Sono anni che devo fare spazio in cantina. Là sotto c’è una montagna di cose accumulate negli anni, che non uso più. Buttarle è difficile, soprattutto i cartoni pieni di libri, musicassette e CD. Ogni volta che ci provo mi prende il magone e alla fine trovo sempre una scusa per lasciare tutto com’è. Ormai però non posso più rimandare. Il trasloco è imminente. Mia moglie ha già fatto pulizia fra le sue cose, adesso tocca a me.

Come sempre, rovistando, tornano a galla i ricordi. Fra le cassette ritrovo la mia preferita di quando avevo vent’anni – ma come si fa a buttare i primi Litfiba? – e pure il walkman che usavo negli anni Novanta. Nel cartone c’è anche un album fotografico sbrindellato. Ha una copertina trash come gli anni Ottanta: cagnolini col fiocco rosso dentro un cesto di vimini. È l’unico album sopravvissuto a tutti i miei traslochi. Chissà come c’è finito lì dentro.

Le foto, libere dalla colla ormai evaporata, stanno tra le pagine a casaccio. Mi salta all’occhio quella di quattro ragazzi sotto una luce dorata da primo mattino. Coi borsoni ai piedi, posiamo davanti a un cancello enorme addobbato da bandiere militari, fra due grandi leoni di pietra. Mi sorprende quanto sembriamo giovani. A guardare bene le facce, si capisce la notte difficile appena passata su un treno. 

Quello al centro con gli occhiali sono io; alla mia sinistra Salvo, con una specie di spolverino lungo; a destra Giorgio, e dietro Carmelo. Eravamo stanchi, infreddoliti e angosciati per l’incertezza di quello che sarebbe stato.

Cerco delle pile nuove e le metto nel walkman, poi faccio partire la cassetta. Funziona! Nelle mie orecchie risuonano le chitarre metalliche degli anni Ottanta; Lulù e Marlene mi porta altrove, indietro, a una vita prima.

Arrivai correndo fin dentro l’ufficio postale, bagnato fradicio e col fiato corto. Nella foga rischiai pure di finire addosso a un vecchietto: quello sussultò e stava per prendermi a male parole ma io ero già dentro, sparito in mezzo alla gente.

Ero proprio zuppo. Mia madre mi aveva raccomandato di prendere un ombrello, ma che ne sapevo io che a febbraio, dopo il sole delle dieci, alle undici veniva giù il diluvio? 

Alla posta dovevo recuperare una raccomandata. Secondo lei poteva essere il rimborso di una multa – “sì, vabbè, mamma, quando mai…”  – o un verbale da pagare. Comunque, da ritirare subito. Me lo ripeteva da tre giorni che se aspettavo ancora, finiva che la rimandavano indietro.

– Non ho tempo. Ho da fare, ma’!

– Giulio, sei disoccupato. È dal diploma che non fai niente tutto il giorno. Che hai da fare?

– Cose mie, ma’…

– Cose tue, d’accordo. Però vai alla posta che è urgente. E al ritorno compra il pane che sennò stasera chi lo sente a tuo padre.

– Okké, ci vado. I picciuli?

– Ieri ti ho dato cinquantamila lire, abbastano.

– Ma’, quelli erano per la benzina!

– Mii! Ancora benzina? Ma quantu sfardi, figghiu miu?! Nel borsellino, prenditi diecimila lire. Fatteli bastare anche per stasera.

Se, se, ci invito pure gli amici con tutti ‘sti soldi.

– Fai meno lo spiritoso e portati l’ombrello che fra poco piove.

Io gli ombrelli non li ho mai potuti soffrire, lei lo sapeva. Così, fra il paracqua rifiutato e il mio fancazzismo – come diceva lei – la discussione finì male e io uscii di casa sbattendo la porta. Misi le cuffie coi miei Litfiba – le note fredde e malinconiche di Eroi nel vento che mi portavano in posti lontani – e m’incamminai. Dopo neanche due isolati cadevano le prime gocce, poi di colpo il diluvio. 

Dentro la grande sala della posta centrale c’era un bel calduccio – dopo la pioggia ghiacciata, poi… – però c’era troppa gente. L’umidità mi appiccicava addosso i vestiti e mi appannava gli occhiali. Sportelli liberi non ce n’erano: tutti occupati da file lunghissime di anziani che venivano a ritirare la pensione. Per passare il tempo chiacchieravano fra loro producendo un brusio continuo, un sottofondo fastidioso, come l’odore di sigaretta fredda che stagnava nell’aria.

