
Così gli ebrei bulgari si salvarono dallo sterminio nazista
Boris III (Boris Clemente Roberto Maria Pio Luigi Stanislao Saverio di Sassonia-Coburgo-Gotha 1894-1943) re di Bulgaria
Dimităr Pešev (1894-1973), l’uomo che salva i 48.000 ebrei bulgari dallo sterminio nazista.
La Bulgaria ha tanti buoni motivi per restare fuori dalla seconda guerra mondiale e mantenere l’amicizia sia con la Russia sia con la Germania. È un piccolo stato con una forza militare inconsistente. È legata alla Russia che è interessata ai suoi porti sul mar Nero e che l’ha aiutata nella lotta di liberazione dalla Turchia. È legata alla Germania per via della famiglia reale. È appena uscita dalle disastrose avventure militari alla riconquista della Dobrugia, della Tracia e della Macedonia che le grandi potenze avevano assegnato e subito dopo sottratto al territorio bulgaro. In questa situazione, il re Boris III (Boris Clemente Roberto Maria Pio Luigi Stanislao Saverio di Sassonia-Coburgo-Gotha 1894-1943) re di Bulgaria e la classe dirigente al potere, ritengono che la cosa più importante per la Bulgaria consiste nel restare fuori dai campi di battaglia. Ma Russia e Germania sono in conflitto e una qualche posizione la devono pur prendere. Decidono di privilegiare il rapporto con la seconda pensando che fosse il male minore. Si trovano così costretti ad adottare delle leggi razziali contro gli ebrei pensando fosse solo cosa formale. Ma Hitler non si accontenta e pretende l’invio degli ebrei bulgari nei campi di sterminio tedeschi.
Il ventaglio degli atteggiamenti attorno alla vicenda è quanto mai vario. C’è chi agisce per opportunismo personale e nazionale e gioca a nascondere la questione alla propria coscienza. Tra questi e primi fra tutti, il re, Boris III, e i ministri interessati, i quali, coscienti che una politica antisemita avrebbe loro alienato i consensi popolari, agiscono di nascosto distribuendo la responsabilità delle persecuzioni in dosi omeopatiche. Creano così il Commissariato per le questioni ebraiche sottratto al controllo del parlamento e della stessa maggioranza politica. Esso opera in modo parallelo e in stretto e diretto rapporto con il comando tedesco dimodoché i massimi dirigenti della nazione possono dire, alla propria coscienza e agli altri, che i provvedimenti contro gli ebrei sono adottati soltanto per soddisfare le richieste degli alleati tedeschi come male minore rispetto a la cosa più importante che è restare fuori dai campi di battaglia e che comunque trattasi di azioni alquanto blande. C’è chi perseguita gli ebrei perché convinto antisemita e chi invece entra da sciacallo nel Commissariato per mettere le mani sui beni altrui.
Lungo tutta questa fase, Dimităr Pešev (1894-1973), avvocato di grande successo, introdotto nei salotti buoni di Sofia nonché democratico, sicuro e deciso assertore della sovranità del diritto, non vede non intuisce non immagina, pur essendo vice presidente del parlamento, quanto sta accadendo agli ebrei convinto, anche lui, dell’idea del male minore rispetto a la cosa più importante.
Nel marzo del 1943 il Commissariato organizza, in gran segreto, la deportazione finale di tutti i 48.000 ebrei bulgari. Ma la cosa trapela e Pešev ne è informato. In un primo momento non crede alla notizia, ma appuratane la veridicità si rende conto della gravità della situazione e si dà subito da fare presentando in parlamento una mozione che fa firmare ad altri deputati e minaccia uno scandalo. Interessa anche il capo della chiesa ortodossa che personalmente, fermamente e pubblicamente prende posizione in difesa degli ebrei. Il Re e il Capo del governo tergiversano minimizzano rassicurano ma non possono più mettere a tacere la propria coscienza. Così Boris III trova la forza di dire ad Hitler che non può deportare gli ebrei perché utilizzati in lavori pubblici di assoluta necessità e che tuttavia è disponibile a riconsiderare la questione a guerra finita con la vittoria della Germania. Berlino comprende che la questione ebraica rischia di aprire una inutile crisi con la Bulgaria con esiti controproducenti e decide di non forzare la mano. Così i 48.000 ebrei bulgari già radunati in appositi centri di raccolta invece di salire sui treni verso i campi di sterminio sono condotti in provincia e, l’anno successivo, con l’abolizione delle norme antisemiti, fanno ritorno alle loro case. Cosa analoga accade solo in Danimarca dove il Re in persona e tutto il popolo reagiscono alla richiesta di provvedimenti contro gli ebrei cucendo sui loro abiti la stella gialla di David per dire: «Siamo tutti ebrei!». Dall’Ungheria, tra il 5 maggio e il 7 giugno 1944, sono invece deportati 300.000 ebrei.
Questa vicenda mostra che non occorre essere dei mostri per attuare azioni mostruose e che andare contro Hitler non era certo facile ma neanche impossibile. Dimităr Pešev c’è riuscito e ciò fa rimordere la coscienza a chi è stato inerte. È per questo che non solo non riceve alcuno encomio, ma, piuttosto, viene isolato e perseguitato dal Re e dagli uomini del governo e la sua azione ignorata dalla maggioranza degli ebrei che preferiscono credere di essere stati salvati da Boris perché è più bello, ed anche più facile, credere nelle favole dove i re sono buoni e giusti. Dopo la guerra Dimităr Pešev non pensa assolutamente di salire sul carro dei nuovi vincitori né pretende una qualche ricompensa dal governo comunista. È, assieme ad altri, processato e condannato a 15 anni di prigione per avere appoggiato il governo sia in politica estera che nelle scelte interne. Tuttavia il suo gesto a favore degli ebrei gli evita la pena di morte. Dopo un anno e mezzo di reclusione esce dal carcere ed evita il gulag grazie ad un suo vecchio compagno di scuola divenuto responsabile della sezione comunista del quartiere. Passa il resto della sua vita in forma assolutamente riservata ospite della sorella.[1]
[1] La vicenda è narrata in Gabriele Nissim L’UOMO CHE FERMÒ HITLER – La storia di Dimitar Pesev che salvò gli ebrei di una nazione intera – Arnoldo Mondadori Editore 1998