
Prendendo spunto dal capolavoro di Weber “L’etica protestante e lo spirito del capitalismo” potremmo provare a interpretare il fenomeno, soprattutto americano, della predicazione della prosperità, fondamento teologico della base evangelica che supporta Trump.
Il punto di partenza della nostra disamina è la dottrina della predestinazione di stampo calvinista.
Occorre premettere che Weber, con la suddetta opera, intendeva dare una spiegazione alternativa a quella marxista del fenomeno dell’accumulazione capitalistica.
Weber parte dall’attività dei primi capitalisti americani, che riuscirono ad accumulare il capitale originario rinunciando a godere della loro ricchezza; un comportamento apparentemente incomprensibile, se guardato dal punto di vista del capitalista a noi contemporaneo, ma che non rappresentava una novità, visto che un atteggiamento analogo lo possiamo riscontrare, per esempio, nel Medioevo tra i Benedettini, che seguivano il motto “ora et labora“, i quali accumularono grandi capitali senza che ne potessero, almeno nell’intenzione del redattore della Regola, godere.
Questa attitudine alla sobrietà caratterizzò da subito i protestanti e il sociologo vi collegò la maggiore diffusione del capitalismo nei paesi protestanti, a differenza dei paesi cattolici.
Come si spiega ciò?
Weber si sofferma in particolare su una corrente del protestantesimo, il calvinismo, che ha inizio in Svizzera, si sviluppa in Olanda, ha delle varianti in Germania (il pietismo) ed in Gran Bretagna si presenta nella forma del puritanesimo. Tuttavia, il paese calvinista per eccellenza è rappresentato dagli Stati Uniti, ove sbarcarono i puritani Padri Pellegrini e che, all’epoca del saggio, raggiungono un livello di benessere e di ricchezza inimmaginabile.
Weber intende, allora, dare una spiegazione sociologica di questo fenomeno e ne ricerca la motivazione proprio nella specificità culturale del calvinismo.
Occorre, innanzitutto, considerare la questione fondamentale della Grazia di Dio: tutte le Chiese protestanti troncano con il sacramento della Confessione e con l’idea che ci possano essere delle persone in grado di assolvere dai peccati.
Calvino, in particolare, sosteneva che qualsiasi azione dell’uomo fosse irrilevante ed insignificante agli occhi di Dio, il quale non era in alcun modo influenzabile dall’uomo. Ciò significa che la nostra sorte è già decisa da Dio (concezione della predestinazione), indipendentemente da ciò che noi facciamo.
Vi è, inoltre, l’ imperscrutabilità del volere di Dio, ossia a nessuno è concesso sapere la volontà di Dio e, di conseguenza, la propria predestinazione.
Si comprende, dunque, come tutto ciò possa aver generato un forte sentimento d’angoscia nell’uomo di fede, attenuato tuttavia, secondo i calvinisti, dalla presenza di segni, che possono fungere da indicatori della possibilità o meno della Grazia.
Ecco che, in quest’ottica, seguire una condotta di vita irreprensibile ed ottenere un conseguente arricchimento, può essere interpretato come un segno della Grazia Divina. Da qui deriva l’atteggiamento del calvinista, che dedica tutta la sua vita al lavoro, senza cedere ai piaceri; Weber definisce tale atteggiamento “condotta metodica di vita”.
Il lavoro è, per il protestante dell’epoca, l’equivalente della preghiera, quindi non è finalizzato all’accumulazione di ricchezza, che è una conseguenza derivata e secondaria.
Lavorare significa “coltivare il giardino di Dio”.
Risulta, allora, significativa la seguente distinzione tra l’ascesi extra-mondana, propria del cattolicesimo, secondo la quale l’asceta rinuncia a stare nel mondo, per seguire esclusivamente la parola di Dio, e l’ascesi intra-mondana, propria del protestantesimo, secondo la quale l’asceta vive nel mondo non per averne un beneficio, bensì per onorare Dio.
A questo proposito appare interessante soffermarsi sui seguenti termini in lingua tedesca:
– “Ruf” traducibile con chiamata
– “Beruf” traducibile con professione
– “Berufung” traducibile con vocazione.
