La copertina bianca del libro spiccava sul comodino, quasi iridescente nella penombra della stanza. Fu la prima cosa che Arturo vide quando entrò a svegliare Luca. Aperte le tapparelle gli saltarono all’occhio anche i tanti calzini spaiati sparsi in giro. Il ragazzo si divertiva a tirarli a canestro nel cesto della biancheria sporca ma non era molto portato. Ringhio, il cane di famiglia, si incaricava poi di distribuire i calzini in giro per casa, riservandosene qualcuno che smangiucchiava quando era stressato.
In un angolo della camera c’erano pure un paio di borsoni pieni di vestiti e una grossa valigia aperta stipata di libri. Arturo finse di non vedere.
– Svegliati piccoletto – disse, accendendo l’abat-jour sul comodino.
– Non mi chiamare piccoletto – rispose Luca strofinandosi gli occhi.
– Hai ragione Cicciobello. Hai quasi diciott’anni.
– Non sono più ciccio – rispose sbadigliando.
– È affettivo, lo sai. Tirati su che sono già le sette.
– È ancora presto, papà. Lo sai – disse schermandosi con la coperta.
– Ormai che sei sveglio… Vieni in cucina che facciamo colazione insieme.
– Non ho fame…

Da qualche anno l’alimentazione del figlio era un mistero per Arturo: a colazione non mangiava, a pranzo consumava chissacché in giro e la sera tre piatti di pasta. Nel frattempo, ingollava qualsiasi succo troppo zuccherato gli capitasse a tiro. Ed era pure in forma.
– Vedo che hai cominciato a leggere la Guida – disse Arturo.
– Più o meno…
– Come più o meno? L’hai iniziato o no?
– Sì, insomma…
– Luca, te l’ho regalato per il compleanno ed è rimasto sullo scaffale a prendere polvere per almeno sei mesi. Me lo puoi dire se hai letto qualche pagina, no?
– Te l’ho detto. L’ho cominciato.
– Quante?
– Quante cosa?
– Quante pagine hai letto?
– Bof, qualcuna.
– Non dire ‘Bof’ quando parli italiano. Puoi dire ‘Mah’, puoi dire ‘Boh’, puoi dire ‘Che minchia ne so’ – e ti prendi uno schiaffone – ma non ‘Bof’ che è francese e in italiano non vuol dire niente.
– Papà, io sono francese.
– Sei di padre italiano, madre franco-italiana, casualmente sei nato e vivi in Francia ma mangi e parli italiano, e pure ‘sto libro lo stai leggendo in italiano. Quindi, tu, sei, italiano.
– Bof

Arturo non aveva intenzione d’incazzarsi. Afferrò il libro e lo aprì. In mezzo notò una pagina segnata con l’orecchietta.
– Hai letto cinquanta pagine? – chiese.
– Te l’ho detto.
– No, tu hai detto che… Vabbè, lascia perdere. Ma cinquanta pagine sono quasi la metà del libro…
– Se lo dici tu…
– Eccerto. Bravo! – disse sedendosi sul bordo del letto.
– E che mi dici? – continuò – Che ne pensi?
– Che a te piace perché ti chiami come il protagonista.
– Arthur Dent, dici? Ammetto che certe omonimie nella vita aiutano, come per il tuo nome del resto. Ci abbiamo azzeccato, no?
– Lo so, mi avete chiamato Luca, come San Luca Evangelista, perché la tradizione lo vuole medico e anche pittore.
– SanChi? Chi te l’ha detta sta cazzata?
– La mamma.
– Ma quando mai! Luca, come il grande George Lucas, genio delle Guerre Stellari, o delle Star Wars come dite voi giovani. In più l’idea era proprio della mamma.
T’es serieux?
– Quant’è vero che George Lucas è il creatore dell’universo, o almeno del suo universo. Piuttosto, dimmi che ne pensi del libro.
Bien…
– Cioè?

