
Ἀριάδνη (leggi Ariàdne), per gli amici Arianna, è una principessa mitologica dell’isola di Creta. Del palazzo di Cnosso, per essere precisi. È figlia di Minosse e Pasifae, nonché sorellastra del celeberrimo Minotauro per parte di madre, che lo aveva concepito accoppiandosi con un toro. Non che lo avesse scelto, per carità, se ne era innamorata per infusione divina: una piccola vendetta di Poseidone, al quale Minosse non aveva voluto sacrificare il succitato toro. Pasifae, quindi, sorella di Circe e zia di Medea, diventa madre di uno dei celeberrimi mostri del mito.
Immaginate, quindi, la vita della povera Arianna, divisa fra l’onore principesco e l’orrore di quel fratellastro. Di per sé, il Minotauro forse sarebbe stato persino buono, chissà, magari anche allora si usava dire che gli animali sono meglio delle perZone, ma – di fatto – era lo strumento di morte del patrigno Minosse, il braccio cruento della sua politica estera.
Per farla breve, Minosse aveva preso l’affettuosa consuetudine di chiedere ad Atene ogni anno un tributo umano di pregio: quattordici vergini, sette maschi e sette femmine, da dare in pasto al figliastro ghiotto di carni pregiate, come risarcimento per l’uccisione (per motivi sportivi o di invidia) di suo figlio Androgeo da parte degli Ateniesi. L’anno in cui fra i maschietti da sacrificare fu incluso Teseo segna l’inizio del mito di Arianna.
Teseo è un principe ateniese, erede al trono, figlio del nono re di Atene, Egeo. Bello e intelligente come tutti i principi e gli eroi mitologici, ha anche una mezza ascendenza divina: mater semper certa, pater numquam, e la madre, giusto la notte del concepimento del futuro decimo re, pare che bazzicasse anche dalle parti di Poseidone. Insomma, il classico buon partito, il nostro Teseo.
Quando i ragazzi e le ragazze ateniesi giunsero a Creta, Arianna rimase folgorata dal principe: amore a prima vista. La ragazza decise quindi che avrebbe salvato il suo amore a tutti i costi dalle fauci del famelico fratellastro. Le serviva però un alleato, qualcuno che riuscisse a concretizzare il suo desiderio. La scelta ricadde su Dedalo, il mitico architetto del labirinto costruito attorno al Minotauro per ordine di Minosse. Solo lui avrebbe saputo come far guadagnare l’uscita a Teseo e al suo virgineo seguito.
Dedalo diede ad Arianna un filo di lana sottile – o un filo d’oro – abbastanza lungo da coprire tutto il percorso dall’ingresso del labirinto fino al suo cuore. Le disse di darlo a Teseo e di raccomandargli di fissarlo per bene sulla trave della porta. Le diede anche un pugnale dalla lama molto lunga per uccidere il mostro. Finita l’impresa, Teseo avrebbe dovuto semplicemente riavvolgere il gomitolo evitando di rimanere intrappolato in quella fine architettura dedalica. Sempre con gli altri e le altre al seguito, certo.
Arianna non si fece ripetere il piano due volte, afferrò gomitolo e pugnale e corse a informare il suo principe, che ovviamente le promise fuga d’amore e conseguenti nozze. Il gomitolo esce dalle stanze del palazzo, oggetto abituale di principesse e ancelle intente a filare, intrecciare, ricamare e cucire, e si staglia, da allora e per sempre, nell’olimpo degli strumenti più utili per la salvezza, nonché firma eterna di Arianna salvatrice.
Il Minotauro fu ucciso (Un giorno scriverò di lui, perché a me ha sempre fatto un bel po’ di tenerezza) e Teseo portò con sé Arianna sulla via del ritorno. La ragazza lo aveva salvato, offrendogli la guida perfetta nell’intricato dedalo (già, come l’architetto) di cunicoli e false porte: sollevarla dalla punizione certa da parte del padre era il minimo.
Come fu e come non fu, se per ordine divino o vigliaccheria umana, Teseo mollò Arianna addormentata a Nasso, durante una sosta per i rifornimenti. Da qui, per alcuni linguisti ma non per tutti, dovrebbe venire l’espressione “piantare in (N)asso”. Poi, una delle versioni più diffuse del mito ci racconta di un’apoteosi: Arianna sposa Dioniso e diventa una dea immortale. La guida quindi sale di grado, e giustamente. Un topos frequente in letteratura: la Beatrice di Dante, giusto per fare un nome.
Ora, ci sarebbe da scomodare uno stuolo di antropologi, sociologi e psicologi per capire come mai l’umanità ha quasi sempre identificato la guida, la giusta direzione, il problem solving stradale con il femmineo. Quasi sempre, e lo ripeto perché le eccezioni vanno considerate, il maschile si smarrisce e il femminile lo va a riprendere, ricollocare, guidare. Gli dà ‘na rizzittata[1], va’. Ma forse non è necessario. Lo stuolo, dico. Perché lo stuolo ha la sua spiegazione scientifica, gli umanisti si tengono quella letteraria, e noi comuni mortali ci limitiamo a notare che così è, così è stato e così sarà, perché ce lo raccontano dalla notte dei tempi e lo sperimentiamo nella vita quotidiana.
Concludo il mio osanna alle guide femmine con una sfumatura di gossip: anni dopo, vecchio, forse un po’ stanco, mollato da un’amazzone, Teseo sposa la sorella minore di Arianna, Fedra.
Ma questa è un’altra storia.
[1] Traduzione dal siciliano: una sistemata
