
Ruba frammenti di realtà, persone, anime. Li osserva, li scompone e poi, con la precisione millimetrica di chi sa usare le forbici del montaggio narrativo, recide il superfluo per ricucire i pezzi in storie. Il teatro di Pino Migliorisi — scrittore, drammaturgo e regista — affonda lo sguardo nell’essere umano per restituirne luci e ombre. Senza sconti, senza rinunciare alla complessità.
Dai romanzi al teatro: da dove è nata l’esigenza di cambiare linguaggio espressivo? E quale ruolo ha avuto in questo percorso l’esperienza di Maniacreativa?
Il passaggio dai racconti al teatro rappresenta una trasformazione significativa nel modo di esprimere storie e comunicare emozioni. Questa evoluzione non nasce semplicemente dal desiderio di cambiare forma, ma risponde all’esigenza più profonda: quella di coinvolgere in modo diretto il pubblico, di rendere la narrazione viva, tangibile e condivisa nel qui e ora. Il linguaggio del racconto, tradizionalmente legato alla parola scritta o parlata, ha da sempre offerto la possibilità di immaginare mondi lontani, di riflettere sulle vicende umane attraverso la descrizione e la voce del narratore. Tuttavia, nel passaggio al teatro, la narrazione si fa corpo, gesto, suono, spazio, dando vita a un’esperienza multisensoriale che stimola non solo l’intelletto, ma anche le emozioni e i sensi.
Un aspetto centrale dell’esperienza di Maniacreativa è stato quello di promuovere e di sperimentare nuove modalità espressive. Ho fatto quasi un lavoro sartoriale cercando di cucire addosso agli attori i testi che ho pensato per loro. Ho lavorato con un ago pieno di idee, un filo così forte da tenere insieme le trame dei vari personaggi e infine le forbici mi sono servite per ritagliare i tempi giusti. Alla fine ho inserito tutto su un palco e le storie hanno preso vita, quasi da sole. Questo processo ha permesso di integrare elementi familiari della narrazione con il potenziale espressivo del teatro, creando così un linguaggio originale che parla tanto al cuore quanto alla mente.
Inoltre, Maniacreativa ha posto grande attenzione all’aspetto educativo e sociale del teatro. Mettere in scena storie significative contribuisce a costruire legami, a stimolare la riflessione collettiva e a valorizzare le diversità. Il teatro diventa così uno strumento di inclusione e crescita personale, capace di trasformare il racconto in azione concreta e partecipata.
La mia necessità di adoperare un cambiamento di linguaggio espressivo risponde a un’esigenza di comunicazione più autentica e coinvolgente. Il percorso che parte dalla parola scritta per arrivare alla scena teatrale permette di riscoprire la forza della narrazione in tutte le sue forme, valorizzando la capacità dell’arte di raccontare il mondo in modo creativo e innovativo.
In conclusione, l’esigenza di passare dai racconti al teatro nasce dal bisogno di ampliare gli strumenti comunicativi e di creare un’esperienza più intensa e condivisa. Per tentare di realizzare, in modo naturale e comunicativo il mio lavoro, sento l’esigenza di essere io stesso a fare da tramite tra ciò che scrivo e la conseguente messa in scena.
Nella sua produzione ha attraversato registri molto diversi: dall’ironia alla leggerezza, dalla speranza alla denuncia, fino al cinismo più duro di opere come “Furor e Thànatos”. Quale di queste sfumature sente più vicina al suo modo di raccontare il mondo?
La produzione di un autore che spazia tra registri molto diversi è come intraprendere un viaggio complesso e affascinante nella pluralità delle sfumature umane. Personalmente, sento che tutte le modalità espressive che mi ha elencato fanno parte di un unico, grande racconto del mondo, come se fossero le diverse tonalità di una tavolozza con cui dipingere la realtà nella sua interezza. Tuttavia, se dovessi individuare quella più vicina al mio modo di raccontare, direi che è la combinazione sottile tra speranza e denuncia.
Questa scelta non significa affatto trascurare né l’ironia, né la leggerezza, né tantomeno il cinismo. L’ironia, ad esempio, è un temperamento prezioso: permette di osservare la realtà con distacco critico, alleggerendo pur mantenendo un’acuta capacità di analisi. La leggerezza, poi, è una forma di resistenza, un modo per non farsi sopraffare dalle difficoltà. Il cinismo, soprattutto nelle opere più dure come “Furor & Thànatos”, può essere visto come una reazione estrema a certi aspetti della condizione umana, un modo di affrontare la realtà quando sembra priva di risposte consolatorie. È proprio in questa complessità che emerge il valore dell’accostamento tra speranza e denuncia.
La denuncia assume un ruolo fondamentale nel raccontare le ingiustizie, le contraddizioni e le ferite del nostro tempo. È una presa di coscienza necessaria, un modo per mettere in luce ciò che troppo spesso viene ignorato o nascosto. Parallelamente, la speranza non si configura come un ingenuo ottimismo, bensì come una forza motrice, è indispensabile credere nella possibilità di cambiamento. Senza speranza, la denuncia rischierebbe di trasformarsi in un grido disperato; senza denuncia, la speranza potrebbe apparire vuota o disillusa.
