
Sorte, libertà e l’arte di co-creare la propria vita
C’è qualcosa di profondamente liberante nel credere nella Sorte: l’idea che non tutto dipenda da noi alleggerisce il peso delle scelte, ridimensiona il senso di colpa, apre alla sorpresa. Eppure, la stessa convinzione può diventare una gabbia. Se tutto è già scritto, che spazio rimane per l’autodeterminazione? Se il destino è un binario fisso su cui il treno della vita corre senza deviazioni possibili, a cosa serve scegliere — o anche solo tentare?
Sono domande antiche. Se le sono poste nei secoli filosofi, teologi, romanzieri, cantanti – così en passant mi viene in mente Riccardo Cocciante con la sua celebre “Era già tutto previsto”, brano del 1975 tornato in auge nel 2024 grazie al film Parthenope di Paolo Sorrentino – e, in modo meno solenne ma non di certo meno autentico, chiunque si sia trovato a un bivio della propria vita a chiedersi: dipende da me, o era già scritto?
Esistono due trappole, opposte e speculari. Da un lato il fatalismo: tutto è già deciso, ogni scacco è fatalità, ogni successo è grazia immeritata, e la responsabilità si dissolve nell’inevitabile. È una visione seducente, in fondo — di certo solleva dal peso di dover rispondere delle proprie scelte. Ma a lungo andare svuota, perché toglie senso all’azione. Dall’altro lato c’è la hybris del controllo totale: con abbastanza volontà, metodo e disciplina si governa ogni cosa. Una convinzione che forse funziona bene nei periodi tranquilli, ma che si sgretola fragorosamente al primo colpo basso davvero inaspettato.
La verità, come spesso accade, abita nel mezzo — e ha la forma di un icosaedro. Un dado a 20 facce.
Tira il dado, avventuriero
Chi ha mai giocato a Dungeons & Dragons — o a qualsiasi altro gioco di ruolo — conosce bene quella sensazione di trovarsi davanti a una situazione imprevista e dover improvvisare. Ed è esattamente lì, in quell’improvvisazione, che si nasconde una delle metafore più oneste che conosco per descrivere la vita.
Si inizia con un personaggio: una serie di caratteristiche di partenza, un background, delle competenze, dei punti deboli. Non le abbiamo scelte davvero, o almeno non del tutto. Sono la famiglia in cui siamo nati, la cultura che ci ha formato, il corpo che abitiamo, le esperienze — belle e brutte — che ci hanno plasmato prima ancora che imparassimo a riconoscerle. È il nostro punto di partenza: non lo abbiamo deciso, ma è reale, e conta.
Poi arrivano i tiri di dado — i famosi d20, venti facce che decidono se la tua freccia colpisce il bersaglio o si conficca inutilmente nel soffitto. La sorte, appunto. Quell’elemento di pura casualità che nessuna pianificazione può eliminare del tutto, per quanto accurata. L’incontro fortuito sul treno, la malattia che arriva senza preavviso, l’opportunità che si apre inspiegabilmente un mercoledì pomeriggio di febbraio. I momenti in cui la vita decide per noi, almeno in apparenza.
Ma chiunque, come me, abbia passato ore attorno a un tavolo da gioco sa che il dado da solo non racconta tutta la storia. Anzi, spesso non è nemmeno il protagonista. La differenza, il più delle volte, la fa altro: la creatività con cui si descrive la propria azione, la capacità di leggere la situazione da una prospettiva inaspettata, il pensiero laterale che trasforma un vicolo cieco in un’uscita di servizio. E poi: gli alleati che hai scelto di portare con te, le relazioni che hai costruito nel tempo, le persone di cui hai deciso di fidarti — o di non fidarti. In questo spazio, ampio e concreto, si gioca la nostra libertà. Chi si limita ad aspettare un “20 naturale” perde quasi sempre. Chi gioca attivamente, con intelligenza e immaginazione, co-crea la propria sorte — anche quando i dadi non girano bene.
Tyche non agisce da sola
I Greci la chiamavano Tyche, dea della fortuna e del caso. La raffiguravano bendata o cieca, con una ruota in mano — imprevedibile, capricciosa, impermeabile ai meriti e ai torti degli uomini. Un’immagine potente, che restituisce bene il senso di quelle forze che sfuggono al nostro controllo e che pure, innegabilmente, esistono.
Eppure anche Tyche, nella sua capricciosità, ha bisogno di qualcuno su cui agire. Ha bisogno di un soggetto che si muova, che scelga, che si esponga al rischio dell’azione. La ruota gira, certo — ma gira per qualcuno. La sorte trova chi è in cammino, non chi è fermo ad aspettare al riparo.
Dire che “nulla accade a caso” non significa negare la casualità — sarebbe ingenuo e, francamente, smentito dalla quotidiana esperienza di chiunque. Significa piuttosto riconoscere che la casualità non è tutto, e che il suo peso nella nostra storia dipende anche — molto — da come ci posizioniamo nei confronti di essa. La Sorte può orientare gli eventi, aprire porte, chiuderle, ribaltare aspettative. Ma senza la nostra partecipazione attiva, senza la nostra scelta di fare o non fare, resta muta. Come un dado che non viene mai lanciato.
Liberi, anche nel mistero
C’è però una dimensione che trascende il mero caso, e che non si può ignorare quando si parla di sorte, libertà e senso: quella della Provvidenza divina. Non è la sorte cieca di Tyche, né il determinismo freddo di un orologiaio che carica il meccanismo e poi si allontana. È qualcosa di più intimo, e paradossalmente più rispettoso della libertà umana di quanto potremmo aspettarci.
Se la sorte introduce l’imprevisto — il tiro di dado che non puoi controllare — la Provvidenza richiama una trama più profonda, una causalità che attraversa la storia senza annullarla. Non sostituisce le nostre scelte: le accompagna, le abita, le rende parte di qualcosa di più grande. Agisce attraverso di esse, non al posto di esse.
Il libero arbitrio, in questa prospettiva, non è un’illusione consolatoria né un residuo filosofico da tenere in vita per decenza. È la condizione stessa perché l’Amore — verso il bene, verso gli altri, verso Dio — abbia senso autentico. Non si può amare per costrizione. Non si può scegliere il bene in modo significativo se non esiste la possibilità reale di scegliere il male. Siamo liberi di agire o restare fermi, di costruire o distruggere, di aprirci o chiuderci. E proprio in questa libertà — fragile, esposta, a volte spaventosa — si gioca il senso profondo del vivere.
Forse allora la domanda non è: esiste la sorte o no? La domanda più onesta è un’altra: come mi rapporto con ciò che non controllo? Non si tratta di scegliere tra destino e libertà come se fossero nemici, ma di imparare a stare nel loro intreccio — accogliere ciò che non controlliamo e, allo stesso tempo, rispondere con responsabilità e immaginazione. Riconoscere i limiti del nostro personaggio senza farne una condanna. Lanciare il dado senza fingere di sapere già come cadrà. E soprattutto, giocare — davvero, con tutto quello che abbiamo.
“Iucamu! E pui comu veni si cunta…”. Parole care che mi ripeto spesso, quando ho bisogno di ricordare a me stessa che non devo mai tirarmi indietro per paura dell’ignoto o dei cambiamenti.
Vivere, dopotutto, non è seguire un copione già scritto. È partecipare a una storia più grande di noi — con il nostro dado in mano, i nostri alleati accanto, e la libertà, sempre, di decidere come muoversi.
Come in ogni buon gioco, non possiamo controllare tutto. Ma possiamo scegliere con chi sederci al tavolo, come interpretare le circostanze, quanto coraggio mettere in ogni tentativo.
La sorte esiste. Ma aspetta sempre che siamo noi a fare la nostra mossa.