
Incontro con Marilena Licitra, cantante per vocazione e per destino figlia di Maria Occhipinti
Nella tua vita hai fatto la cantante lirica?
Sarebbe stato il mio sogno che ho inseguito per degli anni ma le difficili vicissitudini della mia vita mi hanno impedito di realizzarlo. Ho dovuto continuamente lavorare e il bel canto richiede costanza, diligenza e continuità. E comunque mi ci sono dedicata con passione e ho avuto la soddisfazione di fare molti concerti e recital, cantando in diverse lingue. Ogni volta il mio cuore si riempiva di gioia.
La mia vita è stata difficile assai. Sono Marilena Licitra figlia di Maria Occhipinti sono nata a Ustica dove mia madre scontava il confino per i fatti del NON SI PARTE del 1945 e dopo che lei decise di lasciare Ragusa l’ho seguita lungo tutto il suo peregrinare.
Ci puoi raccontare qualcosa per la rivista Operaincerta?
Con piacere. Nel 1961, avevo 15 anni, eravamo a Parigi dove ci eravamo fatto una cerchia di amici ma la nostra situazione economica era alquanto disagiata. Ed era anche difficile trovare lavoro perché a seguito della indipendenza dell’Algeria parecchi francesi erano rientrati e avevano la precedenza. Mia madre pensò allora di andare a New York, dove sicuramente si sarebbe guadagnato di più, ma gli ingressi regolari erano chiusi e allora optò per il Canada a Montréal e si rivolse così al Consolato Canadese.L’addetto del Consolato fu comprensivo, e procurò un visto di lavoro a mia madre per emigrare a Montréal. Lei aveva scelto la provincia francese (Québec) sia perché parlavamo bene il francese sia perché lì c’era un Conservatorio di Musica per i miei studi di Canto.
Quando finalmente racimolammo i soldi per andare in Canada – erano i primi di ottobre 1961 – dovemmo prendere la nave a Liverpool da raggiungere in treno. Ricordo benissimo la mia disperazione, non volevo lasciare Parigi, i miei amici, il piccolo mondo creato in quei pochi anni; in fondo al cuore nutrivo la speranza che quel distacco non si sarebbe avverato, ma ero minorenne e dovevo seguire mia madre.
Alla stazione vennero a salutarci tutti, ancora increduli della nostra partenza. Gli abbracci furono strazianti, trovavo disumano questo distacco. Nella mia giovane vita avevo avuto troppi addii, dovevo sradicarmi ogni volta per ricominciare d’accapo, all’infinito… queste situazioni mi hanno lasciato un grande trauma e per anni non sono stata capace di vedere un treno senza soffrire. Mia madre mi fece salire di forza, il treno cominciò a partire; dal finestrino salutai e guardai a lungo le figure che man mano si allontanavano, piangevo, mi sentivo il cuore scoppiare, ero inconsolabile.
Il transatlantico era bello, spazioso, mi sembrava di essere in crociera. Conobbi un ragazzo scozzese della mia età, Reginald: emigrava pure lui, doveva raggiungere dei parenti in Ontario. Ci capivamo a stento, la mia conoscenza dell’Inglese all’epoca era solo scolastica, ma avevamo simpatizzato e passavamo ore a scorrazzare sul ponte. I primi giorni della traversata andò tutto bene, pranzavamo al ristorante, l’atmosfera era piacevole. Ma quando le onde dell’Atlantico cominciarono a ingigantirsi, ebbi tanta paura e mi venne il mal di mare; rimasi per giorni chiusa in cabina. La nave si era trasformata in un vascello fantasma, eravamo in piena tempesta, in balìa della furia delle onde. Furono giorni lunghi e sofferti, avevo l’impressione che quel calvario non dovesse finire mai. Per fortuna, man mano che ci avvicinavamo alla costa canadese, l’oceano si calmava, pian piano ci riprendemmo.
Che emozione scorgere la costa che si avvicinava sempre di più… quanti timori nei nostri cuori ma anche quante speranze!
Sbarcammo a Montreal il 31 ottobre 1961, alla dogana una guardia-donna, ci accolse con un bel sorriso dicendo: “Siete italiane, siete le benvenute, noi ce l’abbiamo solo con gli Inglesi!”
Sugli annunci mia madre, dopo pochi giorni, trovò lavoro presso una sarta francese che le anticipò due settimane di salario. Anch’io sul giornale cercai un monolocale in affitto e con quei soldi fummo in grado di dare l’acconto. Trovai anch’io lavoro, in una farmacia, non avevo nessuna esperienza ma avevano bisogno di qualcuno che parlasse Italiano. Fu il mio primo lavoro, sono stata fortunata, lì tutti mi accolsero con gentilezza, feci delle amicizie.
Eravamo arrivate da circa due mesi, ho ancora un ricordo intenso e nitido di quel lontano primo Natale del 1961. Malgrado le nostre possibilità economiche limitate, mia madre volle preparare un pranzetto speciale per farmi sentire l’atmosfera natalizia. Andammo a fare la spesa, comprammo una gallina da brodo, pasta, insalata, alcune arance ed una piccola torta. Una festa! Un ragazzino ci accompagnò a casa con la spesa sulla sua slitta. Mia madre cucinò con allegria, voleva un po’ alleggerire la nostra tristezza. Il tavolino pieghevole, fissato alla finestra, fungeva da tavolo; ci sedemmo contente per assaporare il buon pranzo.