La professione è infatti intesa come una “chiamata di Dio”: fare il lavoro in maniera perfetta significa rendere grazie a Dio, rappresenta una forma di preghiera e lode a Dio.
Weber definisce la nascita del Capitalismo quale “effetto inintenzionale dell’etica protestante” e una volta iniziato il processo, innescato il meccanismo, esso va avanti da solo, anche slegandosi dal significato religioso originario.
Weber aveva preso in considerazione i capitalisti a lui contemporanei e già notava come a differenza dei capitalisti dell’origine, per i quali la preoccupazione relativa ai beni materiali era come un “mantello sottile” che potevano togliersi in qualsiasi momento, i suoi contemporanei trasformarono tale preoccupazione in una “gabbia d’acciaio”, che li portava a vivere per ottenere sempre più beni materiali.
Di costoro Weber diede la definizione di “Specialisti senza spirito, edonisti senza cuore”.
Lo spirito protestante delle origini era sparito già ai tempi di Weber, ed era rimasta solo la gabbia d’acciaio.
Weber con questa metafora da un lato riesce ad anticipare la condizione propria dell’uomo della nostra epoca e dall’altro ci fornisce un termine di paragone non secondario, su cui analizzare il protestantesimo evangelico americano a noi contemporaneo.
Tradizionalmente, per noi europei, il modello di adesione al cristianesimo più fedele alla lettera dei vangeli sarebbe quello dell’ascesi extramondana ben rappresentata dalla mistica medievale, mentre il modello protestante/calvinista risalente al puritanesimo angloamericano è ben rappresentato dalle parole di Benjamin Franklin, riprese da Weber, che ritroviamo in “Necessary Hints to Those That Would Be Rich” (1736) e “Advice to a Young Tradesman” (1748). In queste opere Franklin esaltava l’etica del risparmio, secondo la quale il buon cristiano/cittadino deve evitare spese superflue e reinvestire il guadagno nell’attività lavorativa.
Oggi il modello proposto dall’evangelico americano è una distorsione del pensiero dei padri fondatori: la predestinazione si misura con il successo e la dimensione ascetica intramondana viene espulsa in favore dell’abbondanza di doni materiali ricevuti dal “benedetto dal Signore”. Questo fenomeno viene definito vangelo della prosperità.
È possibile che questa interpretazione possa trovare supporto soprattutto in alcuni passi dell’antico testamento ma comunque appare palesemente in contraddizione con una moltitudine di passi del Vangelo, in molti dei quali a prendere la parola è additittura Gesù in persona.
A sostegno di quanto detto basterebbe citare Matteo 6:19-21: “Non accumulate per voi tesori sulla terra […] accumulate invece per voi tesori in cielo”, oppure Matteo 19:24 “E ripeto: è più facile per un cammello passare attraverso la cruna di un ago, che per un ricco entrare nel regno di Dio”.
In effetti pare che si sia creata un’inversione di senso, in quanto questa religione della prosperità si vorrebbe porre in continuità con lo spirito dei padri fondatori ma, in effetti, si colloca in una posizione diametralmente opposta ad esso. Se la predestinazione per i primi capitalisti/protestanti americani si manifestava in una condotta di vita irreprensibile, ascetica dentro il mondo, che gli permetteva di accumulare ingenti ricchezze che, però, non andavano sperperate, in quanto una conseguenza secondaria della propria condotta, per gli evangelici della prosperità, a noi contemporanei, la ricchezza è segno di predestinazione e, di conseguenza, la condotta di vita diventa secondaria. È sicuramente una posizione più comoda per chi è già ricco e per chi sogna di diventarlo a tutti i costi, dimostrando, se fosse ancora necessario, la verità della profezia Weberiana della gabbia, la perdita del “Senso del tutto” in favore di una vuota ed egoistica esteriorità: “Specialisti senza spirito, gaudenti senza cuore, questo nulla si immagina di essere asceso a un grado di umanità mai prima raggiunto.”