Francesca Martines, palermitana, studi classici, da più di 30 anni lavora come bibliotecaria presso la biblioteca dell’Osservatorio Astronomico di Palermo. L’abbiamo incontrata.

Francesca, nella pratica che cosa fa un bibliotecario?
Nel corso degli anni sono giunta alla conclusione che l’essenza del lavoro del bibliotecario è quello di organizzare l’informazione. Qual è la differenza tra un mucchio di libri e una biblioteca? È l’organizzazione, e organizzare significa rendere in qualche modo accessibile qualcosa. In definitiva il bibliotecario fa da tramite tra le persone e l’informazione, sia quando essa è contenuta nei libri o nelle riviste, ma anche se è in formato digitale.

Tu perché hai scelto di fare la bibliotecaria?
Ho cominciato a interessarmi a questo “pianeta” fin dai tempi del liceo, perché nel mio liceo c’era una bellissima biblioteca e c’era un professore che per passione l’aveva organizzata. Proprio lui mi aveva invitato a leggere un libro in cui si parlava del funzionamento di una biblioteca, di come si catalogava, come si classifica. Ho sempre avuto un grande interesse per la lettura in generale e questa passione mi portava ad interessarmi alle biblioteche. E forse, anche se all’epoca non ne ero del tutto consapevole, ciò che mi interessava veramente era proprio l’aspetto dell’organizzazione del sapere.

Nell’immaginario collettivo il bibliotecario vive in mezzo ai libri, libri di carta. È così per te? E se lo è, che cosa rappresenta questo mondo di carta?
Io lavoro in un contesto un po’ particolare che è quello di una biblioteca di un ente di ricerca. E questo genere di biblioteche, così come quelle universitarie, sono per tanti aspetti inevitabilmente proiettate verso il futuro. Quindi nel mio ambito la carta ha oggi un’importanza relativa, un peso relativo. Ma è anche vero che la stanza in cui lavoro, la biblioteca in cui lavoro, è piena di libri e riviste di carta, così come è vero che studenti e ricercatori se devono leggere un articolo scientifico, lo stampano.

Quindi non è vero che i libri di carta stanno scomparendo?
Saranno trent’anni che sento dire che il libro di carta è morto e che il formato digitale lo farà scomparire. È vero che in questi anni c’è stata un’evoluzione nei libri digitali, nei lettori digitali, ma malgrado ciò il libro cartaceo continua allegramente ad esistere. Secondo me il libro cartaceo non è destinato a morire. Per quello che rappresenta, per il rapporto che si ha con il libro di carta, e per tutta la mistica legata a questo oggetto. E poi, diciamolo, al momento la carta è il materiale più duraturo per trasmettere il sapere. C’è un altro aspetto che bisogna tenere in considerazione: dal punto di vista dei diritti il libro cartaceo è più democratico. Quando io compro un libro cartaceo, questo vale in tutto il mondo, c’è un trasferimento di proprietà. Cioè io acquisto quell’oggetto, dopodiché di quell’oggetto ne posso fare ciò che voglio: posso rivenderlo o anche prestare. Praticamente è nella mia totale disponibilità. Questa cosa non succede con il libro digitale, perché per il libro digitale non c’è un trasferimento di proprietà. Del libro digitale io acquisto una licenza e teoricamente il proprietario può decidere in qualunque momento di togliere l’accesso all’opera.

Come possono convivere quindi il mondo cartaceo e il mondo digitale? E il mondo digitale può essere un modo per salvare il mondo cartaceo?
La chiave sta nel verbo che hai usato tu, cioè convivere. Io sono sempre più convinta che questi due formati possano, anzi debbano assolutamente convivere. Perché il formato digitale in qualche misura può consentire di salvaguardare in una certa forma il formato cartaceo. Ad esempio, ci sono opere rare, opere antiche, opere di particolare pregio che per ovvi motivi non possono essere consultati come si fa con opere di larga circolazione; la loro digitalizzazione permette la loro consultazione a chiunque lo desideri e, in caso di malaugurata loro distruzione, la digitalizzazione ne conserverebbe comunque un’immagine. Non sarebbe come avere l’originale ma sarebbe pur sempre qualcosa.

Quali pericoli corrono i libri cartacei?
La carta è un materiale estremamente infiammabile, quello che è accaduto alla biblioteca di Alessandria ne è un esempio illustre. Dunque il suo primo nemico è il fuoco. Poi c’è anche l’umidità che può fare danni importanti perché favorisce lo sviluppo di muffe, di batteri che possono attaccare la carta e degradarla in maniera anche devastante. L’altro nemico della carta sono gli insetti. Ho visto libri, tipicamente messali, corali sei e settecenteschi, che avevano le pagine scavate dai tarli, letteralmente divorate.