Intanto che aspettava la risposta del figlio, Arturo si rigirò il libro fra le mani. Era una prima edizione Urania di cui andava molto fiero: la Guida galattica per gli autostoppisti di Douglas Adams, con copertina bianca e illustrazione di Karel Thole cerchiata di rosso, tipica dei suoi anni giovanili. Sulla copertina, in basso a sinistra, oltre al prezzo – 1000 lire! – c’era la data di uscita: 6-7-1980. Arturo l’aveva trovato qualche estate dopo, fra i fumetti di seconda mano della bancarella sul lungomare. Quel pomeriggio lo aveva passato al mare con gli amici, ma si sentiva addosso un malessere indefinito, inafferrabile: in quel periodo – aveva più o meno l’età di Luca – gli capitava spesso. Tornando a casa in motorino, l’occhio gli cadde su un banchetto con pile di libri accatastate una sull’altra, senza criterio. Se ne tornò a casa con un vecchio Asimov, qualche Tex d’annata e quello strano libro che sulla quarta di copertina diceva “Non lasciatevi prendere dal panico”. Tremilalire di felicità che gli aggiustarono il morale.

Perso fra i suoi ricordi, Arturo non si era accorto che il figlio aveva richiuso gli occhi.
– Luca? – chiamò.
L’altro non rispose. A quell’ora, una discussione su un libro di fantascienza vecchio di quarant’anni era forse troppo. Suo figlio era fin troppo conciliante, Arturo lo sapeva, ma il tempo era agli sgoccioli e voleva approfittare di ogni istante. Luca però continuava a starsene ad occhi chiusi, come da bambino quando fingeva di dormire per saltare la scuola. Ogni volta il padre faceva finta di abboccare: dopotutto il ragazzo in classe ci stava volentieri e aveva ottimi voti. Arturo decise ancora una volta di lasciarlo tranquillo, dopotutto c’era ancora un po’ di tempo. Spense la luce e uscì portandosi dietro il libro.

Scese in cucina e mise la moka sul fuoco. Era domenica e sua moglie non si sarebbe alzata prima delle nove; quanto a Luca, l’avrebbe svegliato un po’ più tardi, lo aspettava una giornata faticosa. Decise di investire quel tempo libero inatteso per riprendere in mano la Guida prima di dirle addio definitivamente. Gli piaceva riscoprire le orecchiette che aveva fatto da giovane sulle pagine, le frasi sottolineate, quelle annotate a matita sui margini. Aspettando che il caffè salisse, cominciò a sfogliare. La prima volta l’aveva letta d’un fiato, fino a notte fonda. Dentro ci aveva trovato la comicità surreale dei Monty Python, una nostalgia del futuro tipica di certa fantascienza, il suono dei primi Pink Floyd, forse anche un po’ dei mondi lontanissimi di Battiato. Il romanzo si era inserito subito e in modo naturale fra i punti fissi di quella stagione della sua vita, assieme ad altri libri speciali, a certe persone importanti, alla musica tochissima, ai film eccezionali e a tanti fumetti. C’era davvero tanta roba, Dylan Dog, Guccini, Bruce Lee, un paio di amici di scuola, e ogni giorno la lista si allungava; quella notte si era aggiunta l’idea che da qualche parte, nello spazio infinito, la sua Trillian lo stesse aspettando, magari leggendo un Dylan Dog.

La caffettiera prese a borbottare. Intanto che Arturo si serviva, Luca apparve silenziosamente in cucina:
– Per me due cucchiaini, Pa’ – disse sedendosi al tavolo.
– Hai seguito l’odore del caffè?
– Mi hai svegliato tu…
– Bene. Che vuoi mangiare?
– Proteine.
– Pane e marmellata? –
– Proteine
– Orzobimbo?
– Pa’, non c’è l’Orzobimbo in Francia. Me l’hai fatto assaggiare una volta dai nonni e non mi è piaciuto.
– Ho capito – si arrese Arturo.
Aprì il frigo e tirò fuori il cartone delle uova con un post-it sopra: “Proteine per Luca”
– Uova strapazzate – concluse Arturo – La mamma aveva già previsto.
Merci.
– Ringrazia tua madre. Sono tre giorni che prepara il viaggio. Ci sono valige e borsoni di roba tua dappertutto.
– Le do un bacio quando si alza.
– Prima di cucinare però ti leggo qualcosa – concluse Arturo con una strizzata d’occhio.
– No, Pa’, pietà, non sono più un bambino…

Era vero, rifletté Arturo, non lo era più. Non era più il bambino cicciottello e solitario che lottava contro un appetito da orco. Ormai era un ragazzone asciutto e sportivo, con un sacco di amici, anche se la voracità era rimasta intatta. Lui se ne rendeva conto ma quando guardava il figlio – riccioluto come da piccolo e con le guance rosse – gli mancavano le parole e la maniera per parlargli delle cose importanti: del tempo che passa, della nostalgia, delle paure. Finiva per proporgli da mangiare o un libro da leggere.
– Che c’entra – si difese Arturo – è per condividere.