Alcuni di loro arrivavano prestissimo, molto prima dell’apertura degli sportelli. Scrivevano il nome su bigliettini di carta impilati in ordine di arrivo, sotto una pietra, sul gradino d’ingresso. All’apertura, i nomi venivano consegnati al direttore dell’ufficio, come base indiscutibile per la coda allo sportello.

I vecchi occupavano ogni metro calpestabile della sala d’attesa. Avevo già accompagnato la nonna a prendere la pensione e sapevo cosa succedeva se incrociavi lo sguardo di uno di loro: quelli, quando si annoiano, hanno bisogno di farsi i cazzi tuoi. Ti riempiono di domande, vogliono sapere di chi sei figlio, ti raccontano dei nipoti, poi passano alle malattie e ai morti del mese. Io però non mi facevo fregare. Se un vecchietto si avvicinava con l’aria di conoscermi e cominciava a dirmi “Ma tu, nun si niputi di Pitrinu, detto occhiodicrasto?“, io facevo un cenno con la mano a qualcuno dietro di lui: “Arrivo…”, dicevo. Mi scusavo col vecchio e mi dileguavo tra la folla.

Lungo le pareti c’erano diverse panchine, tutte zeppe. Notai però che su di una, vicino all’entrata, c’era un posto libero. Anzi, quasi libero, perché sopra c’era un foulard a fiori. Con tutti quegli anziani in giro, trovare da sedersi era quasi impossibile. Non era il caso di farsi tanti scrupoli, il foulard era stato sicuramente dimenticato; aveva pure un buon odore, così mi sedetti e lo usai per asciugarmi. Il tessuto si prestava poco allo scopo ma riuscii a tamponare un po’ la faccia e le mani, e mi ci pulii pure gli occhiali.

Ripresi fiato. Rimisi le cuffie e tirai fuori dai jeans l’avviso che il postino aveva lasciato a casa: un cartoncino giallo, ormai sgualcito e umido. Avvisava di ritirare una raccomandata, cosa normalissima se non fosse stato che sopra si leggeva il mio nome. Mi era già capitato di ricevere posta a nome mio: il diploma di Ragioneria, per esempio, l’avevo ricevuto per posta, che la segreteria della scuola era inaccessibile per lavori; il certificato per le elezioni – il mio primo voto: lo avrei dato a Pannella! – pure quello per posta; ma a parte questo… una raccomandata, a me… Stai a vedere che è proprio una multa…

Stavo guardandomi in giro per capire a che sportello avrei potuto ritirare la raccomandata, quando il vecchietto seduto a fianco a me, mi toccò. Io ero immerso nelle parole di Desaparecido, e farmi tastare da uno sconosciuto mi irritò.

– Che c’è?! – ringhiai, togliendomi le cuffie.

– Ti sei assuppato sano – ripeté quello più forte – Non l’hai preso il paracqua?

Prima di mandarlo affanculo, lo guardai meglio e capii perché si prendeva tutta quella confidenza: era mio zio, ‘u ziu Calo’ per la precisione.

Lo zio aveva un’ottantina d’anni che si portava abbastanza bene: ancora bell’uomo, con una folta chioma candida sopra occhi cerulei e un paio di baffi bianchi. Dentro il suo abito scuro con cravatta – probabilmente quello del giorno di pensione – sembrava Paul Newman. Da lui non potevo scappare.

– Come va col lavoro? – attaccò subito.

– Zio, mi sono diplomato l’estate scorsa. Non ce l’ho un lavoro.

– Biii, l’estate scorsa… Sono già passati sei mesi. Ancora non lavori?

– No, zio. Non lavoro.

Figghiu miu, ti devi dare da fare. Il tempo passa. Che lavoro cerchi?

– Non lo so zio. Ho fatto ragioneria ma non è che mi piace come mestiere. Stavo pensando di iscrivermi all’università. Sto riflettendo…

Ca quali università! Per fare il disoccupato? Sienti a mia, domani andiamo a parlare con un amico mio al mercato ortofrutticolo e vediamo se ti possiamo sistemare.

– Grazie zio. Ma io volevo iscrivermi a Lettere.

– Al mercato ci hanno tutto, credi a mia: nummera, lettere, pummarora, milinciani…

Mi guardai in giro cercando qualcuno che mi salvasse dall’interrogatorio.

