenzia di viaggi di Grammichele per prenotare il biglietto del treno, che ritirai la mattina successiva. Sarei partito l’indomani sera dalla stazione di Vizzini scalo per Roma; arrivato lì il sabato mattina, avrei preso un altro treno per Venezia Mestre, dove sarei giunto nel pomeriggio; dal piazzale a fianco della stazione ferroviaria, infine, avrei trovato il pullman della “Dolomiti Bus” che mi avrebbe portato fino a Belluno.
Inoltre, avevo chiesto alla stessa agenzia di prenotarmi una pensione dove poter alloggiare a Belluno, vicina alla stazione dei pullman, così da muovermi più facilmente per prendere lunedì mattina il pullman per Falcade.
Era arrivata, intanto, la sera della partenza. Mio padre si era rifiutato di accompagnarmi alla vicina stazione per non farsi vedere in lacrime per il figlio che partiva così lontano. E il momento del saluto e dell’abbraccio tra noi due fu accompagnato dal copioso pianto di entrambi.
Alla stazione di Vizzini scalo avevo trovato una piacevole e inaspettata sorpresa: una piccola folla, tra familiari, amici, il frate della mia parrocchia, mi stavano aspettando per salutarmi prima di salire sul treno che mi avrebbe portato fino a Roma. Quella immagine mi aveva accompagnato e aveva reso meno triste il mio viaggio che, per la prima volta, lasciavo il mio paese per rispondere alla “chiamata” per andare a fare l’insegnante tra le Dolomiti bellunesi.
Dopo 24 ore di viaggio, dopo due cambi treno, dopo l’attesa delle coincidenze, dopo la corsa del pullman di linea da Venezia Mestre, ero arrivato alla stazione degli autobus di Belluno, che si trovava a fianco della stazione ferroviaria.

Sceso dalla corriera (così viene chiamato da quelle parti l’autobus di linea), avevo notato subito l’aria un po’ frizzante di quella sera di inizio autunno; mi ero infilato il giubbino e mi ero fatto accompagnare da un taxi alla “Guesthouse Dolomiti”, una pensione a conduzione familiare, pulita e accogliente nella sua semplicità. La proprietaria mi aveva accompagnato nella stanza prenotata, ricordandomi che la colazione sarebbe stata servita ogni mattina a partire dalle 7:00.
Dopo aver disfatto la valigia e aver fatto una doccia calda, mi ero messo a letto sperando di poter prendere sonno, anche perché l’indomani dovevo alzarmi presto per prendere la corriera che mi avrebbe portato a Falcade, nella valle del Biois. La notte era trascorsa senza che fossi riuscito a dormire. Mi ero rigirato continuamente nel letto, pensando a come avrei affrontato quella nuova avventura: il mio primo vero lavoro; soprattutto pensando se sarei stato capace a svolgere il “mestiere” di insegnante che mi aveva sempre affascinato, ma che era arrivato troppo presto, ad appena tre mesi dalla laurea e senza alcuna formazione specifica.
Alle 6:00 ero già alzato: avevo rifatto la doccia, mi ero vestito, avevo preso la borsa in pelle che mi era stata regalata per la laurea ed ero sceso nella saletta dove veniva servita la colazione. Avevo preso un cappuccino e una buonissima fetta di strudel e mi ero diretto a piedi alla stazione delle corriere, da dove, alle 7:20, sarebbe partito il pullman per Falcade. Avevo preso posto sulla corriera, che nel frattempo si era riempita di studenti, e avevo chiesto all’autista di indicarmi la fermata più vicina all’Istituto Alberghiero. Un ragazzo seduto al mio fianco era intervenuto, dicendomi che me l’avrebbe indicata lui perché studiava in quella scuola.