Che differenza c’è tra la carta che utilizziamo oggi con quella che veniva utilizzata in passato?
Nel corso delle epoche la carta è molto cambiata, anche se il procedimento di base non è cambiato moltissimo. La prima differenza è legata alla materia prima da cui la carta si ricava e dal processo di lavorazione. La prima forma di “carta” che conosciamo è quella ricavata dalle fibre del papiro, e stiamo parlando di roba che ha 4-5000 anni e che ancora è, diciamo, viva e vegeta. Nel Medioevo invece, ma anche nel Rinascimento, a volte la carta si ricavava dagli stracci, e ne veniva fuori un tipo di carta molto grossolana. In seguito si è iniziato ad utilizzare la pasta di cellulosa e i risultati sono nettamente migliorati. Ma stiamo parlando di carta. Perché c’è anche la pergamena, ricavata dalle pelli, di solito di pecora. Una cosa interessante è invece quello che accadeva in passato, fino ai primissimi anni del XX secolo, quando si utilizzavano inchiostri ferrogallici, che avevano una grande percentuale di ferro e il ferro, come tutti sappiamo, arrugginisce, si ossida e dopo un po’ di tempo bucava la carta. Mi è capitato di vedere delle pagine in cui il testo era stato sostituito da dei fori, cioè al posto delle lettere c’erano dei buchi. Le carte dei primi del Novecento, per il loro processo di lavorazione, sono invece destinate a durare pochissimo. Con il tempo assumono una colorazione marroncina, diventano sottilissime ed estremamente fragili, e su quelle carte è difficilissimo intervenire anche per un conservatore.

E la carta di oggi com’è?
Oggi c’è una grande varietà di carte e si fa più attenzione all’ambiente. Ad esempio, entro certi limiti, si tende ad evitare le carte sbiancate con l’uso del cloro, perché chiaramente il cloro è una sostanza altamente inquinante; così come si tende ad utilizzare carta riciclata. Ma stiamo parlando del mondo occidentale. In Cina, ad esempio, da secoli si utilizza la carta di riso, che è una carta ricavata dalla lavorazione del riso. Si ottiene questa carta bellissima, che però è difficile da utilizzare per la stampa perché di solito è una carta piuttosto sottile, con una trama irregolare, un po’ trasparente. Ma proprio per queste caratteristiche è molto utilizzata per i restauri, per incollare laddove c’è uno strappo.

Preferisci il cartaceo o il digitale?
Per la tipologia del lavoro che faccio utilizzo moltissimo i testi digitali, ma per quanto mi riguarda, sarà che ormai sono anziana, preferisco la carta.

E tu sei il tipo che odora i libri quando li apre, che fa le orecchie alle pagine, che sottolinea?
Questa mistica dell’odore io non ce l’ho. È vero che la carta ha un suo odore, lavoro in una stanza che è piena di libri, e quando si entra, a parte la polvere, l’odore della carta è molto netto, è un odore che, per tanti motivi, mi è assolutamente familiare. Ma non sono una di quelle che apre il libro e se lo annusa. Le orecchie no, non mi piace farle, non mi piace deformare il libro. Sottolineare sì, questo lo faccio, soprattutto quando devo studiare, e a volte prendo anche appunti sul bordo della pagina. Ma solo rigorosamente a matita.

Come immagini che sarà una biblioteca tra qualche decennio?
Credo – ma non lo dico solo io – che il focus si stia spostando sempre di più, specialmente nelle biblioteche di ricerca, dalla biblioteca come luogo fisico alla biblioteca come luogo anche virtuale che fa da snodo e interfaccia per accedere alla conoscenza e penso che questa tendenza in futuro si rafforzerà. E qui il ruolo del bibliotecario diviene ancora più cruciale. Ma le biblioteche svolgono (o dovrebbero svolgere) anche il servizio di pubblica lettura, permettendo ai cittadini non solo di poter fare ricerche su vari argomenti, ma anche dando la possibilità di leggere il giornale o i fumetti. In altre parti del mondo e nel centro e nord Italia, purtroppo meno al sud, le biblioteche sono anche luoghi importanti di aggregazione sociale. Nel romanzo Memorie di Adriano Marguerite Yourcenar fa dire all’imperatore Adriano che «Fondare biblioteche è come costruire ancora granai pubblici, ammassare riserve contro un inverno dello spirito che, da molti indizi, mio malgrado, vedo venire». Ecco, a me piace pensare alle biblioteche come presidi di democrazia.

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