Prima che il figlio potesse replicare, Arturo si sedette vicino a lui, aprì la Guida e lesse dalla prima pagina:
“E poi” – attaccò – “un certo giovedì” – ehm, si schiarì la gola – “quasi duemila anni dopo che un uomo era stato inchiodato” – ehm, ehm – “a un palo…” – scusa Luca, è che ci ho perso l’abitudine. Non ti leggo più storie da anni, è un po’ imbarazzante. Poi tu mi guardi pure…
– E come faccio? Non ti guardo?
– Girati, fa il favore.
– Guarda che non te l’ho chiesto io di leggere ad alta voce.
– Girati e zitto.

Luca si voltò a guardare la parete e Arturo riprese dall’inizio:
“E poi un certo giovedì” – ehm – “quasi duemila anni dopo che un uomo era stato inchiodato a un palo per avere detto che sarebbe stata una gran cosa provare, tanto per cambiare, a volersi bene, una ragazza seduta da sola a un piccolo caffè di Rickmansworth capì a un tratto cos’era che per tutto quel tempo non era andato per il verso giusto, e finalmente comprese in che modo il mondo sarebbe potuto diventare il luogo di bontà e felicità. Questa volta la soluzione era quella giusta, non poteva non funzionare, e nessuno sarebbe stato inchiodato ad alcunché. Purtroppo però, prima che la ragazza riuscisse a raggiungere un telefono per comunicare a qualcuno la sua scoperta, successe una stupida quanto terribile catastrofe, e di quell’idea non si seppe mai più nulla. Questa non è la storia della ragazza. È la storia di quella stupida quanto terribile catastrofe, e di alcune delle sue conseguenze.”
– Che ne pensi? – chiese Arturo – È forte come inizio, no?

Nel frattempo, Luca aveva tirato fuori dal frigo un tetrapak formato famiglia che conteneva il succo di una decina di frutti tropicali sconosciuti.
– Sì papà, l’avevo letto – rispose trangugiando – È originale.
– Allora senti questo passaggio sul Presidente della galassia.
Dal piano di sopra arrivò lo scroscio della doccia.
– La mamma si sta alzando – disse Arturo – sbrighiamoci che lei della Guida non ne vuole più sentire parlare.
– Dalle torto…

Arturo sfogliò ancora qualche pagina e riprese a leggere:
“Il presidente, in particolare, è soltanto un prestanome: non esercita in effetti il benché minimo potere. È sì scelto dal governo, ma le qualità che deve dimostrare di avere non sono quelle tipiche del leader: la sua fondamentale qualità è saper provocare scandali.”
– Scritto negli anni Ottanta. Pare che parli di oggi – concluse Arturo. Poi:
– Se hai finito col succo, quello va in frigo.
– In effetti. È molto attuale… – rispose Luca, rimettendo a posto il cartone.
– Ce n’è un altro simile, ascolta:
“Solo sei persone in tutta la Galassia sapevano che il compito del presidente non era esercitare il potere ma allontanare l’attenzione della gente da esso.”
– Non ti sembra che parli proprio di lui? – concluse Arturo.
– Sì, lo so. Fa paura…
– Hai ragione. Non facciamoci rovinare la giornata. Eccoti l’ultima:
“Oggi dev’essere giovedì” si disse Arthur chinandosi sopra la sua birra. “Non sono mai riuscito a capirli, i giovedì.”
Arturo chiuse il libro e sorrise soddisfatto:

– Invece oggi è domenica. E io ti faccio le uova – disse.
– Papà, le avevo viste le sottolineature. Ho visto anche le tue annotazioni.
– Le ho aggiunte nel corso degli anni – rispose Arturo armeggiando con la padella.
– Sei una schiappa.
– Con le uova?
– No, con le annotazioni. Nel libro, hai scritto dappertutto cose come: ‘fico!’, ‘profetico!’, “Trillian dove sei?”
– Ragazzino, non è che perché cominci ‘Matematica’ in ‘Germania’, puoi fare lo scienziato col tuo vecchio padre… – rispose.

