
Rivoluzionaria e ostinata, tenace e caparbia, indomabile, Maria Occhipinti costituisce l’esempio di come si possano cambiare le cose con coraggio, fermezza e soprattutto volontà perseverante.
L’infanzia triste fatta di privazioni e di punizioni inflitte da chi la considera un “cavaddu fausu”, una giumenta da lasciare a pane e acqua affinché si calmi, la sua figura di donna incinta di cinque mesi che ferma i carri armati, il suo peregrinare per il mondo, il suo non volersi sottomettere ad un destino imposto da altri solo perché si nasce donna.
«Mi domandavo chi avesse inventato queste tradizioni e perché la donna fosse considerata un essere da sottomettere e dominare».
Anarchica, femminista, pacifista, scrittrice, questo e molto altro è Maria Occhipinti, la pasionaria di Ragusa.
Per provare a sfuggire alla sua condizione di donna sottomessa dal maschilismo imperante, Maria non trova altra strada che sposarsi. Dopo la mobilitazione del marito alle armi, prende coscienza della realtà del fascismo e della guerra e si impegna attivamente contro ogni discriminazione a carattere sessuale e/o sociale dichiarando la sua personale guerra all’arroganza militarista.
La sua caparbia è tale che si pone a capo del movimento antimilitarista del «Non si parte», che nasce la mattina del 4 gennaio del 1945, a Ragusa, quando la ventitreenne Maria, incinta di cinque mesi, si stende a terra tra Corso Vittorio Veneto e la Via 4 Novembre davanti ad un camion militare carico di giovani rastrellati da un quartiere popolare di Ragusa.
«Una mattina di dicembre del 1944, scuro in volto, il postino mi porgeva una cartolina rosa….Un’altra cartolina come quella il postino me l’aveva portata tre anni prima, ma allora non capivo nulla della guerra, non sapevo nemmeno che cosa voleva dire guerra. […] Come dimenticare gli allarmi, e la mia prima bimba, morta appena nata, per gli spaventi e la troppa fame patita?». Così Maria Occhipinti racconta in Una donna di Ragusa.
Maria comprende subito che bisogna fare qualcosa, che quelle cartoline rosa vanno strappate, che è necessario opporsi. Adesso Maria sa cosa vuol dire guerra, lo sa l’uomo che durante un comizio in pizza San Giovanni gridò: «Ridammi i miei due figli, maledetta Patria», lo sa la donna molto religiosa del rione, colei che ha un figlio prete e una suora, e che si rivolge a Maria con parole decise e disperate: «Perché devono partire questi giovani, se la Sicilia è occupata? Lei che è un tipo coraggioso ci dia una strada», lo sapeva il partito, con Li Causi che aveva dato l’ordine di non partire per non tradire i fratelli del Nord che lottavano per liberare l’Italia dal fascismo.
È la mattina del 4 gennaio 1945, sono le 10. Le donne “della Russia”, il quartiere rosso di Ragusa che va da via IV Novembre a via Mario Leggio, corrono a chiamare Maria: «Venite, venite sullo stradone, comare, voi che sapete parlare, voi che vi fate sentire e che avete coraggio, venite a vedere che gran camion che c’è e si sta portando i nostri figli».
Maria non ha tentennamenti e parte alla testa delle altre donne.
«All’incrocio dello stradone (corso Vittorio Emanuele) con via IV Novembre, mi trovai dinanzi al camion, seguita dalle altre donne. Ci avvicinammo agli sbirri, che erano armati, cercando di persuaderli: «Lasciate i nostri figli, per carità, lasciateli». Qualcuna tentava di disarmarli o s’inginocchiava per commuoverli: «Ridatemi il mio unico figlio». Dei giovani piangevano, altri avevano nello sguardo lampi di odio. Ma i poliziotti erano impassibili, il camion riprendeva la sua marcia lenta e inesorabile.
Allora urlai: «Lasciateli!». E mi stesi supina davanti alle ruote del camion. «Mi ucciderete, ma voi non passate». Un soldato fece: «Passiamoci sopra, non possiamo infrangere gli ordini». Le donne gridarono: «È incinta da cinque mesi, non le fate male, per carità!». I poliziotti mi rialzarono da terra e cercarono di convincermi a tornare a casa, che i giovani li portavano al distretto e poi li rilasciavano subito.
Ma io continuai a protestate e a oppormi col mio corpo disteso nel fango della strada».
Scoppia così un’insurrezione antimilitarista, l’insurrezione del non si parte!.
Accorrono altre persone, la folla non indietreggia e costringe i soldati a lasciare andare i giovani che subito si disperdono tra la gente. Ma non è finita: i soldati non trovano di meglio che sparare sulla folla. Dopo giorni e giorni di violenti scontri, la rivolta viene schiacciata con l’arrivo della Divisione Sabauda.
Almeno un centinaio di insorti, soprattutto comunisti, vengono arbitrariamente incarcerati. Maria è l’unica donna condannata prima al confino (Ustica) e poi al carcere Benedettine di Palermo (successivamente la storiografia ufficiale bollò quell’evento come un rigurgito fascista e un tentativo di separatismo).
Maria Occhipinti è stata una donna che ha sentito sempre forte la responsabilità civile di difendere le categorie sociali più deboli della sua Sicilia sin dagli anni del Fascismo. Definita anarchica e libertaria, si è battuta per i diritti delle donne senza abbracciare nessuna fede politica, restando però molto vicina al femminismo. Il suo spirito d’iniziativa sarà sempre personale e comune insieme, libero così com’è libera la sua parola poetica, e com’è stata la sua prosa in Una donna di Ragusa, Una donna libera e Il carrubo e altri racconti e e i suoi versi raccolti in Anni di incessante logorio.