Questa commedia romantica deluse i fans, che si attendevano l’esplosiva comicità demenziale con cui Belushi si era fatto conoscere (in “Animal House” e “Blues Brothers” soprattutto); non entusiasmò particolarmente la critica, faticò al botteghino. Eppure “Chiamami aquila” , il film di Michael Apted, uscito nel 1981, è a mio avviso un film delizioso. La pensa così anche James Belushi (fratello di John) che lo giudicò come il lavoro più maturo del genio di Chicago.

La trama
Ernie Souchak (John Belushi) è un cronista d’assalto che denuncia senza paura corruzioni e giochi di potere della sua Chicago. Dopo aver subito una grave aggressione viene inviato, per motivi di sicurezza, sulle Montagne Rocciose, allo scopo di realizzare un servizio su Nell Porter (l’ottima Blair Brown), ornitologa studiosa delle aquile calve. La distanza tra i loro stili di vita è siderale: un fumatore incallito amante della vita di città ed un’ecologista intransigente che vive ai confini della civiltà.
Il loro rapporto non parte bene. Le differenze hanno un grande peso e si scherniscono a vicenda (Souchak: “L’aria pura mi fa vomitare”; “Non ho da bere, ho solo 9 sigarette ed un idraulico per compagnia”; Porter: “Quel poco che leggo sui giornali mi fa vomitare”“Beh, costano solo 20 cents”). A dispetto delle premesse tragicomiche, i due si innamorano e cercano il modo per far incontrare le proprie strade così lontane, se non addirittura agli antipodi.

Le irresistibili trovate comiche
– L’arrampicata, faticando, imprecando e svenendo per aver fumato in alta montagna; “Ma che bella la montagna …”; “Me la caverò, ho un cugino nei boyscout”; il bilancio giornaliero: “2 sigarette e 10 unghie oggi”; le immangiabili uova liofilizzate;

– Aggredito da un puma, Ernie si salva dandogli un calcio nei testicoli. “Non ne ho mai viste così grosse. E dire che sono di Chicago”;

– L’espressione del viso di Souchak innamorato, ridotto ad un automa, col suo direttore che tenta in tutti i modi di riportarlo sulla terra facendolo uscire: – “Dove andiamo?”; – “A sbronzarci”; “Adoro le idee nuove”;

Alcuni personaggi secondari
– Howard McDermott (interpretato da Allen Garfield): è il direttore del giornale. Souchak è la sua firma di punta e cerca di tutelarlo come può. È proprio lui a mandarlo sulle Montagne Rocciose per far calmare le acque dopo l’aggressione subita da Ernie; salvo pentirsene quando si rende conto che il suo dipendente più talentuoso è tornato con la testa ancora su quelle montagne. È un personaggio esilarante. Quando coccola il suo reporter dandogli i baci a distanza; quando lo osserva vagare come uno zombie tra le scrivanie del giornale; quando si allarma per i pericoli e per la sua verve smarrita; quando lo invita a casa, tollerando con affetto i finti flirt tra Ernie e la saggia moglie Sylvia (Carlyn Glynn).

– Mr. Feeney (Harold Holmes). È l’informatore segreto di Souchak. Lo aggiorna sui giochi sporchi dell’assessore Yablonowiz (Val Avery). Persona integerrima, agisce senza fini personali (“Lei è un galantuomo, signor Feeney. Non sarà mai presidente”). Paga con la vita la sua onestà e questo evento risveglia Souchak dal torpore.

– Max Bernbaum “possum” (Tony Ganios). È un ex giocatore di football americano che, stufo delle pressioni di quell’ambiente, abbandonò il campo nel bel mezzo di una partita decisiva, e andò a vivere sulle Montagne Rocciose. Inizialmente aggressivo con Souchak perché geloso di Nell, tutto cambia quando, riconoscendosi, iniziano a scambiarsi elogi e parole sincere di stima per il loro rispettivo lavoro.

Il finale
Ci provano in tutti i modi a far convergere i loro mondi. “Io lavo i piatti e lei spacca la legna. Non è una bella prospettiva?”; “Dove andiamo oggi non ci sono alberi” – “È Chicago?”  ma la loro relazione risulta impossibile. La vita di Nell è tra le montagne, nella natura selvaggia; quella di Ernie è tra i grattacieli e lo smog di Chicago. E soprattutto i loro lavori, i loro interessi, i loro talenti sono espressi su latitudini opposte. A questo punto un pieno lieto fine sarebbe inverosimile. E un finale drammatico striderebbe con l’atmosfera piacevolissima che pervade tutta la pellicola. E allora i due (e gli scrittori del film prima di loro) escogitano una terza via. Ernie, invece che lasciare Nell sul treno che la riporta a casa, sale con lei e la accompagna per tutto il tragitto (rinviando di volta in volta la discesa). Giunti alla penultima fermata, Ernie decide di sposarla in fretta e furia per sigillare quel loro sentimento. Si incontreranno di rado ma saranno in qualche modo uniti.

Alcune curiosità sulle riprese
John Belushi desiderava cimentarsi in questo ruolo ma all’inizio non si sentiva all’altezza. Voleva dimostrare a se stesso e al mondo che c’era un altro John, oltre alle (irresistibili) mimiche comiche del “Saturday Night Live”, del Bluto di “Animal House”, del “Jake” dei “Blues Brothers”. “C’era un attore potente in lui, ma solo John poteva tirarlo fuori” (Bob Woodward). Il regista Apted, per raggiungere il risultato, gli vietò il caratteristico sollevamento delle sopracciglia. Belushi era riuscito a dimagrire, a stare per 3 mesi lontano dalle droghe. Ma il ritorno a Chicago per le riprese cittadine lo fecero tornare presto nel tunnel. Affondava già nel precipizio che lo avrebbe portato alla morte nel 1982: eccessi di cibo, Quaalude, Valium, cocaina, eroina, alcool. Fu necessario un notevole lavoro in fase di montaggio. Il risultato finale fu a mio avviso, estremamente valido, nonostante tutto. E il cast fu all’altezza (non a caso ho voluto soffermarmi anche su qualche personaggio secondario).

Una mia opinione sulla tragedia di John Belushi
Consentitemi, infine, una riflessione finale su questo grande artista che abbiamo perso così prematuramente. Dopo aver letto il libro inchiesta di Bob Woodward “John Belushi – Chi tocca muore”, vorrei muovere una critica a chi giudica la vita di Belushi come una sorta di volontario viaggio ad altissima velocità verso lo schianto, una continua e viziosa ricerca dell’eccesso. Molto più semplicemente si tratta di un uomo che stava molto male. Dall’inchiesta si evince con chiarezza che Belushi aveva non solo fame di vita ma anche un dolore interiore enorme che cercava di compensare con gli abusi. Cercò di chiedere aiuto ma l’ambiente di Hollywood certo non era il contesto ideale per riprendersi. Ci provarono alcune persone sinceramente affezionate a lui (il fratello James, la moglie Judith Pisano, Dan Aykroyd, Carrie Fisher) che si rendevano conto di quanto John avesse bisogno di aiuto e quanto, egli stesso, intimamente, desiderasse essere aiutato. Ma si trovava travolto da un mare in tempesta, senza albero maestro e con le vele strappate.

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