Era contento di sé per non aver lasciato trasparire il fastidio che gli davano le parole ‘Matematica’ e ‘Germania’. Le scelte accademiche di Luca negli ultimi mesi avevano acceso vive discussioni fra lui e sua moglie.
– Poi – aggiunse – non avevo neanche diciott’anni. Un po’ di comprensione. Ho annotato anche cose interessanti qualche anno dopo.
– Il parallelo fra il protagonista e i migranti è originale – ammise Luca – anche se poi lo paragoni a te stesso.

Arturo era concentrato a rimuovere dall’albume i pezzi di guscio d’uovo finiti in padella.
– Se ci pensi bene – rispose – la storia di Arthur Dent che deve lasciare la sua terra, anzi il pianeta Terra, perché al suo posto ci devono fare un’autostrada intergalattica, assomiglia un po’ all’odissea degli emigranti climatici, dei profughi di guerra e sfollati di ogni tipo.
– E tu che c’entri?
– Beh, in un certo senso, sono scappato anch’io dalla mia terra, per come la stavano riducendo. Anche quella l’hanno asfaltata come un’autostrada.
– Mi hai sempre detto che sei partito per vedere il mondo.

Arturo rimase in silenzio per qualche secondo fissando la padella. Alla fine rispose:
– Anche…
Luca non volle insistere e prese a giocare con Ringhio, cercando di portargli via il calzino che stava smangiucchiando.
– “Trillian, finalmente ti ho trovata!” – riprese poi, lasciando il calzino al cane – pure quello l’hai scritto da adolescente, papà?

Arturo accelerò la strapazzatura delle uova e gliele servì, senza dire una parola.
– Grazie papà ma non mi hai risposto su Trillian.
Arturo gli si sedette di fianco:
– Ho scritto pure questo? – chiese senza guardarlo.
– Sì. Tutto in maiuscolo.
– Non ero adolescente – ammise Arturo fissando il lampadario – L’ho scritto quando ho incontrato tua madre, qui in Francia.

Luca quasi si strozzò col boccone, cercando di soffocare una risata.
– Non una parola con tua madre!
– Pa’ – riprese Luca – posso farti una domanda?
– Non c’è problema, figlio, però masticalo il cibo prima d’ingoiarlo.
– Perché le uova…sput… così… sput… croccanti? – disse Luca, sputacchiando nel piatto pezzi di guscio.
– Avresti dovuto scegliere l’Orzobimbo…
– Non era questa la domanda.
– Sputa, la domanda.
– Eri pronto?
– Per cosa?
– Quando sei partito, eri pronto?

Arturo indovinò i pensieri che si agitavano veloci nella testa del figlio, l’angoscia che lo teneva sveglio da qualche notte, i suoi silenzi. Si alzò per prendere la caffettiera e riempì due tazze.
– No, per niente – rispose, aggiungendo lo zucchero – mi sono lasciato convincere da un amico, come nel libro. Ma in effetti non ero pronto.
– Però – concluse sorseggiando il caffè – probabilmente quell’amico mi ha salvato la vita, come nel libro. E tu?
– Cosa?
– Sei pronto?
– No – rispose Luca smettendo di mangiare.
– Nessuno è pronto – riprese Arturo – Mastica bene.

Arturo prese ad accarezzare Ringhio: il pelo lungo e marroncino del cane lo rilassava.
– Se vuoi proprio saperlo – continuò – prima della partenza ero angosciato e mi sono andato a rileggere la Guida. È uno di quei libri che mi fanno stare sempre bene, anche se lo rileggo dieci volte. Ci trovo sempre qualcosa. E in quel momento, una frase del romanzo mi ha ispirato.
– Quale?
– “Non fatevi prendere dal panico”.
– È il primo comandamento per gli autostoppisti galattici. Ha funzionato?
– No, mai. Anche negli anni a venire, il panico ha sempre avuto la meglio.
Luca sorrise. Era da giorni che non lo faceva. Il cane gli si avvicinò in cerca di carezze.
– Solo una volta ha funzionato davvero – aggiunse Arturo – Fu con tua madre.
– Cioè?
– La prima volta che l’ho vista, eravamo in un negozio di roba usata: fumetti, dischi, libri, di tutto. Mi sono trovato davanti questa ragazzona tutta curve, con le labbra rosse, i capelli blu e i piercing al naso. Frugava fra i dischi e sembrava incerta fra uno dei Led Zeppelin e un Miles Davis. Sotto il braccio aveva una vecchia copia di Watchmen. Per me fu come vedere la Venere di Botticelli, coi piercing, sorgere dalle acque.

