Negli ultimi anni si nota sempre più un fenomeno di esposizione mediatica dei sentimenti, che io definisco come mercato dell’anima. Soprattutto sui social è divenuto usuale condividere ogni attimo di vita vissuta. Non solo di quello che può essere interessante come, ad esempio, un viaggio, un’esperienza di vita. No,no! Qualunque cosa si faccia, dal cibo alla passeggiata al mare, dall’acquisto di una nuova macchina al vestito, dalla borsa al gioiello.

Si è con gli amici o i familiari in pizzeria? Beh bisogna “postarlo”. Con tanto di foto e didascalia nonché tag delle persone presenti. Nasce un bimbetto? Eccolo sbattuto su Facebook già nei primi istanti di vita. C’è chi lo fa sporadicamente ed allora è accettabile. E chi invece si è lasciato prendere la mano e pubblica post su post a volte anche assurdamente banali e senza senso.

Per non parlare di chi ne ha fatto una fonte di reddito. Ne sono un esempio lampante la coppia di tiktoker palermitani, Davide e Marianna. Hanno iniziato in piccolo con spaccati del loro quotidiano. Poi man mano che i followers aumentavano hanno ampliato la loro pagina, aperto un account istagram dove pubblicano contenuti anche personali, dal piede gonfio all’intervento di dimagrimento, dalle feste megagalattiche per i compleanni dei loro quattro figli, sbattuti anch’essi in evidenza e soggetti alle critiche feroci degli haters. Ma che importa, più si commenta più si monetizza. Nonostante abbia provato più volte ad eliminarli dalla mia bacheca, rispuntano dopo un po’. E non solo loro.

Una pletora di famiglie siciliane pubblicano contenuti che arrivano sulla mia bacheca. Catanesi che mostrano figli in comunità, coi braccialetti elettronici, le fidanzatine (anche minorenni) incinte, famiglie palermitane che vivono ammassate in una stessa casa, bimbette che parlano in un dialetto strettissimo inanellando volgarità su volgarità.

Le pagine che mi fanno più impressione sono però quelle che espongono bambini ammalati. Una ragazzina terminale palermitana ripresa dalla madre anche quando è in preda ai dolori. Un bimbo di circa tre anni affetto da una sindrome rara, che la madre espone come fosse la più naturale delle situazioni. Perché? È violazione della privacy, mancanza di rispetto del pudore che dovrebbe essere dovuto soprattutto a minori. Ne guadagnano? Evidentemente sì. Ma non esiste un garante per questi minori? Non possono essere oscurate le pagine di questi genitori incoscienti? E non temono che questi bambini, quando saranno in grado di afferrare appieno la situazione, chiederanno conto e ragione di questa sovraesposizione? Anche perché i social sono crudeli. Una volta pubblicato un contenuto non lo si dimentica facilmente. I cosiddetti “leoni da tastiera” si scatenano con commenti impietosi, al limite della calunnia.

I vip che pubblicano hanno ovviamente i mezzi legali e finanziari per perseguire questi reati, che molte volte non vengono percepiti come tali. Ma queste spese non sono sostenibili da famiglie di livello economico normale. E viene da chiedersi quale sia la politica di Facebook a riguardo. Perché, nonostante i ripetuti tentativi di non ricevere aggiornamenti provenienti da queste pagine, rispuntano e anzi si moltiplicano? Probabilmente la risposta è una sola: pecunia non olet! E amen…

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