“Avevamo quindi il diritto e anche il dovere di rifiutare quella miseria e di conseguenza impegnarci fino alla morte per migliorare quella condizione, se non per eliminarla” (dal libro “Pap, Ngagne e gli altri” di Mbacke Gadji (Edizioni Dell’Arco)

Quanto coraggio e quanta “incoscienza” ci volevano per prendere una nave diretta negli Stati Uniti, un aereo per l’Australia o un treno per il Nord Europa, muniti di una valigia di cartone rattoppata e stracolma, senza conoscere una sola parola di inglese? E quanto coraggio, quanta “incoscienza” ci vogliono oggi per sfidare il deserto, i lager libici e poi il mare, spesso senza neanche saper nuotare? Probabilmente è la disperazione a rappresentare la più grande motivazione possibile. Un concetto valido anche nel cosiddetto “nord” del mondo. Gli impoveriti dalla Grande Depressione americana degli anni 30 si spostarono con mezzi di fortuna dal Midwest alla California (esperienza narrata da Steinbeck nel suo romanzo “Furore” del 1939, poi ripreso nell’omonimo film di John Ford del 1940 e infine da Bruce Springsteen con la canzone “The ghost of Tom Joad” nel 1995); gli italiani da sempre emigrano ovunque nel globo; ed avviene massicciamente tutt’oggi, trasferendo competenze e risorse a dispetto di un’appartenenza, sulla carta, alle prime 10 potenze economiche mondiali. Altro tema centrale è rappresentato dai conflitti che insanguinano mezzo mondo. Già anticamente, ad esempio, il popolo inuit fuggì dalle guerre e preferì l’ostilità dei ghiacci groenlandesi alla barbarie (fonte: “Dove il vento grida più forte” libro di Robert Peroni, edito da Sperling&Kupfer). E poi l’Africa, stritolata dalle politiche coloniali, saccheggiata, sfruttata e poi abbandonata (il Rwanda è esempio sanguinoso di ciò. Francesi e belgi prima crearono le divisioni etniche per dominare il Paese; poi, quando le tensioni che tali divisioni avevano comportato esplosero, lasciarono il popolo a sé stesso causando, di fatto, 1 milione di morti). Il mondo è complicato. E, come disse alcuni anni fa il relatore di un convegno dell’ONG Mani Tese, “per problemi complessi ci vogliono soluzioni complesse”. L’immigrazione è un fenomeno che andrebbe governato con competenza. Non è certo con gli slogan che se ne esce e neanche con preconcetti e ragionamenti ideologici. Purtroppo la politica va spesso proprio in quella direzione sbagliata. Se qualcuno, a sinistra, sostenendo che “l’immigrazione è un non problema”, non eccelle in realismo, ignorando criticità molto importanti (mafia nigeriana, quartieri ghetto, lo spaccio nei parchi e nelle stazioni delle grandi città, i pericoli di infiltrazioni jihadiste soprattutto nelle aree di Bruxelles e Parigi); dall’altro lato, una destra irresponsabile cerca ignobilmente il consenso gridando “Al lupo! Al lupo!” senza pensare alle conseguenze di un clima di odio irrazionale che innesca le micce del razzismo e dell’intolleranza. Eppure esperienze come quella (già raccontata in queste pagine) di Mechelen/Malines in Belgio ci dimostrano come le politiche serie di inclusione e integrazione generino sicurezza. Perché quando una persona ha la possibilità di imparare la lingua, di formarsi e di fare un lavoro dignitoso, di avere risposte certe e congruenti alle richieste di documentazione, si sentirà parte attiva della società che lo ha accolto e diventerà una risorsa preziosa e motivata. Il tutto con l’ausilio di giusti filtri, la mediazione interculturale, la cura di alcuni disturbi psichiatrici gravi causati dai traumi subiti, i controlli e la perseguibilità di eventuali reati, devianze, speculazioni, tutto quello che può verificarsi. È dimostrato che il sistema Paese ha bisogno dei migranti, sia come forza lavoro che ai fini pensionistici. È facile? No, non lo è. Ma potrebbe essere una grandissima opportunità per tutti. Se invece si continua a gettare indiscriminatamente benzina sul fuoco l’avvenire non potrà che essere cupo. L’Uganda, uno dei Paesi più poveri del mondo, è riuscito ad accogliere quasi 2 milioni di rifugiati e richiedenti asilo (stime UNHCR 2025) che fuggivano dalle guerre del Sudan, Sud Sudan e Repubblica Democratica del Congo. Oggi il loro sistema nazionale è sicuramente sotto pressione a causa di questi numeri ma la loro scelta dovrebbe ispirarci per riscoprire una via di umanità, di priorità da preservare che, coniugate con le competenze adeguate, le giuste attenzioni agli equilibri occupazionali e sociali, potrebbero aprirci un orizzonte possibile e radioso. Ci sono già delle esperienze concrete in questa direzione. Ad esempio il progetto FIERI (Fabbrica Interculturale Ecosostenibile del Riuso) che a Catania ha fatto incontrare persone (e professionalità) africane e siciliane. Un luogo di condivisione, lavoro e creatività, un laboratorio (artigianato, falegnameria, sartoria) peraltro pienamente “ecosostenibile” (come l’acronimo suggerisce), in quanto il materiale lavorato è potenziale “spazzatura” recuperata e trasformata in risorsa.

Se invece rimarremo ostaggi della paura verso l’altro nulla di buono potrà accadere. Vogliamo che il nostro Paese guardi al “modello” Trump (muri, deportazioni, privazioni dei diritti fondamentali)? Cosa stanno diventando gli Stati Uniti? Sono forse oggi un luogo più sicuro in cui vivere? Non credo proprio.    

Foto gentilmente fornite dalle operatrici di FIERI

*Nella foto di copertina il monumento “Angeli inconsapevoli (Angels unawares)”, situato a piazza San Pietro, realizzato dall’artista canadese Timothy Schmalz e inaugurato da Papa Francesco nel 2019

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