Il rumore familiare dell’asciugacapelli dal piano di sopra ricordò ai due che la diretta interessata era sveglia.
– Tralasciamo il paragone col quadro – disse Luca – che secondo me non regge. Ma che c’entra con la Guida?
– Beh, non sapevo come avvicinarla. Ero timido. Mi è tornato in mente il “Niente panico” della Guida e mi sono deciso a parlarle.
– Che le hai detto?
– Che scegliere fra due capolavori era un delitto. Che io avrei preso un disco, lei l’altro, e li avremmo ascoltati insieme.
– Ha funzionato?
– Tu che dici?
– Questa cosa la mamma non me l’ha mai detta.
Arturo sorrise sornione, rimettendosi ai fornelli per preparare un secondo giro di uova strapazzate.

– Pa’, un’altra cosa – disse Luca.
– Dimmi.
– Cos’è Quarantadue? – chiese bevendo il caffè.
– Ah, finalmente parliamo di cose serie – disse Arturo.
Abbandonò la padella sul fuoco e si piazzò vicino al figlio:
– Quarantadue è il cuore del libro. Il numero che risponde alla domanda sul perché dell’esistenza, della vita, dell’universo e tutto quanto.
– Pa’…
– Non vorrei spoilerare troppo, però devi sapere che il romanzo parla di una civiltà che costruisce il computer più potente di tutti i tempi – Pensiero Profondo si chiama – per ottenere la risposta definitiva al senso dell’esistenza. Dopo migliaia di anni di elaborazione, il megacomputer dà una risposta: quarantadue. Solo che, dopo tante generazioni, la domanda non se la ricorda più nessuno!
– Papà, le uova!
Arturo corse a girare le uova che cominciavano a fumare.

– Il libro l’ho letto per intero – aggiunse Luca – e ho afferrato il concetto: gli umani cercano risposte anche se non hanno capito quali domande fare; o forse, che le risposte senza le domande giuste servono a poco.
– Ne sai più di me. Allora perché me lo chiedi?
– Vorrei sapere cos’è il Quarantadue che hai scritto tu alla fine del libro.
Le uova erano pronte e Arturo gliele servì. Si sedette di nuovo.

– Ah, quello… – disse guardando il fondo della sua tazzina: non c’era più un goccio.
– Sì. Hai scritto: “È arrivato Quarantadue!”
– E non l’hai capito? – chiese, raccogliendo col dito i resti di zucchero sul fondo.
– No, perché? Avrei dovuto?
– Mettiamola così: quando sei nato, tu sei stato la risposta a una domanda che neanche sapevamo di aver formulato, o che forse avevamo dimenticato.
– Io?
– Sì.
– Vuoi dire che non sono stato voluto – disse Luca, battendo la tazza sul tavolo – Me lo immaginavo.
– Voglio solo dire che non sei stato programmato. Tutto qui – precisò Arturo.
Nessuno dei due parlò più, entrambi concentrati sul cane ai loro piedi che li guardava indeciso su chi scegliere per le carezze.

– Cosa ti è piaciuto del libro? – chiese Arturo per spezzare il silenzio.
– Che mi ha sorpreso – rispose Luca evitando lo sguardo del padre – Leggendo ho pensato a cose che in apparenza non c’entrano niente, come i Monty Python per esempio.
– Bravo. Anch’io.
– Sai che l’autore ha collaborato col gruppo? – disse Luca, lanciando un calzino a Ringhio.
– Ma che dici?
– Sì, ti assicuro. Me l’ha detto Marvin.
– Marvin, il robot depresso del libro?
– Non esattamente. Ho notato che Marvin, appunto il robot pessimista della Guida, assomiglia molto a una IA con cui discuto. Allora l’ho ribattezzata Marvin.
– Tu discuti con l’IA? – chiese Arturo sparecchiando.
Luca lo seguì al lavello per sciacquare.