E ‘a zita chi dici? – riprese lui.

– Non ce l’ho – risposi secco.

– Alla tua età? Sei ancora schiettu?

– Alla mia età? – protestai – Zio, vent’anni ho!

– Venti? Ancora peggio… Ma poi… mi dicisti che ti sei diplomato l’anno scorso…

Abbassai gli occhi:

– Ho perso un paio d’anni – ammisi.

Ti facisti pure abbullari?!

A quel punto ne avevo abbastanza:

– Zio, ma quand’è che ti fai i ca… – stavo dicendo, quando a pochi metri vidi finalmente una possibilità di scampo.

– Arrivo… – esclamai in direzione della fila che mi stava davanti. Poi:

– Zio, ti saluto che mi chiamano. Sabbenerica! – E mi alzai per raggiungere la mia salvezza.

La mia salvezza, in fila allo sportello numero cinque, era alta, ben fatta, con un viso angelico e si chiamava Maria. Eravamo in classe insieme fino a pochi mesi prima. Lei era al primo banco, era uscita con un bel sessanta, mentre io stavo all’ultimo e avevo avuto un magro trentasei. Lei avrebbe avuto chissà quale carriera universitaria, invece io non sapevo neanche cosa avrei fatto il giorno dopo. Eravamo due mondi lontanissimi e non ero mai riuscito ad avvicinarmi. Dopo gli esami, avevo perso ogni speranza di rivederla.

Adesso però stava lì. Quando l’avevo chiamata per sfuggire allo zio, si era pure girata a salutarmi, e aveva sorriso.

– Ciao Giulio – disse.

Maria era magnifica, e asciutta. Asciutti i capelli neri raccolti dietro da cui fuggiva qualche ciocca, asciutto il viso bello e le labbra rosse, asciutto il cappotto blu sopra le curve che sapevo a memoria.

Io avevo i capelli appiccicati, il maglione pieno di pioggia, le Superga zuppe d’acqua. Mi sentivo un cane sporco e bagnato.

– Ciao Maria – risposi nonostante tutto.

– Dov’eri? Non ti ho visto arrivare.

– Stavo seduto lì – dissi indicando la panchina dello zio.

– Vicino a Paul Newman?

– Esattamente. Dove c’è il foulard, vedi? Qualcuno dev’esserselo scordato. L’ho usato per asciugarmi ma … guarda come sto messo…

Lei in effetti mi guardò, ma la sua faccia era dura.

– Quello era il mio posto – disse con voce fredda – ci ho lasciato il foulard apposta…

L’espressione del viso era glaciale, mentre io mi sentivo andare a fuoco. Non sapevo che dire, dove guardare.

– Aveva… un buon odore… – dissi infine a bassa voce.

Lei continuò a fissarmi severa, poi scoppiò in una risata:

– Vedessi la faccia che hai fatto!

– Io…

– Ti prendo in giro. Chi se ne frega del foulard.

– Meno male – dissi sollevato – Mi dispiace davvero. Non lo sapevo.

Maria abbassò lo sguardo e fece una cosa che le avevo già visto fare quando era in difficoltà durante le interrogazioni: si aggiustò le ciocche dei capelli dietro le orecchie.

– Allora, ti piace il mio profumo? – disse.

Di colpo avevo caldo. Mi sembrò di vedere del vapore alzarsi dai miei vestiti.

– Che ci fai qui? – chiesi, invece di rispondere.

– Devo ritirare una raccomandata. Mia madre dice che forse è una multa. Speriamo di no. Se l’ho presa io, mio padre mi fa a pezzi.

– Ma dai… Anch’io sono qui per una raccomandata. E mia madre ha detto la stessa cosa.

Lei mi sorrise, poi mi si avvicinò per parlarmi all’orecchio:

– Resta vicino a me – disse – così ti risparmi la fila.

D’istinto guardai dietro per essere sicuro che nessuno avesse sentito. Saltare la fila… Alla posta avevo già visto risse per molto meno. Subito dietro di noi toccava a una signora robusta, di mezz’età vestita tutta di nero, come la borsetta che stringeva al petto, guardando in cagnesco la gente. La faccia diceva che non aveva tempo da perdere: i bambini soli a casa, il sugo sul fuoco… Anzi, guardava male proprio me.

– Senti, non so se è il caso – sussurrai spiando la signora di sottecchi – Questa è gente che non scherza.