La corriera si era inerpicata lungo la “Statale Agordina” che attraversa la vallata d’Agordo – dal nome della località più grande della zona – e aveva attraversato paesini e luoghi con vedute di montagne ricoperte di boschi che si stavano rivestendo dei colori caldi e cangianti dell’autunno: posti che sarebbero rimasti indelebili nella mia mente. Entrando nel piccolo borgo prima di Falcade, avevo letto il cartello “Canale d’Agordo – Paese natale di Papa Giovanni Paolo I”, quel Papa che era morto, dopo solo 33 giorni di pontificato, nel 1978, anno della mia maturità classica.
Giunti alle porte di Falcade, la corriera si era fermata ai piedi di una salita, alla sommità della quale si vedevano un grande edificio bianco ed alcune piccole baite attorno. Il ragazzo seduto accanto a me aveva fatto segnale che erano arrivati e che dovevo scendere. Mi ero fatto indicare dove fosse la segreteria e, salito al primo piano dell’edificio scolastico, mi ero presentato alla segretaria che aveva tirato fuori i moduli del contratto di nomina per il disbrigo della parte burocratica.
Nel frattempo era arrivato il vicepreside, il prof. Bolf che, dopo i convenevoli di rito, mi aveva illustrato il mio incarico di docente: mi erano state assegnate due classi quinte lì a Falcade e una terza nella sezione di Cortina d’Ampezzo, nelle quali avrei insegnato Italiano e Storia. Dopo ero stato accompagnato da una bidella in una baita di fronte all’edificio centrale dove erano sistemate alcune classi e dove mi fu presentato il prof. Persichilli, un collega di Velletri, dal fisico imponente, una barba folta e nera e delle caratteristiche bretelle al posto della cintura, che era a Falcade già da due anni e che sarebbe diventato il mio “mentore”.
Ecco giunto il momento fatidico di entrare in classe, non più come studente ma come insegnante, “dall’altra parte della cattedra”, come più volte avevo detto durante gli anni del liceo, riferendomi ai miei insegnanti. Dovevo andare in 5^ B: una classe formata da ragazze molto simpatiche, dalla pelle chiara, non abituata a vedere il sole, e da ragazzi, alcuni dalla corporatura robusta o altri alti e magri.
Appena entrato, mi ero sentito addosso gli occhi degli studenti, che avevano accolto con una certa diffidenza, mista a curiosità, il giovane prof siciliano – ci divideva una differenza d’età di 8-10 anni al massimo. Avevo capito subito che, se volevo catturare la loro attenzione e garantirmi la loro fiducia, dovevo puntare proprio sul fattore età; inoltre avevo deciso di chiamare i “miei” studenti con il nome di battesimo e non con il cognome, più freddo e formale (abitudine che ho mantenuto in tutta la mia carriera di insegnante).
Le prime settimane erano state difficili, anche perché non riuscivo a trovare un appartamento in affitto a Falcade, in quanto uomo, non sposato e… meridionale! Avevo dovuto perciò viaggiare con la corriera ogni giorno tra Belluno e Falcade e tra Belluno e Cortina, dove andavo in quest’ultima due giorni alla settimana.
Ma, come mio solito, avevo vissuto quella esperienza come un’altra sfida che la Vita mi aveva posto dinnanzi, quindi mi ero impegnato per svolgere al meglio il mio “mestiere” di insegnante: trascorrevo i pomeriggi a preparare lezioni con appunti, schemi e mappe che poi riportavo nella lavagna della classe e che le ragazze e i ragazzi dimostravano di gradire.
Intanto, grazie all’aiuto del mio collega – mentore, avevo trovato in affitto una piccola mansarda con una finestra che aveva di fronte la splendida veduta delle “Cime d’Auta”, un gruppo delle Dolomiti Agordine. Così nel giro di un mese mi ero conquistato la fiducia e la simpatia degli studenti, che a volte si divertivano a prendere bonariamente in giro il loro prof “terùn”.
Le serate trascorrevano in compagnia di altri colleghi, come me del Sud, o dei miei studenti che passavano a trovarmi o mi invitavano a prendere una birra in qualche bar del posto. Avevo dovuto anche imparare a cucinare, e così avevo fatto “di necessità, virtù”, facendomi passare delle ricette dagli studenti, che durante le vacanze natalizie o in estate trovavano lavoro come aiutante chef o come cameriere nei ristoranti e negli alberghi di tutta la regione.