“Non solo muse” è il suo ultimo spettacolo. Come è nato questo progetto e quale esigenza artistica o civile l’ha spinta a raccontare queste storie?
“Non solo muse” è nato da un desiderio profondo di riflettere su un tema spesso sottovalutato o semplificato quando si parla di donne legate all’arte e alla cultura: quello del riconoscimento della loro identità e autonomia al di là del ruolo di ispiratrici o figure secondarie nella narrazione storica. Spesso, infatti, queste donne vengono ricordate solo come muse che hanno stimolato la creatività di grandi artisti, perdendo così la complessità delle loro vite, delle loro personalità e delle loro lotte. L’esigenza artistica dietro questo progetto è stata proprio quella di ridare voce a queste donne, di raccontarle come soggetti a pieno titolo, capaci di influenzare, ma anche di esprimere pensieri, emozioni e azioni in modo autonomo.
Dal punto di vista civile, lo spettacolo vuole portare l’attenzione sulla questione della rappresentazione femminile nell’arte e nella storia. Ancora oggi, molte donne continuano a essere viste attraverso una lente che ne minimizza il contributo personale, incasellandole in ruoli predefiniti. Raccontare le storie di queste cinque donne significava sfidare uno stereotipo radicato e proporre un modello più inclusivo e rispettoso, che valorizzi le diversità e le sfumature dell’esperienza femminile.
Lo spettacolo porta in scena cinque donne ricordate soprattutto come muse di grandi artisti. Perché ha scelto proprio loro e cosa le accomuna, al di là delle vicende personali?
La scelta di queste cinque donne, tutte note principalmente come muse, deriva proprio dalla volontà di esplorare cosa le accomuni oltre al fatto di essere state “ispiratrici”. Quello che emerge, e che ho voluto mettere in luce nello spettacolo, è una forte consapevolezza di sé e una capacità di resistenza di fronte a contesti spesso difficili o limitanti. Ognuna di loro ha vissuto una condizione di marginalità rispetto ai grandi nomi con cui sono state associate, ma ha saputo costruire comunque una propria storia fatta di passioni, scelte, sacrifici e talenti.
Queste donne condividono, quindi, non solo la fama di muse, ma anche una sorta di ribellione silenziosa contro l’immagine che la società di allora (e spesso ancora oggi) ha voluto attribuire loro. Sono figure che hanno contribuito all’arte e alla cultura non solo come fonti di ispirazione, ma anche come protagoniste attive, che hanno segnato il panorama culturale del loro tempo.
In definitiva, “Non solo muse” vuole essere un omaggio a queste donne e un invito a guardare oltre le apparenze, ad ascoltare le molteplici voci femminili che hanno arricchito la nostra storia. È un percorso che cerca di restituire loro la dignità di soggetti completi, perché solo riconoscendo le molteplici sfaccettature dell’esperienza possiamo costruire una narrazione più giusta e completa, capace di ispirare anche le nuove generazioni.
C’è una delle loro storie che l’ha colpita in modo particolare durante il lavoro di ricerca e scrittura? Perché?
Nel corso della stesura di Non solo Muse, ho avuto modo di immergermi in molte storie di artiste straordinarie, spesso dimenticate o raccontate solo attraverso la lente maschile. Tra tutte, una vicenda che mi ha particolarmente colpito è quella di Rosa Bonheur. La sua vita e la sua arte rappresentano un esempio potente di resilienza e talento in un’epoca in cui le donne erano sistematicamente messe ai margini. Non si tratta soltanto della sua bravura pittorica, ma anche della sua capacità di affermarsi nonostante le difficoltà personali e sociali, riuscendo a imporsi in un mondo dominato dagli uomini. Questa storia, così intensa e complessa, ha guidato il mio lavoro di ricerca, spingendomi a voler restituire a queste figure una dimensione più autentica e completa.
Queste donne sono state raccontate quasi sempre attraverso lo sguardo degli uomini. Quanto è stato complesso restituire loro una voce autonoma, capace di andare oltre quell’immagine?
Raccontare queste artiste non è stato semplice, proprio perché la maggior parte delle fonti storiche tramandano una visione filtrata da prospettive maschili, che tendevano a relegare le donne a ruoli passivi o accessori. Restituire loro una voce autonoma significa andare oltre gli stereotipi e le rappresentazioni idealizzate o riduttive che per secoli hanno definito la loro immagine. È stato necessario un approccio attento e critico, basato su documenti, lettere, opere d’arte. Testimonianze spesso trascurate, per ricostruire non solo i loro contributi artistici, ma anche le motivazioni, le emozioni e le sfide che hanno affrontato. Una volta acquisite tutte queste informazioni è stato importante, anche se difficile, trasporle tutte al femminile (pensieri e sentimenti mai presi in considerazione da una società maschilista). Questo processo ha reso possibile liberare queste donne dalle catene di una narrazione limitante e offrire loro la dignità che meritano come protagoniste della loro stessa storia. Lo spettacolo che si ispira a queste biografie vuole proprio questo: restituire centralità a figure femminili che la storia tradizionale ha frequentemente confinato ai margini, cancellando spesso il loro ruolo attivo e innovativo. Rileggere e riscrivere queste vicende oggi è fondamentale, non solo per colmare una lacuna storica, ma anche per riflettere sulle dinamiche di genere che continuano a influenzare la nostra società. Ricostruire una narrazione più equa ed inclusiva contribuisce a valorizzare le diversità, a stimolare nuove prospettive culturali e a incoraggiare un dialogo più aperto e consapevole sul ruolo delle donne nell’arte e nella storia. In definitiva, è un atto di giustizia culturale e umana che arricchisce la nostra comprensione del passato e ci offre strumenti preziosi per immaginare un futuro più equilibrato.
