
Nel 1973, al supermarket della musica italiana, Lucio Battisti si vende sempre come il pane caldo. Nel reparto freschi spuntano tenere primizie di Mia Martini o Edoardo Bennato. Claudio Baglioni, I Pooh e I Camaleonti occupano la prima fila sugli scaffali dei prodotti per la cura della persona. Nei surgelati c’è il solito Fausto Papetti, mentre nelle aree specializzate stanno gli Area e Giorgio Gaber. Per i palati fini, nel reparto discografia gourmet, c’è poi Fabrizio De André che proprio in quell’anno fa esplodere Storia di un impiegato.
Ma nel 1973 compare anche un prodotto davvero inclassificabile. Di per sé è una canzoncina perfetta per finire vicino alle casse, dove afferri l’ultima gomma da masticare prima di pagare: il testo è semplice, il ritmo suona facile e scanzonato, la struttura è piena di rassicuranti ripetizioni.
Eppure quella canzone che già dal titolo si presenta come La Canzone Intelligente è perfetta per minare alla base i meccanismi del mercato culturale. L’hanno scritta Enzo Jannacci (inconfondibile il suo iattattattà che dà l’abbrivio al pezzo) e il duo comico del momento: Cochi e Renato, che ne sono anche gli interpreti.
Il brano si apre con versi che sembrano sfotticchiare la canzone impegnata e le sue mode pensose,
Mi piacerebbe cantar una canzone intelligente
Che segua un filo logico importante
E che sia piena di bei ragionamenti
Insomma una canzone intelligente
Che spieghi un po’ di tutto e un po’ di niente
ma prosegue con una piccola teoria del mercato discografico.
Cosa ci vuole si sa per far successo con la gente
Si intende un filo logico importante
La casa discografica adiacente
Veste il cantante come un deficiente
Lo lancia sul mercato sottostante
Il mercato fabbrica il prodotto — e il “filo logico importante” diventa anche il grimaldello del successo — e costruisce l’immagine dell’artista. Il cantante vestito “come un deficiente” è l’esatto contrario dell’intelligenza evocata dal titolo. In altre parole, la brutale ironia di Jannacci, Cochi e Renato è chiarissima: il mercato non vende la musica, vende un personaggio riconoscibile.
Miscelando espressioni tipiche del linguaggio commerciale (“lo lancia sul mercato”) e della più tetra burocrazia (“la casa discografica adiacente”), i nostri ci mostrano l’arte come merce e il pubblico come bersaglio. Ma non con noiose teorie: semplicemente giocando con la lingua e mostrandoci l’artista che da una finestra precipita sugli acquirenti di un mercato rionale, che un po’ rimarranno contusi e un po’ si ciberanno del prodotto.
Ma la vera cattiveria — e il vero spasso — è che questa denuncia usa le stesse armi del mercato. La canzone intelligente era, infatti, la sigla conclusiva di un programma televisivo di successo, si accompagna con uno sgangherato balletto, si impara in un minuto e ti rimane in testa per decenni: ha derubato il mercato (che sia lui il misterioso sciocco in blu?) delle sue armi e le ha usate contro di lui.
Anche se il mercato, alla lunga, si è vendicato. Oltre cinquant’anni dopo il suo lancio, nel 2026, basta entrare in un noto supermercato italiano per essere accolti in filodiffusione dalla marcetta jannacciana, con tanto di iattattattà e invito alla “spesa intelligente”: la canzone che prendeva in giro il mercato è diventata la sua colonna sonora.