
Come il telegrafo e la radiotrasmittente di Guglielmo Marconi. Così anche la cabina telefonica è diventata un reperto storico. Io me ne sono resa conto nel 2016, in viaggio a Milano, durante la visita al Museo Nazionale della Scienza e della Tecnologia. D’un tratto mi fu chiara l’evidenza: benché per le strade qualche esemplare di telefono pubblico fosse ancora fruibile, un’epoca era definitivamente terminata. Eppure io le avevo usate le cabine telefoniche. In gita per tranquillizzare i miei genitori, nei mesi estivi per parlare con la nonna rimasta in città, a Natale per sentire gli amici lontani altrimenti irraggiungibili e chissà in quante altre occasioni. Oggi, nella collezione permanente del museo è esposta ed è sperimentabile in maniera interattiva la cabina telefonica SIP classica, quella con la cornetta pesante, la struttura in metallo e le iconiche pareti gialle; queste erano diffuse in tutte le città negli anni Settanta e Ottanta, poi le porte sono diventate rosse negli anni Novanta e poi, oggi, completamente invisibili come il resto della struttura.
Eppure la cabina del telefono possedeva una magia antica e moderna al contempo, riportava ad un colloquiare intimo con l’interlocutore, conservava un fascino discreto capace di mettere in collegamento con qualcuno dall’altra parte della città o del mondo. Il tempo di conversazione e la distanza da colmare erano legati alla disponibilità economica di gettoni e monete. Chiamare in città era diverso che fare un’interurbana, telefonare di notte era più economico che farlo di giorno. E poi bisognava conoscere il numero di telefono, digitarlo. Insomma, se volevi chiamare qualcuno dovevi averne davvero l’intenzione.
La prima vera cabina del telefono stradale pubblica è comparsa a Londra negli anni Venti del secolo passato. L’iconica “Red Telephone Box” come la chiamano i londinesi, è diventata un simbolo del design britannico nel mondo. La sua forma definitiva è stata affidata alle sorti di vari concorsi indetti allo scopo e, alla fine, vinse Giles Gilbert Scott con la sua K2. Scott creò una struttura neoclassica dall’aspetto elegante e classico con una cupola, fessure per l’areazione e vetrate all’inglese. Le cabine dovevano essere di un sobrio color argento ma poi si optò per un rosso acceso più visibile nella nebbia londinese. Il resto è storia.
In Italia la prima cabina telefonica italiana fu installata a Milano, in Piazza San Babila, il 10 febbraio del 1952. La SIP rese capillare e standard la presenza nelle città italiane. Piccole “stanze” gialle 90×90, posizionate in luoghi strategici con le porte chiuse permettevano di telefonare alla famiglia lontana, all’innamorata, ad amici e colleghi di lavoro. Si pagava ogni telefonata, lo “scatto”, cioè la risposta alla chiamata, e poi i minuti di conversazione. Cadevano giù rumorosamente i gettoni e le monete, segno che il tempo rimasto era poco e occorreva terminare in fretta gli argomenti. Dietro la loro presenza capillare nelle città c’era un’esigenza sociale. Quelle cabine di nemmeno un metro quadrato servivano dapprima per democratizzare la comunicazione, in un periodo in cui il telefono fisso in casa era un lusso per pochi. Poi sono diventate un servizio per chi era fuori casa e aveva esigenza di comunicare qualcosa, un luogo di burla per fare scherzi telefonici senza essere riconosciuti, un posto dove rifugiarsi e abbattere distanze ascoltando la voce di una persona cara.
Le cabine erano centri di incontro dove, spesso, si faceva la fila in attesa del proprio turno e chi aveva comunicazioni urgenti e vedeva un giovane in fila chiedeva di passare per primo perché immaginava una lunga telefonata tra innamorati.
Poi pian piano sono arrivate le schede telefoniche prepagate, più comode, che concedevano anche tempi più dilatati per chiacchierare. Dopo gli storici e indistruttibili gettoni, le moderne schede colorate con gli angoli da staccare sono diventate oggetti di culto da collezionare, con tirature limitate a tema, da 5.000 o 10.000 lire. Di fatto hanno segnato un primo passaggio tecnologico, prima della scomparsa definitiva.
Negli anni Novanta, le cabine del telefono diventano rosse come le cugine inglesi, ma il loro tempo è ormai quasi scaduto. Iniziano a diffondersi i telefoni cellulari con cui si può chiamare da ogni luogo, a qualunque orario e dappertutto nel mondo. Così, con l’arrivo degli anni Duemila, è iniziato il piano di rimozione di questi piccoli luoghi diventati non solo parte del paesaggio urbano ma anche custodi di speranze, segreti, giochi, promesse e sogni.
Di certo abbiamo eliminato una struttura ormai obsoleta e forse scomoda per i nostri tempi che ci vogliono sempre connessi e raggiungibili. Sull’essere realmente in contatto, invece, resta qualche dubbio. E’ vero, abbiamo guadagnato la reperibilità perenne, ma abbiamo perso il rito. Resta l’eco di quel gettone che cadeva con un rintocco metallico: l’ultimo segnale acustico di un tempo in cui, per dirsi qualcosa, bisognava lasciarsi il mondo alle spalle.