Volgendo lo sguardo verso la finestra, il panorama che ci si prospettò fu una distesa di neve, le villette intorno ed i giardinetti erano coperti da un’alta coltre bianca. Regnava un silenzio spettrale, le strade erano deserte. Fissammo un attimo quella desolazione poi ci guardammo con le lacrime agli occhi, cosa ci facevamo lì, sole, in quella landa così inospitale? I pensieri volarono ai nostri cari lontani in Italia, agli amici lasciati a Parigi, al nostro passato. Ci abbracciammo commosse poi ci riprendemmo da quel momento di sconforto, piano piano ritrovammo il sorriso.
Avevamo il cuore pieno di speranza, di aspettative, cosa ci avrebbe serbato questa nostra nuova vita?
Dopo pochi mesi, a fine gennaio, mia madre decise di tentare la sorte a New York. Tramite Franco Leggio ebbe l’indirizzo di un compagno di Brooklyn, di origine ragusana, che si chiamava anche lui Occhipinti, gli scrisse; questi, dopo aver preso dai compagni informazioni su mia madre, la invitò a stare da loro sino a quando non avrebbe trovato lavoro. Partì in treno, anche lì gli addii furono tristi, ovviamente con la promessa di richiamarmi appena si sarebbe sistemata. Rimasi a Montréal nel monolocale, non distante dalla farmacia.
Cominciai anche a prendere le prime lezioni private di canto, mi volevo preparare per sostenere gli esami di ammissione al Conservatorio.
Dopo poche settimane mia madre trovò lavoro in una fabbrica, ovviamente in nero perché non aveva il permesso di soggiorno. Dopo qualche mese riuscì a risparmiare abbastanza per poter prendere in affitto un piccolo appartamento a Brooklyn. Mi disse di raggiungerla.
Lasciai il mio lavoro in farmacia, l’appartamentino, salutai i pochi amici e presi il treno per New York. All’ufficio immigrazione americano mi fecero diverse domande ma dissi che andavo a trovare uno zio, fratello di mia madre (diedi lo stesso indirizzo della famiglia Occhipinti che aveva così gentilmente ospitato mia madre per un breve periodo). Mi accordarono il visto turistico solo per un mese. La mia ambizione era di prepararmi agli esami d’ammissione della prestigiosa Scuola di Musica Juliard.
Se avessi potuto farcela, l’Immigrazione mi avrebbe dato un visto come studentessa e sarei stata tranquilla per un po’. Cercai un Maestro di Canto, ne trovai uno bravo, cubano di origine spagnola, lì conobbi diversi allievi cubani, tutti allegri e simpatici. Con loro imparai abbastanza bene lo Spagnolo, ovviamente anche il mio Inglese migliorava visto che ero obbligata a parlarlo.
Le materie musicali da preparare erano diverse, ero giovane e agli inizi degli studi, mi impegnavo, ma non potevo certo fare miracoli in poco tempo.
Intanto ogni mese mi dovevo ripresentare all’Immigrazione per il visto, me lo accordavano sempre di mese in mese, uno stillicidio! Dopo quasi un anno di questi rinnovi mensili, ero quasi pronta per gli esami di ammissione alla Juliard ma l’immigrazione non volle più rinnovarlo. Mi dissero che ero troppo giovane per rimanere lì da mio zio e che dovevo restare in Canada dai miei genitori! Potevo dir loro che in Canada non avevo nessuno e che mia madre era clandestina a New York? Ancora una volta lasciai i pochi amici, la città di New York dove mi ero ben inserita e ripresi il treno. Gli addii furono di nuovo drammatici, mia madre mi promise che avrebbe fatto di tutto per farmi ritornare al più presto, era anche preoccupata per la mia situazione precaria.
Per fortuna a Montreal mi ripresero in farmacia e cercai un appartamentino lì vicino. Il proprietario della farmacia era un ebreo di origine russa, una persona squisita che amava l’Arte e nei momenti vuoti facevamo delle lunghe conversazioni, mi raccontava della sua infanzia, anche lui emigrato con i suoi fratelli e i genitori russi che non parlavano Inglese. Avevano fatto enormi sacrifici per far studiare i loro figli.
Mia madre era più tranquilla sapendomi sistemata con lavoro e casa. Il suo grande rammarico era di non avere mai potuto mantenermi agli studi; ho iniziato a lavorare a 17 anni e ho sempre lavorato e studiato, non avevo scelta.
Dopo pochi mesi feci domanda di lavoro a Bell Canada, la compagnia dei telefoni: fui subito assunta. Ripresi anche a studiare per affrontare gli esami d’ammissione al Conservatorio.
Fu in quel periodo che maturai la consapevolezza di pensare alla mia vita, di non seguire più mia madre. Avevo ormai un buon lavoro e i miei studi richiedevano stabilità ed impegno. Avevo anche incontrato Angelo, un giovane greco, ci eravamo innamorati. Diverse volte avevamo fatto visita a mia madre a New York, lei non era molto favorevole a questa relazione; anche se stimava Angelo, era convinta che non fosse l’uomo giusto per capirmi e farmi felice. Ovviamente non le diedi retta; dopo due anni ci sposammo a Montreal nella chiesa greco-ortodossa. Fui accompagnata all’altare dal farmacista; mi viene da sorridere quando penso alle varie religioni presenti durante quella cerimonia.
Mia madre venne da New York per assistere al matrimonio, mi disse che la figlia di una ribelle si era a sua volta ribellata.
Conosco le vicessitudini passate da Marilena per avermele in parte raccontate ella stessa e per averle lette sui libri scritti da sua madre, ma ogni volta che mi capita di rileggerle nelle sue varie appassionate interviste mi emoziono come se fosse la prima volta che le sento. E ‘ proprio una bella persona.