C’è stato un tempo in cui il telefono non era solo strumento di comunicazione, a quel tempo, a volte, diventava anche una scena. Bastava una cornetta, due voci che si intrecciavano e quello che poteva sembrare una quotidianità diventava un teatro. Amori che si accendevano, amori che si consumavano. Altro che messaggi vocali o emoi; prima, bastava un “pronto” per iniziare una storia.

Ma se pensate che abbia iniziato tutto Mina con Se telefonando vi sbagliate. Dobbiamo andare più indietro, addirittura al 1880, quando un autore oggi dimenticato, C.R. Hodge ha scritto Love my telephone. Con il telefono che diventa complice nel corteggiamento a distanza, quando un uomo prova a conquistare una donna solo con le parole, anticipando di oltre un secolo quello che avrebbe poi fatto Max Gazzè con Il solito sesso. È proprio vero che non si inventa niente.

Qualche anno dopo arriva Hello! My baby, di Joseph Howard e Ida Emerson. Qui la storia d’amore c’è già e i due al telefono cercano di tenere viva la relazione attraverso quel mezzo che Antonio Meucci aveva inventato da poco.

Da noi, il telefono entra nell’immaginario collettivo nel 1966 con Se telefonando, un grande capolavoro nato dall’incontro di tre grandi: Maurizio Costanzo per il testo, Ennio Morricone per la musica e Mina per l’interpretazione. In questo caso il telefono diventa uno strumento per chiudere una relazione da parte di chi non ha il coraggio di dire “è finita” guardando negli occhi l’altra persona.

Nel 1974 è la volta di Buonasera dottore. Scritta da Paolo Limiti, musicata da Shel Shapiro e interpretata da Claudia Mori, qui il telefono è uno strumento di inganno, con una telefonata che serve a trovare una scusa per un incontro clandestino. C’è una lei che chiama lui il quale, per non farsi scoprire dalla moglie, fa finta di parlare con il medico. Un classico della strategia adulterina.

Ma se vogliamo parlare di emozioni, non si può non citare Piange il telefono, del 1975, portata al successo da Domenico Modugno, ma che in realtà è la versione italiana di una canzone francese, Le téléphone pleure, cantata oltralpe da Claude François, e scritta dallo stesso interprete insieme a Jean-Pierre Bourtayre e Frank Thomas. In questo caso la telefonata diventa una sorta di filo che tenta di tenere insieme un padre e una figlia che non sa di parlare con il proprio padre e che termina con il filo che si spezza facendo allontanare, probabilmente in modo definitivo, il padre e la figlia. Un brano toccante, denso di emotività.

Arrivando ai giorni nostri, c’è Il solito sesso, di Max Gazzè, un brano che, a differenza di quello che si potrebbe immaginare se ci dovessimo fermare al solo titolo, nasconde una dichiarazione d’amore, un sentimento che si presenta già impossibile, solo poche ore dopo un incontro.

Insomma, il telefono, parliamo di quello a disco (nomen omen?), da semplice strumento di comunicazione, era diventato anche un pretesto narrativo capace di fare innamorare, litigare, tradire, trasformando conversazioni private in canzoni (talvolta) immortali. E oggi, i nostri telefonini, con i messaggini, i like e emoji sarebbero capaci di fare altrettanto?

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