– Sì – disse – E mi ha confermato che Adams e alcuni Monty Python erano proprio amici.
– Incredibile! – esclamò, riempiendo di schiuma il lavandino – ci avevo davvero preso da ragazzo.
– E musicalmente – continuò Arturo – il romanzo ti ricorda qualcosa?
– I ricchi e poveri – rispose l’altro asciugando le stoviglie con uno strofinaccio.
Arturo si adombrò e si girò a guardare il figlio:
– Mi prendi in giro?
Luca sorrise e lo colpì con lo strofinaccio:
Je rigole, papà, rilassati. In effetti mi ricorda delle cose dei Pink Floyd di Syd Barrett, tipo Interstellar overdrive o Astronomy Domine.
– Giusto. L’ho pensato anch’io, tanti anni fa.
– Anche con loro erano amici, lo sapevi?
– Noo! Ma io da piccolo ero proprio un genio. Te l’ha detto Marvin?
– No, Claude.
– Un’altra IA?
– No, un’amica.
Arturo si fermò. Avevano lavato e asciugato tutto.

– Mannaggia, mi stai confondendo – disse – Qualunque cosa sia, spero che non sia artificiale.
– Tranquillo, papà, ho controllato: lei non ha niente di artificiale.
– Queste cose non le voglio sapere. 
– E i miei fratelli? – chiese Luca.
– Cosa, i tuoi fratelli?
– Loro sono stati… programmati?
– La fai sembrare una cosa fredda, da fantascienza sociologica.
– Non mi hai risposto.
– Loro… ce li aspettavamo.
– Allora è come ho detto: a me, non mi volevate.
– Senti – disse Arturo – non ho più voglia di discutere di questa storia. Ti stai impuntando su una fesseria.
Si accovacciò per accarezzare Ringhio. Dopo un lungo silenzio, riprese:
– Ti ricordi la bici che volevi per il diploma? Quella nuova, con un sacco di ammortizzatori inutili, e tanto tanto costosa?
– Beh, sì. L’ho scelta io.
– La volevi per il diploma, giusto? Invece l’hai avuta un anno prima, per andarci a scuola. Come l’hai preso quell’imprevisto non programmato?
Luca non rispose.
– Se vuoi saperla tutta – continuò Arturo – io volevo perfino iscriverti all’anagrafe col nome di Quarante-deux.
– Non ci credo.
– Ma tua madre non ha voluto saperne e all’anagrafe mi ha fatto una scenata. Così abbiamo ripiegato sul grande George, che Dio ce lo preservi.
Luca stava per ribattere, quando una figura femminile infagottata, coi capelli presi dentro un asciugamano-turbante da cui sfuggiva qualche ciocca blu, si materializzò sulla soglia della cucina.

– Ancora così state? – disse.
Arturo non poté fare a meno di ripensare a quando l’aveva incontrata, anni prima. Certo, la vestagliona spessa e le pantofole dei Simpson non le rendevano giustizia, ma sotto quella protezione contro il freddo polare, la sua Trillian era bella come allora.
– Vediamo di sbrigarci, tutti e due – continuò lei – che il treno per Berlino non aspetta.
– Hai finito le valige? – Chiese a Luca.
– Manca poco, mamma, vado subito – Rispose lui, scappando in camera sua.
– Ancora quella storia di Quarante-deux? – disse poi ad Arturo, dandogli un buffetto sulle chiappe – Niente male, chéri.
– Peccato che la Guida non parli anche dei rapporti fra padri e figli – rispose Arturo raccogliendo i calzini di Ringhio – “Non fatevi prendere dal panico” funziona poco e niente con loro.

Appena finita quella frase, Arturo ebbe la sensazione di aver afferrato ciò che gli era sempre sfuggito sul rapporto coi figli. Stava per parlarne alla moglie, ma si lasciò distrarre da Luca che era tornato giù:
– Il mio libro – disse Luca afferrando la Guida.
E di quell’idea non si seppe mai più nulla.

I LINK:
Atronomy domine
Interstellae overdrive
No time no space
Monty Python

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *