
Ci sono eventi che si studiano sui libri e che, prima o poi, ci auguriamo entrino anche nei programmi scolastici. Ma alcuni avvenimenti si comprendono davvero fino in fondo solo quando vengono raccontati dalla voce di chi li ha vissuti in prima persona. La prima Intifada, conosciuta anche come la “rivolta delle pietre”, è uno di questi.
Nata come esplosione di sofferenza popolare nel campo profughi di Jabalia, a Gaza, la protesta si è ben presto trasformata in una mobilitazione civile capillare che ha coinvolto l’intera società di base nei territori occupati. Ne abbiamo parlato con Fateh Hamdan, palestinese di Tulkarem, in Cisgiordania, arrivato in Italia per studiare Architettura e che adesso gestisce un ristorante, Al-Quds, a Palermo ed è presidente dell’omonima associazione.
Fateh, “Intifada” in arabo vuol dire “rivolta”. Che cosa l’ha innescata il 9 dicembre del 1987?
È partita da un incidente, dall’investimento di quattro di lavoratori palestinesi nella Striscia di Gaza da parte di un mezzo militare israeliano. La reazione popolare è stata immediata ma per fortuna fu affiancata e guidata da un gruppo di intellettuali e attivisti come Marwan Barghouti e Faisal Husseini che facevano capo all’Università di Bir Zeit. Ci fu un coordinamento, molto ben organizzato, che riuscì ad indirizzare i movimenti giovanili.
All’epoca non c’erano i telefonini, non c’era WhatsApp. Come si riusciva a coordinare le azioni?
Giornalmente si stampavano e si distribuivano dei manifesti, dei volantini che indicavano cosa fare. Era una rivolta fortemente organizzata e al tempo stesso profondamente popolare.
Le immagini che hanno colpito soprattutto noi europei sono state quelle dei bambini che tiravano sassi ai militari e ai carri armati israeliani.
I sassi diventarono il simbolo di un’asimmetria netta tra la popolazione civile occupata e la risposta militare di Israele. L’impostazione iniziale, voluta dai comitati locali, era quella di una resistenza civile e pacifica. Il messaggio era politico e comunicativo, prima ancora che militare.
Forse proprio questa “asimmetria” ha spinto il mondo occidentale a premere perché si trovasse una soluzione pacifica alla questione palestinese.
Nel 1991 ci fu la Conferenza di Madrid e nel 1993 Yitzhak Rabin e Yasser Arafat firmarono gli Accordi di Oslo che aprirono una finestra di speranza che portò al rientro di migliaia di palestinesi nei territori occupati e alla creazione dell’Autorità Nazionale Palestinese. Abbiamo creduto potesse essere l’inizio di qualcosa di positivo. Ma l’illusione è durata poco. Con l’assassinio di Rabin, nel 1995, per mano della destra israeliana, il processo di pace si è bloccato. Da parte palestinese c’è stato un approccio forse ingenuo, di buona fede, mentre la controparte negoziale manteneva una rigida tutela dei propri interessi legislativi e territoriali.
Poi è arrivata Hamas.
La questione si ulteriormente complicata con la militarizzazione della fase finale della protesta e l’ascesa delle correnti religiose. Hamas non ha capito che la Palestina aveva per prima cosa l’esigenza di liberarsi dall’occupazione e di farlo attraverso meccanismi laici e democratici. Personalmente ero e sono ancora favorevole a un percorso negoziale. Bisogna costruire gradualmente le basi istituzionali per uno Stato indipendente.
Che cosa resta oggi della rivolta delle pietre?
Quello che rimane, dal mio punto di vista — io che non ho mai amato l’uso delle armi — è la società civile. Le amministrazioni comunali che si battono per spianare le strade e portare l’acqua, le cooperative femminili che lavorano il miele o la lavanda… Questo lavoro silenzioso garantisce la tenuta dell’identità e della dignità del popolo. Anche questo si chiama solidarietà, si chiama resistenza. Un ruolo fondamentale lo gioca l’istruzione. I giovani, nonostante la distruzione materiale delle infrastrutture e delle università, tentano di proseguire gli studi attraverso le università telematiche. Da qui bisogna ripartire.
Che cosa possiamo fare noi semplici cittadini?
Bisogna restituire una speranza ai giovani palestinesi. Molti italiani hanno a cuore la Palestina e la richiesta più forte che si possa fare al governo italiano è quella di riconoscere ufficialmente lo Stato palestinese. Non sarà la soluzione di tutti i problemi, ma è un punto in più per dare una speranza e una bussola ai giovani nei territori occupati, a Gaza e nella diaspora, che oggi rischiano di perdere ogni prospettiva per il futuro.