
Sin da quando ero piccola, a parte una breve parentesi per l’iconica “Barbie Cuore” anni Ottanta che adoravo, questa parola di cinque lettere mi ha sempre fatto pensare più alla cardiologia piuttosto che al romanticismo.
Ognuno cresce con la propria storia familiare. Nella mia, l’apparato cardiocircolatorio ha avuto un ruolo importante e delicato. Sarà anche per questo che una serie tv che racconta prevalentemente di trapianti, by pass, circolazione extracorporea più che di inevitabili storie d’amore, per me è diventata un culto.
“Cuori” comincia alla fine degli anni Sessanta, precisamente nel 1968, anno di grandi rivoluzioni e cambiamenti, narrando le esperienze mediche in ambito cardiochirurgico all’interno dell’ospedale “Molinette” di Torino. I protagonisti sono una splendida Pilar Fogliati, cardiologa talentuosa dall’orecchio assoluto, un credibilissimo e visionario primario Daniele Pecci con l’allievo prediletto Matteo Martari. Insieme danno vita ad un triangolo amoroso che lascia spesso il passo a problemi medici, scoperte scientifiche e ambiziosi esperimenti chirurgici.
Sullo sfondo una città regale e un periodo indiscutibilmente affascinante per la ricerca e per le sfide di una sanità pubblica che si stava trasformando e che è riuscita a competere con le avanguardie di tutto il mondo.
Il contesto incanta in tutte le edizioni della serie, grazie all’ambientazione retrò e alla ricostruzione fedele dell’atmosfera degli anni a cavallo tra il 1960 e 1970.
Risulta vincente l’accuratezza nel ricreare la moda del tempo, sia per gli abiti che per i tagli di capelli, gli accessori, l’arredamento, le auto. Le gonne si accorciano e le cravatte si allargano; esplodono i colori in un’eleganza e una ricercatezza che hanno contraddistinto un’epoca. Le tinte pastello e i pantoni accesi colorano i miniabiti e i cappotti femminili ma anche le pareti e i tendaggi delle abitazioni presentano uno stile optical inconfondibile: i pois, le righe, i rombi a contrasti forti conquistano dopo anni di bianco, nero e privazioni. Sono gli anni del consolidamento del boom economico e nelle case trovano spazio elettrodomestici, telefoni, ambienti per ricevere ospiti come soggiorni e salotti. Le auto d’epoca hanno un fascino senza tempo, dalla Innocenti Mini rossa fiammante alle Fiat 500 e 1100.
Lo scenario principale è ovviamente l’ospedale, ricostruito nei dettagli sia dentro che fuori, con la sala operatoria a vista a beneficio degli studenti universitari, la strumentazione antica presa anche in prestito da musei specifici, le corsie e le stanze di degenza che allora erano delle camerate da otto o dieci posti, con pochissima privacy e costantemente animate da suore e infermiere.
Il vero cuore della storia, è il caso di dirlo, è l’ambizione di creare un centro di eccellenza mondiale in ambito cardiochirurgico dove è possibile effettuare il primo trapianto di cuore al mondo. L’idea è del primario Cesare Corvara, alias Daniele Pecci, che insieme ad uno staff medico di eccellenza infrange stereotipi e pregiudizi. A cominciare dalle battaglie per affermare la credibilità di una delle prime donne cardiologo in quegli anni, spesso messa in discussione sia dai colleghi medici che dai pazienti; alle resistenze della Chiesa sull’espianto degli organi finalizzato al trapianto.
Le vicende della serie sono ispirate alla storia e alle testimonianze di due cardiochirurghi realmente esistiti: Achille Mario Dogliotti, pioniere e studioso della macchina cuore-polmone e Angelo Actis Dato che ha perfezionato la prima circolazione extracorporea nell’uomo.
Grazie a uomini e donne visionari che non si sono fermati davanti all’impossibile oggi la cardiochirurgia ha raggiunto livelli impensabili. La serie “Cuori”, alla cui regia si è dedicato Riccardo Donna, oltre ad essere un gioiello vintage ben fatto, ha il merito di mettere in luce proprio questo aspetto. La capacità dell’uomo di spingersi oltre il conosciuto, di sperimentare, di lavorare in squadra, di sbagliare e riprovare, di inseguire un sogno per il bene di tutti.
Per chi volesse vederla o rivederla, si trova su Rai play e vale la pena dedicarle un po’ di tempo.
Perchè, in fin dei conti, Cuori ricorda che questa parola non nasce per forza dal romanticismo. Prima di diventare simbolo, il cuore è un organo testardo e vulnerabile, che può fermarsi, essere riparato, rimesso in funzione. La serie lo racconta così: non come icona sentimentale, ma come luogo di decisioni, rischi e responsabilità. Ed è forse per questo che colpisce: perché restituisce al cuore il suo significato più essenziale, quello che avevo imparato molto presto, ben prima di ogni storia d’amore. Il cuore, prima di tutto, è una questione di vita.