
Esiste nell’immagine della Sicilia una impronta del fatalismo, ovvero dello stare fuori dal tempo e dalla storia: una categoria dove tutto è immutabile e niente può essere cambiato. In cui la sorte di ciascuno (o meglio dell’intera popolazione) è data una volta per tutte, un destino al quale non si può sfuggire. L’antropologo Luigi Lombardi Satriani, uno dei più autorevoli del secolo scorso, dedicò a questo tema una parte del suo saggio sul folklore del Sud, che fa da introduzione al volume Santi, streghe e diavoli. Siamo nel 1971. Per Satriani le tradizioni popolari del meridione sono manifestazioni di una cultura della miseria che produce il terrore di vivere e poi «di volta in volta, della fame, di oscure forze del male, terrore del domani, degli altri, dello stato, della morte».
Un modo per alleviare queste paure è darle un senso, credendo che tutto ciò che accade sia frutto della sorte. «Le modalità della vita di ciascun uomo – scrive Satriani sulle credenze popolari meridionali – sono fissate sin dalla sua nascita con decisioni inappellabili del Destino: le esistenze individuali, perciò, le vogliano o no gli uomini, non potranno che essere conformi a tali decreti».
Satriani indica testimonianze di questo atteggiamento nel folklore siciliano. A partire dalla leggenda di San Giuseppe e la levatrice, raccolta a Modica. Lei fa nascere un bimbo, il santo le chiede di che colore fosse l’acqua dopo averlo lavato. Lei risponde: color lupino. San Giuseppe sentenzia: «Meglio morire in fasce! Giacché chi nel bagno tingerà l’acqua color lupino, darà segno infallibile di una mala vita: l’uomo sarà ladro e la donna sarà prostituta». Ecco il Destino che incombe, in cui la cultura della miseria e una fede religiosa dominata dalla superstizione si alleano per giustificare il fatto che ciascuno debba rimanere nella vita al proprio posto. Da qui rituali per ingraziare la sorte come una invocazione di Borgetto che prevede in finale tre paternostri, tre ave Maria, tre gloria-patri e il segno della croce.
C’è un modo per sfuggire la sorte o meglio la malasorte? Satriani cita due proverbi raccolti da Giuseppe Pitrè: Cu cangia casa, cangia fortuna (Caltanissetta) e Cangia locu, cà cangi sorti (Catania). Quindi in Sicilia c’è il Destino, fuori Sicilia il mondo delle possibilità. Questo è avvenuto certamente fino agli anni in cui scriveva Satriani, quando, dopo le Americhe, l’Australia, il Belgio e la Germania, erano le industrie del Nord ad attirare migliaia e migliaia di siciliani, offrendo un posto sicuro.
Ancora si dice chi nesci arrinesci. Colpisce che questi motti possano essere validi oggi per tutti quei ragazzi siciliani (la nostra meglio gioventù) che oggi studiano, parlano l’inglese correntemente (a volte il cinese) e poi trovano lavoro lontano dalla Sicilia, cambiando la loro sorte. Ma torniamo al folklore come specchio della società. Da un lato c’è il fatalismo, dall’altro come dice un altro proverbio siciliano la furtuna é fatta a rota, sempri vota e sbota (gira e rigira). Satriani conclude che esiste una «contraddizione irrisolta», un sottilissimo filo in tensione tra inerzia e operatività, una ambivalenza del folklore meridionale.
La stessa ambivalenza si trova in una frase celebre: le magnifiche sorti e progressive dell’umanità. Il primo a vergarla fu Terenzio Mamiani della Rovere, patriota risorgimentale che, chiude così la prefazione ai suoi Inni Sacri del 1832. Ovvero il credo di un progresso inarrestabile, che avrebbe migliorato sempre di più le vite degli uomini. A rendere celebre questa frase è stato Giacomo Leopardi, cugino di Mamiani, nei versi de La Ginestra, appena quattro anni dopo. «Dipinte in queste rive/Son dell’umana gente/Le magnifiche sorti e progressive/Qui mira e qui ti specchia,/Secol superbo e sciocco». Con un senso opposto conseguenza dal suo pessimismo cosmico, Leopardi irride chi crede nella certezza del progresso: l’uomo è fragile di fronte alla natura e alla storia. Il lieto fine è una chimera. Le magnifiche sorti e progressive sono state adottate dal credo marxista per indicare il destino luminoso del proletariato. Nel crollo delle ideologie del secondo Novecento sono divenute la frase simbolo di questa crisi. Le magnifiche sorti non si sono realizzate nei paesi comunisti, né altrove. Stiamo sull’ottovolante della storia.
Torniamo in Sicilia. La stessa tensione la possiamo rintracciare fra Tomasi di Lampedusa e Andrea Camilleri. Il primo nel Gattopardo parla di facce straniere che celebrano «le magnifiche sorti e progressive di una rinnovata Sicilia unita alla risorta Italia». Per Tomasi una illusione. La sua tesi è nota: cambiare tutto per non cambiare niente. Il fare come peccato imperdonabile. Camilleri contiene in sé la stessa tensione tra le due anime di cui si è nutrito: le tradizioni popolari siciliane (con il bagaglio di fatalismo) e quella di uomo di sinistra, che coltiva l’impegno civile e le speranza in un mondo migliore. La forma dell’acqua si apre con la descrizione dei resti di uno stabilimento chimico inaugurato «quando pareva tirasse il vento delle magnifiche sorti e progressive, poi quel venticello rapidamente si era cangiato in un filo di brezza e quindi si era abbacato del tutto: era stato capace però di fare più danno di un tornado, lasciandosi alle spalle una scia di cassintegrati e disoccupati». Camilleri ironizza, altro che magnifiche sorti!
Alla fine dell’Ottocento, il ballo Excelsior di Luigi Manzotti celebra la sconfitta dell’oscurantismo, le nazioni della terra festeggiano, con la Scienza, il Progresso, la Fraternità e l’Amore, l’apoteosi finale della Luce e della Pace. Pochi anni dopo il sogno illuministico di un destino di progresso è spezzato nel sangue nelle trincee della prima guerra mondiale. Il fatalismo ottimista si è rivelato fallace.
In Sicilia i ponti del web del mondo globalizzato hanno spento ogni isolitudine. Il fatalismo siciliano, il fatalismo pessimista, è uno stereotipo. Non c’è un destino, se volete cinico e baro, che abbia stabilito una volta per tutte la nostra sorte. Pesano i comportamenti, le scelte. Andare o restare? E poi, tornare o non tornare? Chi è il commissario Montalbano se non un siciliano che è rimasto a casa e cerca di rimettere le cose a posto, in una società complessa tra mafie, opportunisti e brave persone? Camilleri-Montalbano ci dice: sono tempi difficili, svolgiamo al meglio il nostro compito. A Vigata come a Milano oppure a Londra.