Che cosa vorrebbe che il pubblico portasse con sé, uscendo dal teatro dopo aver visto “Non solo muse”?
Uscendo dal teatro dopo aver visto “Non solo muse”, mi piacerebbe che il pubblico portasse con sé una profonda consapevolezza del valore della narrazione come strumento di connessione umana e riflessione sociale. Questo spettacolo non è solo un’esperienza estetica o un racconto da ascoltare, ma un invito a guardare dentro noi stessi e nella complessità del mondo che ci circonda. La forza del teatro risiede proprio in questo: nel creare uno spazio condiviso in cui le storie prendono vita, toccano corde intime e aprono nuove prospettive.
Ritiene che il teatro continui ad avere una funzione sociale nella società contemporanea? E quale può essere il suo contributo nel promuovere riflessione e consapevolezza?
Credo fermamente che il teatro continui ad avere una funzione sociale imprescindibile nella società contemporanea, anche in un’epoca dominata da tecnologie digitali e consumi culturali frammentati. Il teatro è uno degli ultimi luoghi dove la relazione vera tra persone si manifesta pienamente, dove il corpo, la voce e lo sguardo dialogano in tempo reale. Questa immediatezza genera empatia, quella capacità preziosa di mettersi nei panni dell’altro, di riconoscere l’umanità comune oltre le differenze. In un mondo dove spesso si tende all’individualismo e alla polarizzazione, il teatro può e deve essere un presidio di comunità, di confronto e di crescita collettiva.
Il contributo del teatro nel promuovere riflessione e consapevolezza si manifesta attraverso la sua natura di “specchio” della società e al contempo di laboratorio di idee. Attraverso le rappresentazioni, si possono esplorare tematiche complesse, mettere in discussione stereotipi e pregiudizi, stimolare domande che non trovano sempre risposta facile nel quotidiano. Un’opera come “Non solo muse” porta in scena questioni legate all’identità, al ruolo delle donne, alla memoria storica, creando ponti tra passato e presente, tra vissuto personale e dimensione politica. Questo tipo di teatro educa lo spettatore a essere non un semplice fruitore passivo, ma un attore consapevole del proprio ruolo nella società.
Quindi lei ritiene che il teatro abbia anche una valenza educativa?
Viviamo in un’epoca segnata da profonde trasformazioni culturali, sociali ed economiche che generano un senso di smarrimento e mancanza di coordinate chiare. La velocità del cambiamento tecnologico, la crisi delle istituzioni tradizionali e la moltiplicazione di modelli di riferimento spesso frammentari o contraddittori, rischiano di lasciare molti giovani senza un solido orizzonte di valore. È qui che il teatro può avere una funzione preziosa: offrire anche e soprattutto ai giovanissimi non solo contenuti ricchi di significato, ma anche una struttura narrativa capace di orientare e dare forma all’esperienza umana.
La teatralità, infatti, è un linguaggio universale che coinvolge emozioni, immaginazione e pensiero critico simultaneamente. Attraverso l’atto del raccontare storie, di mettersi in scena, i giovani possono ritrovare strumenti per interpretare se stessi e il mondo circostante. Il teatro li aiuta a costruire identità complesse e resilienti, libere da modelli riduttivi e stereotipati. Inoltre, il teatro come pratica collettiva insegna valori fondamentali come l’ascolto, la collaborazione, la responsabilità verso l’altro. È dunque non solo un contenuto da veicolare, ma anche una forma esperienziale che educa alla cittadinanza attiva.
In conclusione, sarebbe auspicabile che “Non solo muse” riuscisse a trasmettere il senso di quanto il teatro sia un patrimonio insostituibile per la nostra umanità. Vorrei che lo spettatore si sentisse parte di un dialogo vivo, sospeso nel tempo del presente, ma proiettato verso un futuro più consapevole e inclusivo. Il teatro ha la capacità di riaccendere i valori perduti, di offrire guida e sostegno morale, soprattutto ai più giovani, in un mondo che spesso sembra privo di coordinate stabili. Mantenere e valorizzare questa funzione sociale significa investire nel tessuto stesso della convivenza civile, nutrendo in tutti noi la capacità di comprendere, riflettere e agire con coscienza e rispetto reciproco.