– Fidati di me – disse Maria – mio eroe nel vento.

Sorrisi anch’io, più sorpreso che convinto: che ne sapeva lei dei miei Litfiba?

Mi prese a braccetto e si rivolse alla donna:

– Scusi signora – disse – Siccome il mio fidanzato alla fine mi ha raggiunto…

La signora ci fissò con antipatia.

– Siccome – continuò Maria – lui lavora al Nord, abbiamo poco tempo, parte domani e ancora dobbiamo fare l’amore. Le dispiace se passa con me? Deve ritirare una multa.

Lo sguardo della signora, da torvo si fece interdetto, poi complice:

Ca certu, figghia mia – disse – Pure mio marito lavorava a Milano…

Stava per aggiungere qualcosa ma Maria tagliò corto:

– Grazie signora – E si girò, attirandomi a sé.

– Scusa – mi sussurrò – ma devi fare finta di abbracciarmi sennò questi attaccano un bottone che non finisce più.

I miei vestiti ripresero a fumare. Mi salvò la signora dello sportello:

– Il prossimo…

Maria ritirò la sua raccomandata. Era proprio una multa:

– Morta sono! – mi disse.

Diedi il mio avviso all’impiegata che da vicino riconobbi. Era la signora Cunsolo, madre di Peppe, compagno delle medie.

– Giuliuzzo, tu sei? Come ti sei fatto grande.

– Grazie signora. Come sta? Che dice Peppe?

– Bene. Si è iscritto in Economia e Commercio, a Catania.

– Sono contento. Me lo saluti quando lo sente.

– Certo, certo. Ma questa bella signorina è la tua fidanzata?

Mi sentii addosso lo sguardo spazientito del donnone dietro di me. Maria invece sembrava divertirsi.

– Sì signora. Posso avere la mia multa?

Me la diede e uscimmo dalla fila. La busta era nettamente diversa da quella della mia amica: bianca, anonima, senza tante informazioni, non sembrava affatto una multa. Mi affrettai ad aprirla seguito dallo sguardo attento di Maria. Dentro c’era un cartoncino giallo con l’intestazione del Ministero della Difesa: “… è chiamato a presentarsi alle armi presso… ” – diceva.

Sentii il bisogno di sedermi. Il foulard era ancora sulla panchina ma lo zio era andato via. 

– Devo partire – le dissi, occupando il posto sulla panchina.

Mi presi la testa fra le mani. Era vuota.

– Mio eroe nel vento? – chiamò lei.

– Puoi dirlo proprio – risposi.

– Ma tu non te l’aspettavi?

– Ho rimandato due anni per la scuola, poi volevo fare obiezione…

– Hai sbagliato i conti?

– Ho sbagliato tutto.

– Non ti buttare giù. Un anno passa in fretta.

– Eh, insomma. Ho sentito storie…

– Adesso esageri. Non è che ti mandano nel Vietnam.

– Volevo iscrivermi a Lettere… – dissi.

Maria si sedette, stretta contro di me nel poco spazio rimasto. Le presi la mano. Lei mi passò un braccio intorno ai fianchi. Feci lo stesso. Restammo così, allacciati, fino a sentire le formiche sulle braccia.

            La cassetta è finita da un pezzo ma io sto ancora con la foto in mano. Mi decido a rimetterla nell’album. Rimetto a posto anche Desaparecido. Nel cartone delle cassette ce ne sono a decine che avrei voglia di riprendere. Vecchie amiche che mi hanno accompagnato nei momenti di sconforto, nell’incertezza, nella noia. Sono tentato di mettere una cassetta di Guccini ma rinuncio: sarebbe letale. Il ricordo dei giorni andati mi ha già lasciato addosso una malinconia vischiosa. Che fine hanno fatto i ragazzi della foto? Dopo il congedo ho perso ogni contatto. Che fine ha fatto il senso dell’avventura di quegli anni? E la disperazione? L’assenza di prospettive? Fra i cartoni degli addobbi natalizi? In quale scaffale stanno le convinzioni che ero pronto a difendere contro tutto e tutti? Dove l’ho messo il ventenne che sono stato?

È per questo che non mi piace scendere qua sotto: ogni volta che metto mano agli scatoloni ci trovo dentro le stesse domande.

Poi una voce che mi chiama dal piano di sopra:

– Giulio, è pronto in tavola! – grida Maria.

– Arrivo… – rispondo, salendo le scale a due a due.

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