Verso la fine di novembre era arrivata anche la neve. Non avevo mai visto così tanta neve e così alta. Una mattina mi avevano comunicato dalla segreteria che potevo recarmi all’ufficio postale di Falcade per ritirare lo stipendio. Il mio primo stipendio di insegnante!
Finite le lezioni, armato di ombrello e facendo attenzione a non scivolare, ero giunto indenne all’ufficio postale, dove mi liquidarono gli stipendi di ottobre e novembre: con quella somma mi ero sentito l’uomo più ricco del mondo, perché sapevo che quei soldi erano frutto del mio lavoro. Una delle prime cose che feci, fu quella di prenotare l’aereo (anche quella la mia prima volta) da Venezia per scendere giù in Sicilia per le vacanze natalizie.
Il rapporto con il gruppetto di colleghi meridionali e con i ragazzi, nel frattempo, si era fortemente consolidato. Durante le vacanze di Carnevale mi ero cimentato a fare sci di fondo; avevo invece rifiutato di fare discesa o pattinaggio perché sapevo benissimo che, in caso d’incidente, avrei perso la supplenza.
Una escursione indimenticabile era stata quella al ghiacciaio della Marmolada: di fronte a quella enorme distesa di ghiaccio, di un bianco accecante, e al panorama delle Dolomiti che si susseguivano a perdita d’occhio, avevo provato per la prima volta la percezione dell’Infinito e dell’Eterno!
Con l’arrivo della primavera e con le belle giornate amavo fare delle lunghe passeggiate per i sentieri di montagna, arrivando nelle malghe dove erano state portate le mandrie e dove si producevano dei formaggi buonissimi, oppure andare per i rifugi di montagna dove si poteva mangiare polenta con il capriolo stufato o con la fontina fusa, una fetta di strudel o una torta ai frutti di bosco, accompagnando tutto con una grappa alla genziana o ai mirtilli.
Uno tra i più bei rifugi visitati era stato il “Rifugio Barezze” che apparteneva alla famiglia di una mia alunna. Lì i ragazzi della 5^ B avevano organizzato una scampagnata come festa di fine anno scolastico e per salutare il loro prof “terùn” che presto sarebbe rientrato in Sicilia.
Finiti gli scrutini, verso la metà di giugno, era arrivato per me il momento di lasciare Falcade. Attraversando con la corriera la Vallata Agordina verso Belluno, avevo cercato di fissare in mente ogni angolo, ogni montagna, ogni sentiero, con la speranza di potervi ritornare l’autunno successivo con la ripresa della scuola.
Sarei ritornato a Falcade solo dopo 32 anni!
Epilogo
Rientrato in Sicilia, avevo mantenuto negli anni successivi i contatti con i colleghi di Falcade e con gli studenti della 5^ B. Avevo conservato anche le lettere, le cartoline e alcune foto che i ragazzi mi avevano mandato nel corso di quegli anni, ma col passare del tempo i contatti si erano allentati, fino a perdersi del tutto.
Un pomeriggio di dicembre del 2019, avevo trovato in un cassetto quelle lettere, quelle cartoline, quelle foto di trent’anni prima. Avevo deciso dunque di ritrovare, grazie a Facebook, i miei primi studenti. E così “navigando” sul più famoso dei social, riuscii a recuperare alcuni contatti degli studenti ai quali feci la proposta di una possibile “reunion” della classe proprio a Falcade. Periodo scelto: febbraio 2020 durante le vacanze di Carnevale.
Così ritornai, dopo 32 anni, tra le Dolomiti bellunesi, a Falcade. Avevo rivisto Enrico, Andrea, Stefano, Maria Grazia, Tatiana, Laura, Danila, Elena. Avevo rivisto le Cime d’Auta, il gruppo del Focobon, le Pale di S. Martino, il monte Civetta…e il mio cuore si era riempito di gioia!